Piombino, senza bonifiche «nuvole di polvere di amianto potrebbero invadere la città»

Legambiente chiama in causa le istituzioni: «Ormai si è capito che Aferpi o altri privati non intendono muoversi celermente per smantellare e bonificare gli impianti»

[25 ottobre 2017]

A Piombino le bonifiche sono una promessa che si insegue da decenni – il Sin è stato istituito nel 1998, perimetrato nel 2000, bonificato al 45% – ma che non è ancora dato sapere come e quando si concretizzerà. All’interno degli oltre 900 ettari a terra, ad oggi, l’unico fazzoletto dove la riqualificazione ambientale sta avanzando è quello al quale lavora l’azienda Rimateria. Dei 50 milioni di euro annunciati ormai nel 2014 per portare avanti le bonifiche, tramite la regia di Invitalia, almeno per quanto riguarda la falda, si è persa ogni traccia; durante un’audizione parlamentare tenutasi nei mesi scorsi, da parte della stessa Invitalia è stata ventilata l’ipotesi di dover attendere più di mezzo secolo ancora per concludere le bonifiche, strozzate nella ferrea morsa della burocrazia.

Un immobilismo che è specchio perfetto di quello riguardante il rilancio produttivo dell’acciaieria ex-Lucchini, e forse presto – il 31 ottobre scadono i termini dell’addendum stabiliti per presentare, da parte dell’attuale proprietà, un nuovo Piano e partner industriale – ex-Aferpi. Nel frattempo, l’attesa delle bonifiche non è indifferente per gli impianti: la loro tenuta peggiora di giorno in giorno, come torna a denunciare Legambiente Val di Cornia.

«Anche dall’esterno della fabbrica vediamo capannoni con lamiere arrugginite, una gru che sovrasta via Porto Vecchio ferma da più di dieci anni, ma ci preoccupano maggiormente gli impianti imbottiti di amianto friabile che ad ogni alito di vento possono portare dentro la fabbrica, dove alcuni operai continuano a lavorare, e in città, fibre di questo pericolosissimo inquinante».

L’incubo che carsicamente torna è sempre quello, l’amianto. «L’amianto friabile, materiale termoisolante e antincendio – ricorda il Cigno verde locale – è stato infatti spruzzato per rivestimenti, utilizzato in pannelli termoisolanti, in rivestimenti inferiori di pavimenti, per isolamento di tubi, per pannelli antincendio, in apparecchi elettrici e in vecchi quadri elettrici. Questi impianti che contengono amianto in molteplici forme, possono rompersi, fessurarsi, possono addirittura crollare e allora sarebbe un disastro ambientale ed economico. Lo smantellamento e la bonifica di un impianto che sta ancora in piedi ha un costo notevole ma quello di uno crollato è dieci volte tanto. L’aumento del degrado impiantistico, con lo spolveramento di tutti quei componenti coibentati utilizzando amianto nella pericolosissima forma friabile  o anche la presenza di cemento–amianto reso ugualmente pericoloso dal degrado o dal mancato trattamento costituisce un pericolo non più trascurabile. Il peggioramento della stabilità di alcuni manufatti potrebbe causarne il crollo ed avere conseguenze gravissime: nuvole di polvere di amianto potrebbero invadere la città».

Un rischio sempre più concreto quello dell’esposizione all’amianto che, è bene sapere, non riguarda certo solo la città di Piombino. In Toscana si stima siano presenti oltre 2 milioni di tonnellate d’amianto, e – dramma nel dramma – anche se le bonifiche si facessero tutte e subito non sapremmo come gestire secondo logica di sostenibilità e prossimità tutti i rifiuti contenenti amianto che ne deriverebbero. Lo smaltimento in sicurezza dei materiali in discariche dedicate sarebbe la soluzione più sostenibile, ma non ve ne sono; il Piano rifiuti e bonifiche (Prb) regionale già nel 1999 prevedeva che, almeno, le discariche in esercizio si dotassero di un modulo adeguato ad accogliere l’amianto, ma le poche aziende che cercano ancora oggi di adeguarsi – come Rimateria a Piombino, o Rea Impianti a Rosignano Marittimo – spesso si trovano a scontrarsi con le resistenze dei territori, che nella discarica vedono un problema anziché (parte della) soluzione: un impianto del resto è un “nemico” ben più identificabile dell’amianto stesso, che in compenso continua così ad annidarsi indisturbato nelle nostre case, nelle nostre scuole, nelle nostre industrie.

Per quanto riguarda quella siderurgica di Piombino in particolare, Legambiente sottolinea che «da ben oltre due mesi e a varie riprese Legambiente ha segnalato all’Amministrazione comunale il problema degli impianti industriali dismessi dalla fabbrica siderurgica», rivendo come risposta notizia di «riunioni fra varie istituzioni, fra cui la Regione, lettere di richiesta informazioni ad Aferpi. Ma non abbiamo notizie di ispezioni da parte di tecnici di strutture pubbliche per verificare lo stato di sicurezza e di inquinamento». Per questo gli ambientalisti sollecitano – anche il mondo della stampa – un pressing maggiore «per spingere le istituzioni a ricercare finanziamenti per gli smantellamenti e la bonifica degli impianti a cominciare da quelli più pericolosi. Ormai – concludono da Legambiente – si è capito che Aferpi o altri privati non intendono muoversi celermente per smantellare e bonificare gli impianti, solo per la cokeria occorrerebbero decine di milioni».