Servizi inadeguati per 10 milioni di persone, l’11% dei cittadini ne è del tutto sprovvisto

La depurazione che non c’è costa all’Italia oltre 350mila euro il giorno, solo di multe europee

Utilitalia: «Bisogna applicare all’acqua gli stessi principi dell’economia circolare che già si applicano ai rifiuti»

[11 agosto 2017]

La mancata depurazione è il principale tallone d’Achille che ogni anno affonda la qualità dei mari italiani. Dei campioni di acqua raccolti da Goletta Verde nel 2017 lungo 7.412 chilometri di costa, il 40% risulta inquinato «con cariche batteriche al di sopra dei limiti di legge. Si tratta – precisano da Legambiente – di un inquinamento legato alla presenza di scarichi fognari non depurati». Il che significa un abbassamento della tutela verso la salute, sia ambientale sia umana, un perdita di sviluppo economico legata al turismo sostenibile, e infine salate multe da parte dell’Europa.

Come ricordano oggi da Utilitalia (la federazione delle imprese di acqua ambiente e energia), ancora oggi l’Italia è soggetta a tre procedure di infrazione relative alla violazione della disciplina europea in materia di acque reflue urbane (direttiva 91/271/UE), e due sono le condanne già arrivate da parte della Corte di giustizia Ue riguardanti 931 agglomerati urbani: in tutto, le multe europee «superano i 60 milioni di euro forfettari, più una penalità di quasi 350 mila euro al giorno (oltre 60 milioni a semestre) per ogni giorno di ritardo». Contando che l’ultima scadenza per i tempi di adeguamento alla normativa Ue sono stati superati a partire dal 31 dicembre del 2015, con ancora scarsi risultati, ci si può fare un’idea delle risorse (perse) in gioco: perché invece che pagare multe non si concretizzano (almeno) le stesse risorse in investimenti?

Per invertire la rotta «sono due i passaggi principali di cui si deve tener conto – osserva il direttore generale di Utilitalia, Giordano Colarullo – Il primo è quello di garantire ai cittadini un servizio che possa offrire dei livelli adeguati di igiene e salute; il secondo è un passaggio culturale, bisogna applicare all’acqua gli stessi principi dell’economia circolare che già si applicano ai rifiuti, e pensare in un’ottica di ‘blue circular economy’ per fare entrambe le cose occorre investire, passando dagli attuali 32-34 euro per abitante ad almeno 80 euro per abitante all’anno; e anche se resteremo lontani dagli oltre 100 euro che si spendono in Europa almeno avremo intrapreso il percorso necessario per evitare che i soldi vengano spesi in multe anziché in opere. In generale servirebbero investimenti per 5 miliardi all’anno, cifra che sarebbe il minimo necessario per coprire il fabbisogno di infrastrutture del nostro Paese».

Per capire quanto forte sia questo bisogno basti ricordare due numeri: sono circa 10 milioni i cittadini italiani che ancora non hanno un adeguato servizio di depurazione, mentre l’11% della popolazione invece ne è sprovvisto.

«L’acqua e i rifiuti, gli acquedotti e la depurazione, le sorgenti e gli scarichi, vengono pensati in modo da essere utili gli uni agli altri – continua Colarullo – il viaggio dell’acqua continua anche dopo i nostri rubinetti e non è un caso se le maggiori novità, scientifiche tecniche e tecnologiche degli ultimi anni, riguardano i processi di depurazione e gli usi dei prodotti di depurazione. Con quello che nelle generazioni precedenti veniva buttato nei fiumi, oggi si producono prodotti per l’agricoltura, plastiche e anche combustibile per le auto».

Lo stesso può valere per la depurazione delle acque reflue. Come spiegano da Utilitalia, infatti, con una corretta depurazione si ottiene sia acqua nuovamente riutilizzabile (diventando così anche una chiave di lettura per affrontare per esempio periodi di siccità, insieme naturalmente alla necessità di investimenti sugli acquedotti per limitare le perdite) sia fanghi che possono esser riutilizzati come fertilizzante in agricoltura oppure esser valorizzati per esempio trasformandoli in bio-combustibili.

Possibilità, queste, che devono però ancora concretizzarsi appieno, sia nel nostro Paese sia a livello comunitario: secondo i dati Ue ogni anno in Europa vengono trattati più di 40 mila milioni di metri cubi di acque reflue, ma ne vengono “riusati” soltanto 964 milioni di metri cubi., e il potenziale di crescita è enorme. L’Europa potrebbe arrivare a utilizzare sei volte il volume di acque trattate oggi, mentre l’Italia – che ha uno dei potenziali più alti – si trattano e si riusano ogni anno 233 milioni di metri cubi di acque reflue, spesso con acute difficoltà in ogni punto della complessa filiera di gestione: un caso esemplare è costituto dai fanghi derivanti dal trattamento delle acque reflue urbane, che in Italia ammontano (nel 2015, dati Ispra) a oltre 3 milioni di tonnellate. Si tratta di rifiuti da depurazione, parte incomprimibile di quella green economy che giustamente si vorrebbe far crescere. Un’operazione però impossibile (come mostra da ultimo il recente caso esploso nella pur virtuosa Toscana) senza i necessari impianti industriali, indispensabili per gestire secondo logica di sostenibilità e prossimità quei rifiuti che – nonostante tutti i nostri sforzi profusi per non vederli – continuano ad essere l’ingombrante ed ineliminabile lato b della nostra società.