Nove regioni ancora senza piani, in Sardegna e Basilicata si estrae gratis

L’Italia delle cave, a tutto gas nonostante la crisi

Legambiente: «Subito regole per tutelare il territorio. Adeguare i canoni e puntare sul riciclo degli inerti»

[29 aprile 2014]

In Italia le cave attive in Italia sono 5.592, quelle dismesse e monitorate addirittura 16.045, ma se si aggiungono anche quelle di Calabria e Friuli Venezia Giulia , le regioni che non hanno un monitoraggio, si arriverebbe a 17.000. Il Rapporto cave 2014 di Legambiente, presentato oggi insieme all’ebook sui paesaggi delle attività estrattive in Italia, con fotografie di Marco Valle, evidenzia che «nonostante la crisi del settore edilizio abbia contribuito a ridurre le quantità dei materiali lapidei estratti, i numeri rimangono comunque impressionanti: 1 miliardo di euro di ricavo, 80milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia, 31,6milioni di metri cubi di calcare e oltre 8,6 milioni di metri cubi di pietre ornamentali estratti nel 2012. Sabbia e ghiaia rappresentano il 62,5% di tutti i materiali cavati in Italia, soprattutto nel Lazio, Lombardia, Piemonte e Puglia, dove ogni anno vengono prelevati circa 50 milioni di metri cubi di queste materie prime. Rilevanti sono anche gli impatti e i guadagni legati all’estrazione di pietre ornamentali, ossia di materiali di pregio dove sono minori le quantità estratta ma rilevantissimi i guadagni e gli stessi impatti (dalle Alpi Apuane al Marmo di Botticino-Brescia, alla pietra di Trani)».

Ma quanto sia sottovalutata la cosa lo dimostra il fatto che a governare un settore così importante e delicato per gli impatti ambientali è tuttora un Regio Decreto del 1927, «con indicazioni chiaramente improntate a un approccio allo sviluppo dell’attività oggi datato – dicono gli ambientalisti –  Inoltre in molte regioni, a cui sono stati trasferiti i poteri in materia nel 1977, si riscontrano rilevanti problemi per un quadro normativo inadeguato, una pianificazione incompleta e assenza di controlli sulla gestione delle attività estrattive».

La situazione sembra leggermente migliore al centro-nord, «dove il quadro delle regole è in gran parte completo – si legge nel dossier – con Piani cava, lo strumento che indica le quantità di materiale estraibile e le aree dove è consentita l’attività di cava,  periodicamente aggiornati, mentre non vi sono Piani in vigore in Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Sicilia, Calabria e Basilicata. Il Piemonte ha solamente Piani di indirizzo e rimanda alle Province l’approvazione del Piano. Questa situazione di incertezza lascia tutto il potere decisionale in mano a chi concede le autorizzazioni, ma considerando il peso che interessi economici e criminalità organizzata, in particolare nel Mezzogiorno, hanno nella gestione del ciclo del cemento e nel controllo della aree cava, si comprende perché bisogna correre ai ripari e regolamentare il settore».

L’atro aspetto evidenziato dal Cigno Verde è quello dei canoni: «Prelevare e vendere materie prime del territorio è un’attività altamente redditizia eppure i canoni di concessione pagati da chi cava sono a dir poco scandalosi. In media infatti, si paga il 3,5% del prezzo di vendita degli inerti ma esistono situazioni limite come nel Lazio, in Valle d’Aosta e in Puglia  dove il prelievo degli inerti costa solo pochi centesimi e regioni come Basilicata e Sardegna dove si cava addirittura gratis. Le entrate degli enti pubblici attraverso i canoni di prelievo sono dunque ridicole in confronto ai guadagni del settore: il totale nazionale dei canoni pagati nelle diverse regioni, per sabbia e ghiaia, è arrivato nel 2012 a 34,5 milioni di Euro, mentre il ricavato annuo dei cavatori risulta pari a un miliardo di Euro».

