Incendi boschivi (spesso devastanti) come conseguenza delle bruciature di residui agricoli: si ricomincia…

[20 giugno 2013]

Purtroppo già all’affacciarsi delle prime giornate di caldo dobbiamo registrare i primi incendi boschi derivanti dalle bruciature di rifiuti agricoli.

Leggiamo, infatti, sul comunicato stampa del Comando Provinciale del CFS di Crotone del 18 giugno 2013 : « Un 40enne di Santa Severina è stato segnalato all’Autorità Giudiziaria dal Corpo forestale dello Stato in quanto ritenuto responsabile dell’incendio boschivo che ha colpito la settimana scorsa un’area di macchia mediterranea in località “Armirò” nel comune di Santa Severina (KR).

Dalle prime indagini, condotte dagli agenti della Forestale del Comando Stazione di Santa Severina (Kr), è subito emersa la natura colposa dell’incendio, divampato a causa dell’abbruciamento di residui vegetali posti all’interno di un uliveto. Il personale della Forestale ha  individuato il responsabile che al momento dell’intervento è stato trovato nelle vicinanze del luogo dell’incendio il quale, preso dal rimorso dall’ evento provocato,  con mezzi di fortuna aveva cercato in qualche modo di arginare le fiamme senza però riuscirvi.

Sul luogo, gli agenti della Forestale hanno richiesto l’intervento di un elicottero della protezione civile della Regione Calabria, che per circa due ore ha operato ininterrottamente.

Inoltre è intervenuta una squadra dei vigili del fuoco che non ha potuto operare a causa dell’inaccessibilità dell’area dovuta al terreno impervio e all’intricata vegetazione di macchia mediterranea.

Sono già 3 persone denunciate dalla Forestale, dall’inizio dell’anno nella provincia di Crotone,  ritenute  responsabili di altrettanti incendi boschivi. ».

Ricordiamo come si sia accertato che l’anno scorso gran parte degli incendi di natura “colposa” siano derivati da bruciature di rifiuti agricoli sfuggite di mano. Riportiamo alcuni episodi che si sono verificati a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro…

«Perugia, 1/4/2012 –  A seguito delle indagini effettuate dal personale del Corpo forestale dello Stato è stato accertato che l’incendio è stato presumibilmente causato da un anziano 82 enne che stava eseguendo lavori di ripulitura del terreno adiacente la sua abitazione dai residui di potatura.

Vallo della Lucania, 4/4/2012 – Gli uomini del Comando Stazione Forestale di Stio, a seguito dell’incendio verificatosi in località “Pantana della Monaca” in agro del Comune di Gioi, da successiva e attenta verifica, e dai rilievi effettuati sul sito utilizzando la metodologia MEF che prevede lo studio delle tracce lasciate dal passaggio del fuoco sugli ostacoli che incontra, sono riusciti a risalire al punto di origine del fuoco, posto all’interno di un’area recintata, da dove le fiamme, a causa di abbruciamento dei residui vegetali, alimentate dal vento si erano propagate su altre aree boscate, a causa della disattenzione del proprietario del fondo.

– A loro volta, gli uomini del Comando Stazione Forestale di Sessa Cilento, all’interno di una cultura agraria, sorprendevano un soggetto che stava effettuando lavori agricoli e di pulizia della vegetazione infestante, il quale aveva perso il controllo del fuoco, che alimentato dal vento, si stava propagando negli appezzamenti di terreno circostanti, costituiti in prevalenza da colture agrarie abbandonate, raggiungendo il ciglio della strada comunale sottostante. Il fuoco risultava di difficile spegnimento a causa del vento e dello stato del sottobosco secco e altamente infiammabile per la prolungata siccità».

Una pratica, questa di bruciare i residui vegetali in campo aperto da parte dei contadini (ma anche di grandi aziende agricole e forestali) al fine di smaltire i propri rifiuti verdi, che – seppure “antica” – di anno in anno, dunque, mostra sempre più la sua potenziale pericolosità.

Stante gli incendi che ormai derivano in modo seriale da tale prassi, appare sensato e ragionevole una valutazione sulla sostenibilità ambientale della pratica stessa. Non possiamo infatti oggi esimersi dal valutare anche e soprattutto questo aspetto di oggettivo danno ambientale collegato con un nesso di causalità incontestabile alla prassi in questione. Una valutazione in linea con i tempi della realtà dei roghi agricoli non può prescindere da un esame degli esiti conclamati di essere poi troppo spesso causa di incendi boschivi spesso devastanti. Questo dato non può essere ignorato in una valutazione di sostenibilità ambientale anche da parte delle pubbliche amministrazioni che non possono non tener conto anche di tali  (predominanti) aspetti.

