Istituto superiore di sanità: «La discarica di Bussi avvelena l’acqua dell’Abruzzo» 700 mila persone a rischio. La colpa di chi è?

[26 marzo 2014]

In 70 pagine la relazione dell’Istituto superiore di Sanità (Iss) redatta da Riccardo Crebelli e Luca Lucentini, consulenti tecnici dell’avvocatura dello Stato, descrive come la più grande discarica abusiva d’Italia, quella di Bussi, stia inquinando le falde idriche abruzzesi: «L’acqua contaminata da sostanze di accertata tossicità è stata distribuita in un vasto territorio e a circa 700 mila consumatori, senza limitazioni d’uso e di controllo anche per fasce a rischio di popolazione, utenze sensibili come scuole e ospedali».

La discarica fu scoperta il 13 marzo del 2007 dal Corpo forestale dello Stato che mise  sotto sequestro un terreno di 4 ettari di proprietà della Montedison,  davanti alla stazione di Bussi sul Trino. Ma era solo la punta di un iceberg: nel 2008 si scoprì che fino agli anni ’90 nella discarica erano state sotterrate 250.000 tonnellate di rifiuti di ogni genere compresi quelli tossici e nocivi. Nell’area intorno a Bussi ci sono almeno altre 4 grandi  discariche riconducibili a  proprietà Montedison.

Secondo il Cfs «Per decenni la discarica di Bussi sarebbe stata destinata a smaltire illegalmente oltre centomila tonnellate di scarti di lavorazione chimiche ed industriali quali: il cloroformio, il tetracloruro di carbonio, l’esacloroetano, il tricloroetilene, triclorobenzeni, metalli pesanti, tanto da essere stata definita una delle più grandi discariche nascoste di sostanze tossiche e pericolose mai trovate. Un disastro ambientale di enorme entità.  L’esacloroetano è stato il vero filo d’arianna, in quanto ha consentito di collegare in maniera inequivocabile la discarica di Bussi e l’acqua di rete. Su 43 parametri presi in considerazione, per 35 sono stati riscontrati superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione per la falda  superficiale e 23 per la falda profonda. La stragrande maggioranza dei piezometri della rete di monitoraggio all’interno dell’area  industriale evidenzia superamenti dei limiti. Alcune sostanze mostrano superamenti di enorme entità: il cloroformio 453.333 volte i limiti nella falda superficiale e 46.607  volte nella falda profonda; il tricloroetilene 193.333 volte nella  falda superficiale e 156 nella profonda. Il mercurio 2.100 volte nella falda superficiale; il diclorometano 1.073.333 volte in falda superficiale e 3.267 volte nella falda profonda, il tetracloruro di carbonio 666.667 volte nella falda superficiale e 3733 volte nella  falda profonda».  La relazione dice che l’inizio dell’utilizzo del terreno come discarica, che nel 1999 è stato ceduto dalla Montedison ad una società immobiliare di Milano riconducibile sempre alla Montedison, risale a diversi decenni fa, molto prima che iniziasse l’attività lo stabilimento della Solvay. Per bonificare l’area occorrerebbe asportare 240.000 tonnellate di terreno, un’operazione con un costo di circa 58 milioni di euro, che nessuno sa dove prendere, per un danno ambientale enorme: 8 miliardi e mezzo di euro che nessuno risarcirà mai. Intanto bisognerebbe trovare una gigantesca discarica sicura per conferire il tutto ed è difficile che altri territori si vogliano accollare i veleni di Bussi.

Qualche giorno fa Dante Caserta, Presidente del Wwf Abruzzo, raccontò cosa avevano dichiarato i  tecnici dopo l’ultimo sopralluogo nella discarica: «Siamo attoniti di fronte alle foto raccapriccianti raccolte durante i sopralluoghi: lastre di metri di spessore ed estese per decine di mq di cristalli di sostanze tossiche; materiali di ogni colore immaginabile; tecnici che si sono sentiti male nonostante maschere e tute di protezione».

La relazione dell’Iss, datata 30 gennaio 2014, è stata depositata pochi giorni fa come documento della pubblica accusa nelle carte del processo  sulla discarica di Bussi in corso  alla Corte d’Assise a Chieti che vede sotto accusa i vertici della Montedison, 16 dirigenti accusati di avvelenamento delle acque. Il sostituto procuratore della Repubblica di Pescara, Aldo Aceto, aveva detto: «il danno è di proporzioni gigantesche». Crebelli e Lucentini scrivono nella relazione dell’Iss: «La serie di azioni poste in essere nel sito industriale e nella mega discarica hanno pregiudicato tutti gli elementi fondamentali che presiedono e garantiscono la sicurezza delle acque, determinando così un pericolo reale e concreto per la salute. Ai consumatori delle acque è anche mancata ogni informazione rispetto ai potenziali rischi per la salute associati al consumo di tali acque e a cui pertanto era preclusa la possibilità di adottare misure specifiche di prevenzione e mitigazione di tali rischi».

Crebelli e Lucentini scrivono che «I soli dati della quantità di scarichi di piombo derivano da fonti interne, riferiscono degli anni 1971, 1972, 1973 descrivendo lo scarico di rifiuti industriali, senza alcun tipo di sistema di abbattimento di piombo, direttamente ai collettori che comunicavano con gli effluenti, indicando che il piombo, unitamente agli altri rifiuti, veniva scaricato direttamente nel fiume Tirino. La qualità dell’acqua è stata indiscutibilmente significativamente e persistentemente compromessa». Il documento evidenzi «La mancanza di qualsiasi informazione relativa alla contaminazione delle acque» che .«Ha pregiudicato la possibilità di effettuare nel tempo trattamenti adeguati alla rimozione delle stesse sostanze dalle acque (…) Del significativo rischio in essere non è stata data comunicazione ai consumatori che pertanto non sono stati in condizioni di conoscere la situazione ed effettuare scelte consapevoli. Ci sono quindi incontrovertibili elementi oggettivi coerenti e convergenti nel configurare un pericolo significativo e continuato per la salute della popolazione esposta agli inquinanti attraverso il consumo e l’utilizzo delle acque».

Come purtroppo vediamo per l’ennesima volta, i rifiuti speciali – di cui nessuno si occupa anche se sono tre volte quegli urbani sulla raccolta dei quali invece sono tutti concentrati – non spariscono solo perché appunto non ci se ne occupa. Tutte le attività industriali producono rifiuti che devono essere trattati, riciclati o smaltiti secondo le leggi vigenti. A complicare il tutto, il guaio è che oltre, specialmente in certe zone, a non esserci gli impianti dedicati, in Italia anche chi vuole comportarsi nel pieno rispetto delle regole, non ha alcuna certezza del dovere. Ed è qui che nascono le scorciatoie, se non si capisce questo ogni anno staremo sempre lì a contare le bombe ecologiche, ma a non dare mai una soluzione al fenomeno.