Nuovo decreto Raee, Canè: «Quante criticità e quella regola sui 25 cm…»

[2 aprile 2014]

Il 12 aprile entrerà in vigore il decreto n. 49 del 14 marzo 2014 che  conclude l’iter di recepimento della Direttiva Europea sui Raee. A pochi giorni dal via abbiamo intervistato Gabriele Canè, Presidente AssoRAEE (Nella foto tratta da Symbola.net).

Presidente, quali sono i principali cambiamenti che introduce il decreto?

«È un decreto molto complesso. Dietro una apparente continuità, nasconde elementi di cambiamento notevoli che, tuttavia, per essere tali dovranno trovare riscontro in alcuni decreti attuativi. Fra le modifiche più rilevanti posso citare: l’obbligo per i sistemi collettivi dei produttori di assumere la forma di consorzio quale forma giuridica obbligatoria; gli stessi Consorzi dovranno avere uno statuto che, oltre a conformarsi ad uno statuto tipo approvato dal Ministero, dovrà anche essere specificamente approvato dal Ministero stesso prima della sua adozione; il possibile ingresso nei consorzi dei produttori di aziende sia della distribuzione che del trattamento, ingresso vincolato al parere dei produttori di AEE; l’obbligo per tutti gli impianti che trattano RAEE ad iscriversi, previa semplice comunicazione, ad un elenco tenuto dal CdC RAEE; l’obbligo per i centri di raccolta comunali di allestire specifiche aree ove stoccare i RAEE destinabili alla preparazione per il riutilizzo; viene introdotta una complessità burocratica elevatissima in quanto si prevede che, dalla raccolta al trattamento, i RAEE vengano raggruppati non in funzione del tipo di trattamento (come avveniva attualmente) ma per le 10 categorie di cui agli allegati che nulla hanno a che vedere con il tipo di trattamento cui verranno destinati. Questo comporterà un aumento della burocrazia, della confusione e, in fin dei conti, dei costi di gestione a tutti i livelli. I cambiamenti che ho citato non sono necessariamente positivi, anzi! L’elemento principale, condiviso da tutta la filiera dalla produzione al trattamento passando per la distribuzione, sostenuto anche dalle Regioni, da ANCI e dalla commissione parlamentare competente, ovvero l’introduzione di un livello di verifica della funzionalità degli impianti che si aggiungesse all’autorizzazione in modo da determinare condizioni operative uguali per tutti ovvero fare si che tutti gli impianti giocassero la stessa partita, ognuno con le proprie specificità organizzative e la propria efficienza, è stata disattesa. Il trattamento dei RAEE, se fatto “alla garibaldina” ovvero senza il raggiungimento dei livelli di recupero che la legge prevede, costa molto meno del trattamento fatto secondo i criteri di qualità richiesti dalle norme tecniche europee. La sola autorizzazione non è sufficiente a garantire che un impianto operi secondo tali criteri minimi di qualità e questo crea una situazione di disparità che finisce per penalizzare proprio le aziende che maggiormente hanno investito in impianti e qualità di trattamento».

Servirà, a suo giudizio, al nostro Paese a raggiungere gli obiettivi previsti, che in soli 5 anni dovranno passare da 4 kg annui di RAEE raccolti per abitante ad almeno 16 kg?

«L’allargamento della rendicontazione a tutti gli impianti che trattano RAEE e non solo a quelli che lavorano per i sistemi collettivi farà sicuramente aumentare le quantità ufficialmente trattate, tuttavia il vero miglioramento si avrà solo con il potenziamento della raccolta esteso a tutto il territorio nazionale e con la repressione vera delle attività di esportazione illecita di RAEE come apparecchiature usate, pratica di cui si sono avuti echi recenti anche sulla stampe e che, pare, abbiano visto coinvolte anche delle Onlus».

Non era stato facile introdurre l’1 contro 1, ora addirittura si prevede la possibilità dell’1 contro zero, cioè la possibilità per il consumatore di consegnare presso i punti vendita più grandi i RAEE di piccole dimensioni (inferiori ai 25 cm), gratuitamente e senza dover acquistare un nuovo prodotto. Non le pare che siano più slogan che interventi in grado di dare aiuto concreto sul recupero dei RAEE?

