La plastica che si degrada negli oceani rilascia sostanze chimiche nell’acqua

I copepodi sono più colpiti dai percolati delle vecchie plastiche degradate che da quelle nuove

[15 giugno 2018]

I rifiuti di plastica che galleggiano in mare possono essere degradati dalle reazioni innescate da radiazione UV, idrolisi e microrganismi. La degradazione della plastica rilascia sostanze chimiche nell’acqua i cui componenti e quantità dipendono dal polimero plastico e dalle condizioni atmosferiche. E’ più o meno questo il sunto della tesi di dottorato “Chemical Pollutants Released to the Marine Environment by Degradation of Plastic Debris” sostenuta recentemente da Berit Gewert del Dipartimento di scienze ambientali e chimica analitica (Aces) dell’università di Stoccolma.

Nella sua tesi di dottorato la Gewert si è concentrata sugli inquinanti chimici rilasciati nell’ambiente marino dalla degradazione del marine litter e sottolinea che «Di frecente, la plastica, e in particolare la microplastica, ha ricevuto molta attenzione. Tuttavia, ci sono ancora molte lacune nella conoscenza».

Dall’inizio della sua produzione di massa negli anni ’40, la plastica è stata prodotta in quantità rapidamente crescenti. Nel 2015 ne sono stati prodotte circa 322 milioni di tonnellate e per farlo è stata utilizzata circa l’8% della produzione mondiale di petrolio. I rifiuti di plastica si accumulano nell’ambiente e ultimamente l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale si è rivolta all’inquinamento negli oceani.

All’università di Stoccolma evidenziano che «I potenziali rischi associati alla plastica non sono completamente compresi. Ma è noto che la plastica in mare può causare danni fisici diretti alle specie marine, attraverso l’intrappolamento e l’ingestione di particelle di plastica, ad esempio a tartarughe, uccelli marini, pesci e mammiferi marini.

La Berit e i suoi colleghi hanno condotto uno studio con campionamento e hanno misurato i livelli di plastica nell’Arcipelago di Stoccolma dal quale è emerso che «La maggior parte della plastica recuperata nell’arcipelago era sottoforma di fibre e il polipropilene e il polietilene erano i tipi di polimeri predominanti. Questi polimeri vengono utilizzati per produrre ad esempio sacchetti di plastica, imballaggi per alimenti e contenitori di plastica. Questi risultati sono paragonabili con altri studi condotti in altre parti del mondo».

La Berit e i suoi colleghi hanno quindi studiato le sostanze chimiche nell’acqua dopo che la plastica era stata esposta in laboratorio a condizioni atmosferiche “accelerate” e la ricercatrice spiega: «Abbiamo ipotizzato che la plastica negli oceani, a causa del tempo meteorologico, rilasci sostanze chimiche nell’acqua circostante. Queste sostanze chimiche possono contribuire all’esposizione chimica totale degli organismi marini e possono causare effetti negativi».

La maggior parte dei composti che sono stati identificati nello studio non sono soggetti a valutazioni del rischio. quindi, per valutare i pericoli potenziali per gli organismi marini posti dai percolati della plastica prodotti dagli agenti atmosferici, i ricercatori hanno effettuato uno screening della tossicità acuta su un un piccolissimo crostaceo: il  copepode Nitocra spinipes.

Il team svedese pensava che i prodotti fossero più tossici della plastica invecchiata nell’oceano perché i prodotti di plastica contengono spesso molti additivi, alcuni dei quali sono noti per essere tossici. Gli additivi possono disperde rapidamente i componenti della plastica nell’acqua. Quindi i ricercatori prevedevano che la plastica esposta all’ambiente marino per un tempo più lungo contenesse meno additivi.

Ma la Gewert rivela che »Tuttavia, abbiamo osservato una maggiore mortalità delle Nitocra spinipes quando sono state esposte a percolati di plastica prelevati dall’oceano rispetto al loro simili esposti al lotto del prodotto corrispondente acquistato di recente. Ciò potrebbe essere causato dai livelli di degradazione più rapidi e quindi a più sostanze chimiche presenti nell’acqua».

La ricercatrice svedese spera che la sua tesi «contribuisca a sviluppare questo campo di ricerca fornendo nuovi metodi e indirizzandolo verso i prodotti di degradazione dei polimeri plastici come sostanze chimiche interessanti da studiare nell’ambiente. Per il grande pubblico, spero che questa tesi renda ancor più persone consapevoli dell’inquinamento da plastica nell’oceano, dei potenziali rischi sconosciuti e delle sfide che dobbiamo affrontare».