Dopo lo tsunami di Fukushima le specie invasive hanno attraversato il Pacifico su una flotta di rifiuti marini (VIDEO)

I rifiuti di plastica diventano "villaggi viaggianti" per le specie aliene

[2 ottobre 2017]

Il nuovo studio “Tsunami-driven rafting: Transoceanic species dispersal and implications for marine biogeography”, condotto da un team di ricercatori statunitensi guidato da  James T. Carlton del William College e pubblicato su Science, documenta per la prima volta che i detriti di plastica marina possono aumentare notevolmente il trasporto di specie aliene attraverso gli oceani del mondo.

Carlton, che è anche fondatore ed editore di Biological Invasions ed è Fellow della Pew, dell’American association for thea advancement of science e della California academy of sciences, e Deborah Carlton e Megan McCuller (Williams College);  John Chapman e Jessica Miller (Oregon State University); Gregory Ruiz e Brian Steves (Smithsonian Environmental Research Center); Jonathan Geller (Moss Landing Marine Laboratories); e Nancy Treneman (Oregon Institute of Biology Marine)  dimostrano che dal 2012, quasi 300 specie marine sono arrivate vive sulle coste dell’America del Nord e delle isole Hawaii dopo che lo tsunami che ha fatto seguito al terremoto dell’11 marzo 2011, che ha innescato la tragedia nucleare di Fukushim Daiichi, fatto 18.000 vittime e portato nell’Oceano Pacifico 5 milioni di tonnellate di detriti.

I ricercatori spiegano: «Poiché gli organismi hanno viaggiato su oggetti prevalentemente non biodegradabili, come gli scafi in vetroresina e le boe di plastica, sono sopravvissuti molto più a lungo di quanto previsto dagli scienziati marini. Si riteneva che le specie costiere non potessero vivere più di due anni nell’oceano aperto. Tuttavia, nel 2017 le specie giapponesi stavano ancora arrivando sulle rive americane, sei anni dopo lo tsunami». Carlton aggiunge: «Questo studio di un notevole evento di rafting oceanico di magnitudo e durata senza precedenti rivela per la prima volta il  fortissimo ruolo che ora  i detriti di plastica possono svolgere nel trasporto di intere comunità di specie negli oceani del mondo, per periodi di tempo più lunghi di quanto sarebbero stati possibili rispetto alla dispersione storica sui substrati naturali come il legno».

Ogni anno finiscono in mare più di 10 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica provenienti da quasi 200 del mondo e gli autori dello studio sostengono che il boom dell’urbanizzazione costiera ha aumentato la quantità di questa plastica che può finire in mare. Anche gli uragani e i tifoni portano i rifiuti  negli oceani, come sta succedendo anche con gli uragani che hanno colpito recentemente i Caraibi e la Florida.  Navigando su questi rifiuti, una nuova ondata di potenziali invasori ecologici viene spinta verso il mare, dove spesso sopravvivono per anni prima di spiaggiarsi.

David Garrison, direttore dei programmi della Division of ocean sciences della National science foundation Usa che ha finanziato la ricerca, dice che «Questi scienziati si sono assunti l’insolito compito di guardare un disastro naturale e di giungere a nuove conclusioni su come le nostre attività e strutture influenzano la distribuzione delle specie negli oceani».

Dallo studio emerge che  «Il previsto aumento delle dimensioni e della frequenza degli eventi meteorologici estremi dovuti al cambiamento climatico globale è probabile, che aumenterà significativamente la quantità di detriti negli oceani e, con essa, il numero di possibili invasori ecologici. Ciò crea il potenziale per grandi costi economici e impatti ambientali».

Dello studio se ne occupa anche il  Washington Post che ricorda che un  bacino galleggiante di polistirolo e  cemento venne trovato sulle coste dell’Oregon nell’estate del 2012 dopo ver compiuto un viaggi di 4.000 miglia per approdare proprio vicino al Marine Science Center dell’Oregon State University, dove a un biologo specializzato in specie marine invasive bastò un primo controllo per capire che trasportava molte specie aliene giapponesi vive, che successivamente i ricercatori scoprirono essere un centinaio.