«Intanto 25 centimetri, che è esattamente ciò che è scritto nel decreto, è una misura lineare, i RAEE sono tridimensionali, ovviamente! Non si capisce se i 25 cm riguardino ogni lato o siano l’ingombro lineare massimo. Si introduce, inoltre, un concetto dimensionale in luogo di un concetto di tipologia. Mi spiego: una lampada a risparmio energetico è sicuramente inferiore a 25 cm, tuttavia gettarla in un cassone stradale assieme a telefonini o altri RAEE di ridotte dimensioni sarebbe disastroso innanzi tutto per la salute e l’ambiente in quanto si provocherebbe la rottura di tali lampade con la conseguente emissione di agenti fortemente inquinanti quali il mercurio. Comunque la raccolta 1 contro 0, adeguatamente pubblicizzata e comunicata, potrebbe funzionare, così come funziona in altri paesi europei».

In Italia è possibile chiudere la filiera del recupero? Ci sono impianti che riciclano i materiali contenuti in questi rifiuti?

«Alcuni materiali e sostanze, contenute nei RAEE in percentuali minime, abbisognano di masse critiche elevate che difficilmente possono essere raggiunte anche in un solo paese, faccio l’esempio di alcuni metalli preziosi e delle Terre Rare. Va anche detto che il mercato delle materie prime è ormai un mercato mondiale, ragionare in termini nazionali o pensare a misure di sostegno all’industria del riutilizzo nazionale, laddove non vi siano motivi politico strategici per farlo, è antistorico. È sicuramente opportuno che il trattamento dei RAEE avvenga in impianti posti il più vicino possibile alla produzione degli stessi, il trattamento riduce i volumi di materiale da spostare ed ottimizza la logistica. Il riutilizzo finale avverrà dove il mercato indica in Italia o all’estero».

Il decreto prevede anche misure volte a incentivare la preparazione al riutilizzo (che è una delle fasi della gerarchia previste dalla direttiva sui rifiuti) delle AEE anziché farle diventare “subito” rifiuti. Le specifiche di questa attività saranno definite da un decreto ad hoc, ma lei crede che sarà facilmente attivabile?

«Su questo passaggio il decreto rischia di fare confusione e creare danno. La preparazione per il riutilizzo avviene su apparecchiature che sono già divenute rifiuto. Occorre tenere distinto questo concetto dal commercio di apparecchiature usate che, da sempre, ha una sua legittimità ma che non riguarda i rifiuti. Inoltre la preparazione per il riutilizzo deve essere condotta in modo professionale e deve garantire gli standard di sicurezza per l’utilizzatore finale dell’apparecchiatura preparata. Chi prepara un RAEE per il riutilizzo trasforma un RAEE in una AEE che deve essere conforme, prima di tutto, alle norma di sicurezza sui prodotti. La preparazione per il riutilizzo è un fatto positivo, ma non può essere banalizzata o fatta da chiunque senza né regole né garanzie».

Il Presidente di Cispel Toscana sostiene nell’intervento che ha fatto su greenreport.it che questo decreto svantaggia il gestore ma soprattutto i cittadini, perché aumenta la burocratizzazione della gestione dei Centri di raccolta e quindi ciò comporterà un aggravio dei costi   sul gestore e quindi sui cittadini. E’ d’accordo?

«Sono d’accordo con una precisazione: la burocratizzazione, cui ho fatto accenno anche in precedenza, scarica i suoi costi sui cittadini in quanto tali o sui consumatori. Ciò che ritengo più allarmante è che si chiede ai Centri di Raccolta di decidere quali RAEE sono in condizioni di essere preparati per il riutilizzo e quali invece devono andare a trattamento adeguato. Questa attività di cernita presuppone una preparazione tecnica che il personale delle isole ecologiche non ha e non può avere.

Il punto vero è che la burocrazia è, nella maggior parte dei casi, tempo perso in attività di nessuna utilità ovvero costi improduttivi che si scaricano sulla collettività, una zavorra che obera il nostro paese in tutti i campi, ma segnatamente in quello dei rifiuti, che penalizza chi si comporta secondo le regole e finisce, paradossalmente, per premiare gli eco furbi, rende il nostro paese meno competitivo degli altri partner europei».