Acquisti verdi e gestione dei rifiuti, tra fallimenti annunciati si rimane sul terreno degli interventi spot

La Legge di Stabilità rilancia le discariche

Analisi ai raggi X del ddl collegato per la promozione della green economy

[31 ottobre 2013]

Non è “soltanto” una questione di rifiuti o di discariche. Il premier Letta è stato molto chiaro: l’obiettivo numero uno di questo governo è la crescita economica e la strada maestra per raggiungerla sta nella Legge di Stabilità. Per esser sicuro che il messaggio sia stato recepito l’ha ripetuto più e più volte, ma ancora stranamente non è chiaro come e in che misura verrà conseguito. Più che la crescita economica, che negli ultimi decenni ha portato progresso ma anche degrado sociale ed ambientale, la vera emergenza rimane comunque collaterale: quella occupazionale. Risolverla implica promuovere un diverso modello di sviluppo che non può riassumersi solo nel segno + davanti all’andamento trimestrale del Pil. La green economy fa parte di questo modello.

Quel che è certo è che, nel mentre, l’unico intervento di una certa portata da parte di questo governo in favore di un paradigma di sviluppo più sostenibile si trova con gli ecobonus: una misura positiva ma comunque parziale, che trascura innanzitutto la gestione delle risorse materiali in entrata ed uscita del ciclo economico. Nella volontà di disegnare un piano d’azione più completo, un tentativo lo si ritrova nel recentissimo disegno di legge collegato alla Legge di Stabilità, 80 pagine dall’esplicativo titolo Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali (vedi allegato, ndr). Al di là del suggestivo cappello, il testo appare azzoppato: nei contenuti gli articoli più interessanti della proposta si trovano alla voce Disposizioni relative al green public procurement (gli acquisti verdi) e sulle successive norme riguardanti il trattamento dei rifiuti.

In entrambi rimane il problema determinante dell’incentivo economico: il Gpp potrebbe rappresentare una variabile decisiva per contribuire a espandere e rendere autonomo il mercato di prodotti più sostenibili. Nel testo si riconosce che «È in questa logica che si muove la nuova direttiva comunitaria sugli appalti pubblici […] che segnala che il costo di un prodotto debba essere riferito non tanto al prezzo di acquisto ma al costo che il bene ha durante il suo ciclo di vita (il cosiddetto Life cycle costing)». Ma l’Italia ha già dedicato un Piano d’azione nazionale per gli acquisti verdi, regolarmente disatteso. L’unica Regione che ha previsto incentivi in merito è stata la Toscana, ma con risultati quantitativamente minimali. Eppure, dai Gpp racchiudono un potenziale di spesa pari a 50 miliardi di euro, che riversati nella green economy farebbero la differenza nel settore, oltre a produrre risparmi nel lungo termine.

Per quanto riguarda la gestione del ciclo integrato dei rifiuti, la desolazione è ancora maggiore. Per «incrementare le raccolte differenziate» si propone sostanzialmente di dilatarne i tempi, spostando gli obiettivi (falliti) di raccolta al futuro: «35% al 31.12.2014 (era 31.12.2006); 45% al 31.12.2015 (era 31.12.2008); 65% al 31.12.2015 (era 31.12.2008)». Per il comune che non consegua gli obiettivi sarebbe poi applicata un’addizionale al tributo di conferimento in discarica, ma la misura rimane un’ammessa sconfitta, più che un nuovo obiettivo.

La nota inaspettata arriva all’art. 23, dove si presenta l’ambizione di individuare tramite decreto «una rete nazionale integrata di impianti di incenerimento e co incenerimento». Fino a quel momento non potrebbero essere autorizzati nuovi impianti in Italia: una norma apparentemente ragionevole, ma che andrebbe di nuovo a incidere profondamente in un campo dove la programmazione industriale è da sempre il bene più scarso e dunque più prezioso. Non solo, l’aspetto peggiore è che questa accozzaglia di provvedimenti concentra, per l’ennesima volta, tutto su raccolta e discariche. Sì, avete capito bene, discariche, esattamente quelle a causa delle quali prendiamo di continuo salatissime multe dall’Europa in quanto ritenuto, a ragione, la peggiore soluzione possibile. Come? Semplice: bloccando il recupero energetico dei rifiuti con potere calorifico superiore a 13.500 joule, essi non svaniscono e non vanno di certo al recupero di materia, ma finiranno nelle discariche.

Per promuovere green economy e «contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali» l’analisi e l’azione dovrebbero piuttosto partire dall’inizio – ossia dal governo dei flussi di materia in entrata nel metabolismo economico italiano – e non dalla gestione degli scarti di un processo industriale, i rifiuti. La raccolta differenziata e l’incenerimento rimangono ancora le due mascelle che stritolano cosa resta in mezzo, ossia il riciclo. Ma nel terreno degli interventi spot e dei valzer di annunci l’industria verde non solo non potrà fiorire bensì peggiorare. I “combinati disposti” di questo ddl collegato alla Legge di Stabilità (compreso il suddetto del potere calorifico che vietava la discarica), ovvero niente riciclo, chiacchiere e solo chiacchiere sugli acquisti verdi  e tutto RD (a prescindere dal cosa e dal come) rilanciano, di fatto  e appunto, la discarica.