Tra il 15 e il 31% dei 9,5 milioni di tonnellate di plastica sversate ogni anno negli oceani potrebbero essere microplastiche primarie

Microplastiche, Iucn: sono tessuti sintetici e pneumatici le principali fonti dell’inquinamento marino

Provengono anche da rivestimenti marini, segnaletica stradale, cosmetici, pellets e polveri urbane

[22 febbraio 2017]

Secondo il rapporto “Primary microplastics in the oceans : a global evaluation of sources”, presentato oggi dall’Iucn  Global Marine and Polar Programme «Le minuscole particelle di plastica lavate via da prodotti come i vestiti sintetici e gli pneumatici per le auto potrebbero contribuire fino al 30%alla “zuppa di plastica” che inquina gli oceani del mondo e – in molti Paesi sviluppati – sono una grande fonte di inquinamento di plastica marina proveniente dai rifiuti di plastica».

Il rapporto esamina le microplastiche primarie: le plastiche che entrano gli oceani sotto forma di piccole particelle, al contrario dei macro-rifiuti di plastica che degradano in mare  – rilasciate da prodotti domestici e industriali in 7 regioni geografiche. L’Iucn sottolinea che «Le principali fonti di microplastiche comprendono pneumatici per auto, tessuti sintetici, rivestimenti marini, segnaletica stradale, prodotti per la cura personale, pellets di plastica e polveri urbane».

Secondo il rapporto, «Tra il 15 e il 31% dei circa 9,5 milioni di tonnellate di plastica sversate  ogni anno negli oceani potrebbero essere microplastiche primarie, quasi i due terzi delle quali provenienti dal lavaggio di tessuti sintetici e dalll’abrasione degli pneumatici durante la guida».

La direttrice generale dell’Iucn, Inger Andersen, sottolinea che «Questo rapporto è una vera rivelazione, che dimostra che i rifiuti di plastica non sono tutto quel che c’è di plastica dell’oceano. Le nostre attività quotidiane, come lavare i vestiti e guidare, contribuiscono in modo significativo all’inquinamento e al soffocamento nostri oceani, con effetti potenzialmente disastrosi per la ricca diversità della vita che ospitano e sulla salute umana. Questi risultati indicano che dobbiamo guardare ben oltre la gestione dei rifiuti, se vogliamo affrontare l’inquinamento dell’oceano nella sua interezza.L’Iucn invita quindi la leadership del settore privato ad intraprendere la necessaria ricerca e sviluppo per avviare i cambiamenti produttivi necessari».

Alcune aree del mondo sviluppato, come il Nord America, che hanno una gestione dei rifiuti più efficace rispetto a quella dei Paesi in via di sviluppo, le  microplastiche primarie  sono una fonte maggiore di inquinamento marino da plastica dei tradizionali rifiuti plastici. Il rapporto evidenzia che «I tessuti sintetici sono la principale fonte di microplastiche primarie in Asia e gli pneumatici predominano nelle Americhe, in Europa e in Asia centrale».

Joao de Sousa, marine project manager del Global Marine Programme dell’Iscn, spiega che «I risultati di questo rapporto hanno importanti implicazioni per la strategia globale per affrontare l’inquinamento da  plastica dell’oceano, che attualmente si concentra sulla riduzione dei rifiuti di plastica. Dimostrano che le soluzioni devono comprendere il design di prodotti e infrastrutture, così come il comportamento dei consumatori. Per esempio, gli abiti sintetici potrebbero essere progettati per disperdere un minor numero di fibre e i consumatori possono agire scegliendo più tessuti naturali che  quelli sintetici».

L’Iucn dice che i recenti appelli a vietare l’uso delle microsfere in cosmetica sono una buona iniziativa, ma  d fa notare che «questa fonte è responsabile solo per il 2% delle microplastiche primarie, gli effetti di un potenziale divieto sarebbero limitati».

Quello che è sempre pèiù chiaro è che l’inquinamento da plastica danneggia la fauna marina e ci somno sempre più prove che le microplastiche si accumulino nella catena alimentare, con conseguenze potenzialmente negative per la salute umana. L’Iucn sottolinea anche che «Gli effetti sugli ecosistemi fragili in regioni come l’Artico, dove microplastiche potrebbero influenzare la formazione e lo scioglimento del  ghiaccio, sono ancora sconosciuti».