L’utilizzo delle acque reflue per l’irrigazione agricola è del 50% in più di quanto si pensasse

885 milioni di consumatori esposti a rischi per la salute. Investimenti urgenti in impianti e servizi igienici

[6 luglio 2017]

Secondo il nuovo studio  “A global, spatially-explicit assessment of irrigated croplands influenced by urban wastewater flows”..pubblicato su Environmental Research Letters. da un team di ricercatori di Usa, Sri Lanka e Belgio, «L’uso di acque reflue urbane per irrigare le coltivazioni  è del 50% più diffuso di quanto si pensasse»,

I redattori dello studio, Anne Louise Thebo, Pay Drechsel, Eric Lambin e Kara Nelson, spiegano che

«Si basa su metodi di modellazione avanzati per fornire la prima stima globale davvero completa della misura in cui gli agricoltori utilizzano acque reflue urbane nelle terre coltivate irrigate». I ricercatori hanno analizzato i dati con i sistemi di informazione geografica (GIS), piuttosto che in base ai risultati di casi di studio, come negli studi precedenti. Il team di ricerca ha anche valutato per la prima volta il “riutilizzo indiretto”, che si verifica quando le acque reflue vengono diluite ma restano ancora  un elemento dominante dei flussi idrici superficiali e sono arrivati alla conclusione che « Tali situazioni rappresentano la maggior parte del riutilizzo dell’acqua agricola in tutto il mondo, ma sono stati difficili da quantificare a livello globale a causa dei diversi punti di vista su ciò che costituisce le acque di scarico diluite rispetto all’acqua inquinata».

Considerando la sicurezza dei consumatori la massima priorità, gli autori dello studio mettono in evidenza «La necessità di ridurre i rischi per la salute pubblica attraverso misure adottate lungo tutta la catena di approvvigionamento alimentare. Questo include una migliore trattamento delle acque reflue, ma anche misure preventive nelle aziende agricole e nella manipolazione degli alimenti, poiché la capacità di depurazione dell’acqua sta aumentando lentamente nei Paesi in via di sviluppo».

Lo studio evidenzia che l’uso delle acque reflue da parte degli agricoltori è più diffuso nelle regioni dove c’è significativa produzione di acque reflue e di acqua inquinata: «In queste circostanze, e dove scarseggia acqua più sicura, i reflui offrono uno strumento coerente e affidabile per i campi, comprese le colture di alto valore, come le verdure, che spesso richiedono più acqua di prodotti alimentari a bassa irrigazione. Dove le acque reflue sono disponibili, gli agricoltori tendono a preferire per le loro elevate concentrazioni di nutrienti, che possono ridurre la necessità di applicare fertilizzanti acquistati. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, l’utilizzo di questa acqua da parte degli agricoltori è motivata da una  necessità di base: semplicemente non hanno alternative».

La Thebo, dell’università della California, Berkeley, spiega a sua volta che «Il riutilizzo de facto delle acque reflue urbane è comprensibile, data la combinazione del crescente inquinamento delle acque e la diminuzione della disponibilità di acqua potabile, come si è visto in molti Paesi in via di sviluppo. Fino a quando gli investimenti nel trattamento delle acque reflue resteranno molto indietro rispetto la crescita della popolazione, un gran numero di consumatori che mangiano prodotti non lavorati  si troveranno ad affrontare l’intensificarsi di minacce per la sicurezza alimentare». C’è anche da dire che, realizzati i necessari depuratori, poi i Paesi in via di sviluppo dovranno attrezzarsi anche per la costruzione e gestione di impianti di smaltimento e recupero dei fanghi di risulta, cosa non facile anche in molti paesi ricchi, come ben sappiamo in Italia. pe

Comunque, i risultati  dello studio dimostrano che il 65% di tutte le aree irrigate entro 40 km a valle dei centri urbani – pari a circa 35,9 milioni di ettari (la dimensione di Germania) – sono in larga misura interessae dagli effetti delle acque reflue. Di questi, , 29,3 milioni di ettari sono in Paesi con trattamento delle acque reflue molto limitato, esponendo così 885 milioni di consumatori urbani e gli agricoltori e venditori di cibo a gravi rischi per la salute.  5 Paesi – Cina, India, Pakistan, Messico e Iran – rappresentano la maggior parte di questi terreni agricoli irrigati con reflui.

Il team di ricerca evidenzia che questi nuovi risultati sostituiscono una stima ampiamente citata del 2004,  basata su casi di studio e opinioni di esperti in circa 70 paesi, che valutava  l’area terre coltivate irrigate con acque reflue ad un massimo di 20 milioni di ettari.

Drechsel, dell’International water management institute e a capo del CGIAR research program on water, conclude:  «Ottenere una migliore comprensione di dove, perché e in che misura gli agricoltori utilizzano acque reflue per l’irrigazione è un passo importante per affrontare il problema. Mentre le azioni volte a tutelare la salute umana sono la prima priorità, possiamo anche limitare i rischi attraverso una varietà di approcci testati, volti  al recupero e al riutilizzo in modo sicuro delle preziose risorse provenienti dalle acque di scarico. Queste comprendono l’acqua stessa, ma anche l’energia, la materia organica e le sostanze nutritive, di ognuna delle quali ha bisogno l’agricoltura. Attraverso questi approcci, nel corso degli anni abbiamo aiutato l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a rispondere alla sfida delle acque reflue. Ci auguriamo che questo nuovo studio concentrerà l’attenzione dei responsabili politici ed esperti della depurazione sulla necessità di adempiere all’obiettivo di sviluppo sostenibile 6, in particolare il target  3, che prevede di dimezzare la percentuale di acque reflue non trattate e di aumentare il riciclo e il riutilizzo di acqua sicura. Una delle sfide principali è quella di coltivare il cambiamento dei comportamenti dal campo alla tavola, specialmente dove la consapevolezza del rischio è bassa. Un’altra è costituita da sforzi su scala più grande per mettere il recupero e il riutilizzo delle risorse dalle acque di scarico e altri rifiuti in business footing per renderne la gestione più attraente per i settori pubblico e privato. Il recupero e il riutilizzo delle risorse in sicurezza hanno un potenziale significativo per affrontare i rischi per la salute e l’ambiente, mentre allo stesso tempo, rendono le città più resilienti e l’agricoltura più sostenibile, contribuendo ad economie più circolari»