Il rapporto fa l’esempio della Puglia, dove  nel 2012 sono stati cavati 10,3 milioni di m3 di inerti, che hanno fruttato 129 milioni di euro di introiti ai cavatori e solamente 827.000 euro al territorio. «Ma anche dove si pagano canoni leggermente superiori, come nel Lazio ed in Valle d’Aosta – dicono a Legambiente – il rapporto tra le entrate regionali e quelle delle aziende è di 1 a 40. Nel Lazio la Regione ricava meno di 4,5 milioni di euro contro i quasi 190 milioni di euro del volume d’affari complessivo con i prezzi di vendita. Quello che emerge dunque, è l’enorme e netta differenza tra ciò che viene richiesto e incassato dagli enti pubblici e il volume d’affari generato dalle attività estrattive in tutte le regioni, in  quelle dove il canone richiesto non arrivano nemmeno ad un decimo del loro prezzo di vendita come in Piemonte, Provincia di Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana e Umbria, ma anche in Campania, Abruzzo e Molise, dove i canoni sono più alti. In Sicilia e Calabria, con l’introduzione per il primo anno del canone di concessione, le regioni ricavano rispettivamente 208 e 420mila euro per l’estrazione di sabbia e ghiaia a fronte dei 10 milioni ricavati dai cavatori in Sicilia ed ai quasi 15 milioni ricavati in Calabria».

Secondo il vicepresidente di Legambiente, Edardo Zanchini, «in un periodo di tagli alla spesa pubblica è inaccettabile che un settore tanto rilevante da un punto di vista economico e ambientale venga completamente trascurato dalla politica nazionale. E’ possibile creare filiere innovative di lavoro e ricerca applicata, ridurre il prelievo di cava attraverso il recupero di materiali e aggregati provenienti dall’edilizia e da altri processi produttivi, ma serve intervenire su una normativa nazionale vecchia di quasi 90 anni, per ripristinare legalità, trasparenza e tutela».

Per Legambiente «raggiungere questi obiettivi in tempi brevi è possibile», e per questo chiede: di  «rafforzare tutela del territorio e legalità (attraverso controlli, individuazione delle aree da escludere e delle modalità di escavazione, obbligo di valutazione di impatto ambientale, ecc.); di aumentare i canoni di concessione per equilibrare i guadagni pubblici e privati e tutelare il paesaggio (gli attuali 34,5 milioni di Euro guadagnati dalle regioni italiane per l’estrazione di sabbia e ghiaia, potrebbero diventare ben 239 milioni, se fossero applicati i canoni in vigore nel Regno Unito. Ad esempio in Sardegna si potrebbe passare da 0 a 17 milioni di euro); spingere l’utilizzo di materiali riciclati nell’industria delle costruzioni, per andare nella direzione prevista dalle Direttive Europee e riuscire così ad aumentare il numero degli occupati e risparmiare la trasformazione di altri paesaggi».

In questa direzione va la proposta di Capitolati Recycle, presentata oggi ed elaborata da Legambiente in collaborazione con Atecap, che ha l’obiettivo di stimolare le stazioni appaltanti a intraprendere la strada già fissata al 2020 dalla Direttiva 2008/98 quando l’Italia dovrebbe raggiungere un obiettivo del 70% di recupero di materiali inerti.

Zanchini ha concluso: «Occorre promuovere una profonda innovazione nel settore delle attività attraverso regole di tutela efficaci in tutta Italia e canoni come quelli in vigore negli altri Paesi Europei. Ridurre il prelievo di materiali e l’impatto delle cave nei confronti del paesaggio è quanto mai urgente e oggi assolutamente possibile. Lo dimostrano i tanti Paesi dove si sta riducendo la quantità di materiali estratti attraverso una politica incisiva di tutela del territorio, una adeguata tassazione e la spinta al riutilizzo dei rifiuti inerti provenienti dalle demolizioni edili».