Microplastica nel compost: una sfida per l’economia circolare

In Germania, una tonnellata di compost da rifiuti domestici e industriali contiene tra 7.000 e 440.000 particelle microplastiche

[19 aprile 2018]

«Le famiglie e i privati che immettono materiali plastici nei contenitori per rifiuti organici contribuiscono all’inquinamento ambientale». A dirlo è lo studio “Organic fertilizer as a vehicle for the entry of microplastic into the environment”, pubblicato su Science Advances  da un team di ricercatori tedeschi dell’Abteilung Tierökologie/BITÖK e Lehrstuhl für Bioprozesstechnik dell’Universität Bayreuth che aggiungono: «La ragione è che gli impianti comunali usano spesso questi rifiuti per produrre biogas e trasformare il residuo finale in fertilizzante organico. Le piccole particelle di plastica rimangono spesso in questi fertilizzanti, facendosi strada nel suolo e nell’acqua».

Lo studio è il risultato di una stretta cooperazione interdisciplinare di un team guidato da Ruth Freitag (BITÖK) e  Christian Laforsch (ecologia animale) che ha studiato diversi impianti di produzione di biogas scoprendo,  tra l’altro, «in che modo la fonte dei rifiuti organici, ma anche la tecnologia di lavorazione e le macchine scelte influiscono sul contenuto di plastica dei fertilizzanti prodotti». Il nuovo studio prende in considerazione solo particelle microplastiche di dimensioni comprese tra 1 e 5 mm. Sebbene possano anche essere coinvolte nella contaminazione dei rifiuti organici, le particelle più piccole non sono state studiate,. Sulla base dei dati raccolti, una tonnellata di compost da rifiuti domestici e industriali contiene tra 7.000 e 440.000 particelle microplastiche. Considerando i cinque milioni di tonnellate di compost prodotti in Germania ogni anno, in questo modo potrebbero essere rilasciati nell’ambiente diversi miliardi di particelle microplastiche.

Il numero di particelle che hanno trovato i ricercatori tedeschi variava ampiamente: da 14 a 895 per chilogrammo di fertilizzante prodotto. Questa enorme variazione è riconducibile al tipo di metodo di trattamento dei rifiuti utilizzato in ogni impianto e da cui provengono i rifiuti, siano essi domestici, commerciali o agricoli.  All’Universität Bayreuth spiegano che «Quando la maggior parte dei rifiuti organici proviene da case private, il numero di particelle di plastica che contiene è molto alto. Le particelle sono generalmente costituite di  polistirolo o polietilene, materiali comunemente usati negli imballaggi per la spesa e in altri articoli di consumo. La maggior parte delle particelle può essere identificata come frammenti di sacchetti, pacchetti e altri contenitori che sono finiti nei cassonetti dei rifiuti organici a causa di una “cattiva mira”. Anche se il residuo della fermentazione viene setacciato con cura, non è possibile rimuovere particelle di plastica con un diametro inferiore a pochi millimetri. Le particelle rimangono nei fertilizzanti».

Ma anche gli impianti di biogas che utilizzano solo rifiuti organici provenienti dall’industria e dal commerciopresentano una percentuale sorprendentemente alta di poliesteri.« In molti casi – dicono i ricercatori tedeschi – queste materie plastiche provengono apparentemente da contenitori e materiali protettivi che vengono utilizzati per imballare e trasportare grandi quantità di frutta e verdura.

La situazione è completamente diversa negli impianti che energetiche per produrre biogas utilizzano esclusivamente colture. In questi impianti i ricercatori della Bayreuth non hanno trovato (o ne hanno trovato pochissime) particelle di plastica nei residui di fermentazione.  La situazione è simile negli impianti che producono biogas in gran parte da letame: «In tali piante le particelle di plastica sono state trovate solo occasionalmente (se non del tutto)».

Tuttavia, lo studio di mostra anche che il contenuto di plastica nei fertilizzanti organici non è determinato solo dall’origine dei rifiuti: « Altri fattori che influenzano in larga misura il grado e il tipo di contaminazione sono la lavorazione dei rifiuti prima della fermentazione e l’ulteriore lavorazione dei residui della fermentazione».

La Freitag è convinta che «Con un po’ di sforzo, è possibile risolvere il problema dei corpi estranei come plastica, metalli o vetro nei rifiuti organici prima della fermentazione. Certo, per cominciare,  sarebbe meglio non lasciarli entrare nei rifiuti organici. I rifiuti organici sono una risorsa importante in un’economia del riciclaggio, che merita di essere intensamente utilizzata ora e in futuro. Il nostro studio dimostra che la contaminazione con particelle microplastiche è in gran parte prevenibile, ma richiede che i cittadini e gli operatori degli impianti giscano in modo responsabile».

All’Universität Bayreuth il crescente inquinamento dell’ambiente dovuto alla cattiva gestione, raccolta, riciclo e riuso delle plastiche è una priorità di ricerca. Ad esempio, il team di ricerca guidato da Laforsch ha condotto indagini dettagliate sull’inquinamento da microplastica nei fiumi e nei laghi della Germania. «Per capire le conseguenze di questo sviluppo allarmante e per essere in grado di rispondere con misure adeguate, dobbiamo prima sapere come le particelle di plastica entrano negli ecosistemi – sottolinea Laforsch – Questa è stata anche una delle prime domande che ci siamo poste nel nostro nuovo studio sui fertilizzanti biologici a base di rifiuti organici. I risultati mostrano chiaramente che tutti i cittadini, nei loro ambienti domestici e comunitari, possono dare un contributo alla salvaguardia dell’ambiente e all’economia del riciclaggio ecologico».

Infatti, come spiega bene anche Emma Bryce su Anthropocene, quello che lo studio chiarisce è che «I rifiuti domestici e commerciali sono la principale fonte di microplastiche: un fatto che i ricercatori hanno confermato quando hanno scoperto che i frammenti di plastica più comuni erano quelli presenti nei prodotti di consumo, come le confezioni  l’imballaggio del  cibo. Ciò suggerisce che quando le persone li smaltiscono nei contenitori della raccolta differenziata i rifiuti organici non vengono separati in modo così netto come potremmo pensare; le materie plastiche stanno in qualche modo entrando nel mix».

L’atra cosa interessante (e preoccupante) è che i ricercatori abbiano trovato una simile quantità di microplastiche nel concime tedesco, visto che la Germania è famosa per le sue regole molto severe sulla produzione di fertilizzanti. Quindi, in altri Paesi dove le normative sono meno severe la situazione potrebbe essere peggiore.

In tutto questo la preoccupazione è che, mentre stiamo esaminando dettagliatamente l’impatto delle microplastiche sull’oceano, non ci si occupi abbastanza di come potrebbero inquinare il suolo. I ricercatori stanno anche studiando la possibilità che le microplastiche possano essere ulteriormente scomposte da lombrichi e microrganismi, diventando così piccole da permeare il terreno dove vengono coltivate le piante di cui ci cibiamo. Una domanda a cui è importante rispondere, soprattutto guardando alle stime globali che  suggeriscono che fino al 32% delle confezioni di plastica che produciamo finiscono nell’ambiente.

Identificando una nuova fonte di rifiuti, questo studio ci offre un’altra strada per ridurli, magari con un packaging più intelligente, impianti più efficienti e il miglioramento delle leggi esistenti.