Legambiente presenta all’Onu 7 punti contro l’invasione dei rifiuti nel Mediterraneo

Ciafani: «La cattiva gestione dei rifiuti a monte e la maladepurazione restano la principale causa del fenomeno»

[9 giugno 2017]

Legambiente, che da anni studia il fenomeno della marine litter con Goletta Verde e la campagna ‘Spiagge e fondali puliti’, ha portato all’attenzione dell’Onu – durante il suo intervento newyorkese  Multi-stakeholders Governance for tackling marine litter in the Mediterranean Sea, che abbiamo raccontato in diretta qui – un approfondimento sul Mar Mediterraneo (tra le sei zone di maggior accumulo di rifiuti galleggianti del Pianeta con evidenti rischi per l’ambiente, la salute e l’economia), illustrato la mappa interattiva che raccoglie dati e numeri sul marine litter nel Mediterraneo, e avanzato soluzioni e strategie a partire proprio dall’esperienza italiana.

In particolare, il Cigno verde ha proposto di fronte alle Nazioni Unite «sette mosse indispensabili» che i Paesi di tutto il mondo dovrebbero attuare e replicare per contrastare il marine litter: secondo Legambiente basterebbe estendere entro il 2020 la messa il bando delle buste di plastica non compostabili in tutti gli Stati del Mediterraneo e non; incentivare una maggiore cooperazione tra i Paesi, diffondere una corretta gestione dei rifiuti, incrementare le campagne di informazione e sensibilizzazione rivolte a cittadini, amministrazioni locali e categorie produttive; potenziare le politiche di prevenzione e la ricerca scientifica e raccogliere la sfida dell’economia circolare.

Del resto, nella mappa interattiva “beach litter Mediterraneo” presentata al Palazzo di vetro, Legambiente ha riportato il monitoraggio scientifico sul beach litter realizzato su 105 spiagge di 8 Paesi mediterranei (Italia, Algeria, Croazia, Francia, Grecia, Spagna, Tunisia, Turchia) monitorate tra il 2014 e il 2017, portando in dote dati dettagliati: nella spiagge monitorate sono stati trovati oltre 58mila rifiuti, per una media di 561 rifiuti ogni 100 metri lineari di spiaggia. L’82% dei rifiuti spiaggiati trovati sugli arenili monitorati è di plastica, il 64% è materiale usa e getta. A guidare la top ten dei rifiuti più trovati sono i mozziconi di sigaretta (12%), tappi (10%), bottiglie e contenitori di plastica ma anche reti per la coltivazione dei mitili (8%); seguono cotton fioc (4,5%), stoviglie usa e getta (carta o plastica), buste (3,5%), polistirolo  (3,1%) e altri oggetti di plastica (2,9%), mentre le buste di plastica ammontano al 3,5% dei quasi 60mila rifiuti rinvenuti sulle 105 spiagge, anche se in Italia sono state trovate una media di 15 buste ogni 100 metri di spiaggia, mentre nelle altre spiagge del Mediterraneo questa media quasi raddoppia salendo a 25 buste per ogni 100 metri di spiaggia.

«Il Mar Mediterraneo – dichiara da New York Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente – rischia di diventare sempre più un mare magnum di plastica e spazzatura con rifiuti galleggianti, adagiati su spiagge e fondali o invasi da quelli diventati tanti minuscoli e invisibili frammenti. Per questo abbiamo deciso  di portare  all’attenzione dell’Onu  anche il caso del nostro mare  magnum, un mare “regionale” soffocato dallo stesso problema degli oceani, il marine litter, che sta assumendo proporzioni sempre più preoccupanti e mondiali. Purtroppo, la cattiva gestione dei rifiuti a monte e la maladepurazione restano la principale causa del fenomeno, per questo abbiamo chiesto  di avviare al più  presto una cooperazione concreta tra i Paesi di tutto il mondo rispettando gli Accordi sul clima di Parigi ed estendendo entro il 2020 a tutti gli Stati del Mediterraneo la messa al bando dei sacchetti di plastica, una sfida che lanciamo anche ai ministri che parteciperanno al G7 Ambiente di Bologna».

Sebbene infatti la stessa Unep abbia messo in evidenza con un apposito studio come la mera sostituzione delle buste in plastica con altre in bioplastica non possa considerarsi affatto risolutiva per il grave problema del marine litter, le plastiche bio hanno un grande pregio in un contesto dove le reali soluzioni – un miglioramento nella gestione dei rifiuti con impianti ad hoc, un potenziamento dell’infrastruttura di depurazione e, non da ultimo, un salto culturale in avanti da parte della cittadinanza – hanno costi e tempi rilevanti: impiegano un tempo minore a degradarsi una volta che si trovano loro malgrado a galleggiare in mare, limitando per quanto possibile i danni ambientali.