«Quella è stata la luce al neon –  riassume Carlton  sul Washington Post  – Quello è stato il messaggero di quel che è successo dopo», cioè di uno tsunami di marine litter ricoperta di via marina. Un’ondata che b nessuno può fermare m che si poteva almeno tentare di documentare. Per farlo gli scienziati hanno creato una rete di volontari nelle Hawaii e in Alaska e in tutto il Pacifico nord-occidentale, fino alla California. Un esercito fatto di dipendenti statali e locali, ranger dei Parchi e da una legione di citizen scientists che hanno comunicato gli avvistamenti di quello che gli scienziati chiamano Japanese tsunami marine debris (Jtmd).

Carlton precisa che «Nessuno dei detriti ha mostrato tracce di radiazioni».

La maggior parte degli animali giapponesi trasportati dagli Jtmd negli Usa e in Canada sono invertebrati come stelle marine, lumache di mare, bivalvi , cirripedi, anfipodi, briozoi e isopodi. Tra gli alieni giapponesi c’erano solo due specie di pesci.

Si trattava di qualcosa di completamente diverso da quello che Carlton aveva visto nei suoi 50 anni di studi sugli organismi invasivi marini e ne è rimasto allibito: anche se lo tsunami giapponese era, da questo punto di vista,  un evento senza precedenti, il concetto – che le “zattere” trasportano gli animali attraverso gli oceani – non lo era.  Ceridwen Fraser, una biologa marina della Australian National University  che non ha partecipato allo studio, ha detto al Washington Post  che «Questo è un esempio molto bello del ruolo molto importante che la dispersione a lunga distanza in generale, e il rafting in particolare, svolge  nella strutturazione dei modelli globali della biodiversità».

Gli organismi viventi attraversano gli oceani da milioni di anni e anche gli esseri umani hanno assistito a questi arrivi di nuovi colonizzatori: Washington Post racconta un caso ben documentato, quello delle 15 iguane che nel 1995 raggiunsero l’isola caraibica di Anguilla su un ammasso di alberi sradicati e che hanno stabilito una popolazione riproduttiva sull’isola.

Delle specie giapponesi che sono arrivate sui detriti dello tsunami, circa un terzo erano già presenti sulla costa nordamericana del Pacifico. Ma Carlton  fa notare che «Gli animali stranieri avevano colonizzato il relitto  [del Bacino]*molto prima che i detriti arrivassero vicini alla costa» e il suo team ha cercato di capire come le correnti abbiano trasportato gli Jtmd. Poi gli scienziati hanno anche confrontato l’età della vita marina nordamericana presente sui detriti rispetto agli organismi marini giapponesi, scoprendo che le specie autoctone americane erano molto più giovani degli animali giapponesi: «Nelle specie marine nordamericane non c’erano adulti o niente di simile – ha detto Carlton – solo larve di uno o due giorni».

La Fraser spiega che «I detriti marini diventano come dei “villaggi viaggianti”. Molti organismi galleggianti danno vita ai loro giovani, così i loro figli crescono sulla stessa zattera». Una zattera che non deve essere per forza artificiale, ma i Jtmd  sono principalmente sintetici, composti da vetroresina, polistirene, cloruro di polivinile, materiali che restano a alla e non si degradano, mentre il legname trasportato dallo tsunami probabilmente è affondato o è stato degradato dalle stesse creature marine che lo avevano colonizzato.

Che  il legno sia stato sostituito dalla plastica è un fattore importante per questa dispersione di specie invasive innescata dallo tsunami Carlton  ricorda che «L’ultima volta che un tsunami colpì la costa giapponese di Sanriku, nel 1933, la popolazione viveva in piccoli villaggi con case di legno. L’altro fattore è stata l’urbanizzazione costiera. Tutto quel sistema del villaggio è scomparso, sostituito da città e infrastrutture. Quel che abbiamo fatto è cambiare il mondo e ciò che può essere gettato nell’oceano. La combinazione di materie plastiche e mega-sviluppo costiero ha rappresentato un “cambiamento di stato” che si è verificato in tutto il mondo. Anche se gli scienziati non hanno piani immediati per studiare i relitti dei  recenti uragani nei Caraibi e nel Golfo del Messico, il campo dei detriti può essere valutato quando le cose torneranno ad una migliore qualità per la vita per tutti».

Intanto i detriti dello tsunami del 2011 continuano a  spiaggiarsi lungo le coste del Pacifico nord-occidentale, portati soprattutto dalle correnti primaverili. Carlton conclude: «Mi aspetto che questi oggetti e il loro carico vivente continuino ad arrivare per le prossime dieci primavere a venire».

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