Ona: «Di amianto si morirà per altri 130 anni, bonifiche non finiranno prima del 2102»

E in Italia già oggi non esistono le discariche indispensabili per gestire i rifiuti post-bonifica

[4 luglio 2017]

Nonostante in Italia la vendita di amianto si vietata sin dal 1992, le malattie asbesto correlate continuano a crescere sul territorio. Secondo i nuovi dati epidemiologici diffusi dall’Osservatorio nazionale amianto (Ona) il trend dei mesoteliomi è in continuo aumento, con 1800 casi del 2015 e 1900 nel 2016 (a fronte dei 20.629 casi per il periodo 1993-2011).

Questo perché le importazioni italiane di amianto grezzo sono state superiori a 50mila tonnellate/anno fino al 1991, e il periodo di più intenso utilizzo e di più elevata esposizione all’amianto in Italia è quello dal 1960 al 1985: tenendo conto dei tempi di latenza, il presumibile picco delle patologie asbesto-correlate, ed in particolare dei mesoteliomi, si verificherà tra il 2020 ed il 2030.

«Di amianto si continua e purtroppo si continuerà a morire per i prossimi 130 anni – dichiara amaramente Ezio Bonanni, presidente Ona – considerando che, anche con le più rosee aspettative, le bonifiche non finiranno prima di 85 anni. Ecco perché occorre bonificare al più presto i 40.000.000 di tonnellate contenenti amianto che sono disseminate nell’intero nostro territorio nazionale».

Come ricorda infatti l’Ona durante la conferenza “Italia: la Repubblica dell’amianto”, le quantità di amianto e di materiali contenenti amianto sono pari a circa 40 milioni di tonnellate (32 secondo le stime CNR-Inail), di cui 34 milioni a matrice compatta e circa 6 milioni in matrice friabile, con circa 50mila siti e 1 milione di micrositi: più di 3milioni sono stati i lavoratori esposti all’amianto nel corso dei decenni ed ancora oggi ci sono centinaia di migliaia di cittadini esposti e quindi il rischio di contrarre patologie asbesto-correlate non può dirsi circoscritto.

«Anche le scuole sono imbottite di amianto: 2.400 in Italia per fermarci a quelle che abbiamo censito, ma temiamo che siano di più», insiste Bonanni. Il mesotelioma presuppone sempre l’esposizione ad amianto, salvo rari casi, ed è di origine professionale per il 90% dei casi per gli uomini e in circa il 50% per le donne: i dati elaborati dall’Ona permettono la ripartizione dei casi di mesotelioma nei diversi comparti, tra i quali spiccano quello edile per il 15,2%; quello dell’industria metalmeccanica, più dell’8,3%; quello dell’industria tessile, per più del 7%; quello della cantieristica navale per circa il 7%, quello della Difesa con il 4,1% o il settore dei rotabili ferroviari, con 505 casi censiti al 2011.

Il risultato è che, oggi, solo in Italia sono più di 6.000 coloro che perdono la vita ogni anno per malattie amianto correlate (mesotelioma pleurico, alla tunica vaginale del testicolo, al pericardio e al peritoneo; cancro ai polmoni, alla faringe, alla laringe, allo stomaco, al fegato, all’esofago, al colon e al retto, alle ovaie, etc., e per patologie fibrotiche, tra le quali asbestosi, placche pleuriche e ispessimenti pleurici e loro complicanze cardiocircolatorie), cui si aggiungono decine di migliaia di nuovi malati.

Un’emergenza, dunque, che non è soltanto sanitaria e giudiziaria, ma anche sociale ed economica. Un’emergenza cui sapremmo come rispondere, ma per la quale le azioni a contrasto latitano ormai da decenni. L’Ona ribadisce dunque le proprie proposte: «Mappatura e bonifica (la prevenzione primaria per evitare ogni forma di ulteriore esposizione quale unico strumento effettivamente efficace anche per debellare complessivamente questo tipo di patologie), ricerca scientifica e sorveglianza sanitaria (per ottenere la diagnosi precoce e le cure migliori) e l’assistenza ai cittadini, ai lavoratori malati e ai loro familiari, oltre al risarcimento dei danni e alla punizione dei colpevoli».

Nel computo non viene però esplicitato uno dei temi cruciali nella lotta all’amianto in Italia, ovvero la tragica mancanza di discariche sul territorio indispensabili per gestire in sicurezza l’amianto una volta effettuate le bonifiche. Come osserva il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, infatti, ad oggi sull’intero territorio nazionale sono presenti appena 22 discariche con celle ad hoc per l’amianto: ecco perché su 340mila tonnellate di rifiuti contenenti amianto prodotte nel 2014, 156mila sono state quelle esportate in Germania. Un trasporto dai costi enormi, ambientalmente rischioso e contrario ai principi di prossimità e sostenibilità.

«Uno dei principali problemi è che mancano le discariche – dichiarano al proposito dal ministero dell’Ambiente – a volte i monitoraggi non vengono effettuati perché poi nasce il problema di dove poter smaltire l’amianto». Un paradosso crudele: mentre l’amianto continua a fare 6mila morti l’anno, a fare più paura di questo pericolo disperso ovunque è spesso la presenza di una discarica gestita a norma di legge, l’unico argine possibile all’avanzata del killer silenzioso.

L. A.