Ed i danni sul territorio che ne derivano sono ingenti.

Va inoltre considerato che il “costo sociale” – altissimo – di tali antiche prassi non va quantificato solo in termini di danno al territorio, o di messa in pericolo della sicurezza pubblica (che già, tuttavia, dovrebbero essere ritenuti dei motivi più che sufficienti per decidersi ad abbandonare una volta per tutte la difesa strenua di tali prassi “vetuste” per impegnarsi seriamente, invece, nel favorire un riuso di tali residui agricoli attraverso pratiche sostenibili e che andrebbero anche indirettamente a favorire una economia “virtuosa”), ma vi è una incidenza anche in termini più strettamente economici, dato che per spegnere tali incendi (che possono durare ore ed ore, ed anche giornate intere) devono essere impiegati mezzi ed uomini che hanno un costo che grava poi sulla spesa pubblica. Il danno economico , pertanto, (dovuto ad una banale mira di risparmio personale da parte dell’autore del rogo agricolo) lo deve pagare tutta la società, che già paga duramente il danno ambientale.

A fronte, dunque, di un risparmio di alcune decine di euro da parte dei singoli soggetti che continuano a smaltire i propri residui verdi attraverso bruciature che la normativa nazionale ormai da anni vieta[1], l’ammontare del danno che può derivare da tali pratiche va calcolato tenendo conto sia delle spese sostenute per lo spegnimento di tali incendi sia dei danni – irreversibili – arrecati dal passaggio delle fiamme alla vegetazione. Va considerato che indirizzare verso lo smaltimento regolare un carico di rifiuti agricoli costa di media 70/100 euro, mentre un bosco distrutto comporta un danno incalcolabile e le spese di spegnimento sono ogni volta di centinaia di migliaia di euro.

Alla luce degli incontestabili fatti di cronaca (passati e come si vede già attuali)  riteniamo che sia giunto il momento di avere il coraggio (unito ad una dose di buon senso) di abbandonare una volta per tutte tali prassi storiche che hanno mostrato oramai il loro potenziale di pericolosità e che ribadiamo sono anche vietate dalla normativa nazionale, per attuare una decisiva inversione di tendenza. Una inversione di tendenza che dovrebbe vedere per primi come attori gli stessi operatori agricoli e le loro associazioni di categoria che ormai non possono più ignorare il dato di fatto palese ed incontestabile che da tali bruciature troppo spesso derivano devastanti e diffusi incendi boschivi; e nel contempo  tale inversione di tendenza dovrebbe essere attivata anche dagli organi di polizia statali e locali per una repressione convinta di tali fenomeni anche per prevenire gli incendi come quello dell’iniziale comunicato stampa sopra riportato. Forse anche alcuni pubblici amministratori che tanto difendono tali roghi di rifiuti agricoli dovrebbero iniziare a leggere i comunicati stampa che documentano in modo seriale come ogni estate come da tale “prassi” derivano danni ambientali incalcolabili per il patrimonio boschivo.

O vogliamo continuare a far finta di nulla e per difendere in modo strenuo una pratica finalizzata solo a disfarsi di rifiuti agricoli in modo economico per non portarli (come si dovrebbe) verso i sistemi di recupero/smaltimento regolari (e dunque risparmiare qualche euro)  dobbiamo accettare il rischio (anzi: la certezza) che da tali roghi anche quest’anno deriveranno una serie vastissima di incendi boschivi “colposi”? Può essere questa – alla luce dei moderni (ed europei)  principi ambientali – una pratica ecologicamente sostenibile?  Il rapporto costo/beneficio – se non altro per buon senso – appare dunque realmente accettabile?

A cura di Maurizio Santoloci e Valentina Vattani (www.dirittoambiente.com)


[1] Naturalmente non ci riferiamo alle bruciature “mirate” fatte a scopo fitosanitario che riguardano però le piante infette da alcuni tipi di parassiti, e che dunque non c’entrano nulla con il discorso sui falò dei residui vegetali fatti al fine di smaltire di tali residui.