Plastic planet: come le microplastiche stanno inquinando il suolo e chi ci vive

L'inquinamento da microplastiche del suolo è molto più alto di quello marino: da 4 a 23 volte superiore, a seconda dell'ambiente

[9 aprile 2018]

Le milioni di tonnellate di plastica che si accumulano negli oceani del mondo stanno attirando molta attenzione da parte dei media, ma probabilmente l’inquinamento da plastica rappresenta una minaccia ancora maggiore per le piante e gli animali – compresi gli esseri umani – che vivono sulla terraferma. Come sottolinea l’United Nations environment programme (Unep) «pochissima parte della plastica che buttiamo via ogni giorno viene riciclata o incenerita nelle strutture di termovalorizzazione. Gran parte finisce nelle discariche, dove possono essere necessari fino a 1.000 anni per decomporla, lisciviando sostanze potenzialmente tossiche nel suolo e nell’acqua». Quindi, anche l’Unep non colpevolizza la plastica ma la gestione dei rifiuti, il mancato riciclo delle plastiche o la loro termovalorizzazione, e infine l’assenza di una chiusura del ciclo con il permanere di discariche – o meglio di quelle che non rispettano standard elevati di sicurezza. Non a caso #BeatPlasticPollution è il tema del World Environment Day 2018 e dal 2 al 4 maggio si terrà alla Fao a Roma il Global symposium on soil pollution, al quale è previsto parteciperanno da 500 a 700 esperti e decisori politici e durante il quale le materie plastiche e le microplastiche saranno discusse sotto la categoria “Prodotti chimici a preoccupazione emergente”. Altri esempi di queste sostanze chimiche sono gli ormoni, gli interferenti endocrini e i prodotti farmaceutici.

Lo studioMicroplastics as an emerging threat to terrestrial ecosystems”, pubblicato recentemente da un team di ricercatori del Leibniz-Institut für Gewässerökologie und Binnenfischerei (Ligb)  e della Freie Universität Berlin su Global Change Biology avverte che «l’impatto delle microplastiche nei suoli, nei sedimenti e nelle acque dolci potrebbe avere un effetto negativo a lungo termine su tali ecosistemi». Anderson Abel de Souza Machado, il ricercatore dell’Iigb a capo dello studio, aggiunge: «Sebbene in questo settore siano state condotte solo poche ricerche, i risultati fino ad oggi dimostrano che: i frammenti di plastica sono presenti praticamente in tutto il mondo e possono innescare molti tipi di effetti avversi. Gli effetti precedentemente osservati delle microplastiche e delle nanoplastiche sugli ecosistemi terrestri di tutto il mondo indicano che questi ecosistemi potrebbero anche essere seriamente a rischio».

Oltre 400 milioni di tonnellate di plastica vengono prodotte a livello globale ogni anno. Si stima che un terzo di tutti i rifiuti di plastica finisca nei suoli o nelle acque dolci, e gli scienziati dicono che «l’inquinamento microplastico terrestre è molto più alto dell’inquinamento microplastico marino: è stimato da 4 a 23 volte superiore, a seconda dell’ambiente. Generalmente, quando le particelle di plastica si degradano acquisiscono nuove proprietà fisiche e chimiche, aumentando il rischio di avere un effetto tossico sugli organismi. E più grande è il numero di specie e di funzioni ecologiche potenzialmente interessate, maggiore è la probabilità che si verifichino effetti tossici».

Alcune microplastiche presentano proprietà che potrebbero avere effetti dannosi diretti sugli ecosistemi. Ad esempio, le superfici di piccoli frammenti di plastica possono ospitare organismi patogeni e agire come un vettore che trasmette malattie nell’ambiente. Le microplastiche possono anche interagire con la fauna del suolo, influenzandone la salute e le funzioni del suolo. Ad esempio, quando sono presenti microplastiche nel terreno i lombrichi creano le loro gallerie in modo diverso, quindi le microplastiche influenzano la forma fisica del lombrico e le condizioni del terreno.

I ricercatori tedeschi spiegano che durante la fase di decomposizione delle plastiche, gli effetti chimici sono particolarmente problematici: «Rilasciano additivi come gli ftalati e bisfenolo (Bpa)  che sono noti per i loro effetti ormonali e possono disturbare il sistema ormonale di vertebrati e invertebrati. Inoltre, particelle di dimensioni nanometriche possono causare infiammazione, attraversare le barriere cellulari e attraversare persino membrane altamente selettive come la barriera emato-encefalica o la placenta. All’interno della cellula possono innescare, tra le altre cose, cambiamenti nell’espressione genica e nelle reazioni biochimiche. Gli effetti a lungo termine di questi cambiamenti non sono stati ancora sufficientemente esplorati. Tuttavia, è già stato dimostrato che quando si passa la nanotrasmissione della barriera emato-encefalica ha un effetto modificante del comportamento nei pesci».

Una delle fonti principali  fonti attraverso le quali le microplastiche entrano nell’acqua dolce sono i nostri vestiti. L’Unep evidenzia che «minuscole fibre di acrilico, nylon, spandex e poliestere vengono liberate ogni volta che laviamo i vestiti e vengono trasportate negli impianti di trattamento delle acque reflue o scaricati nell’ambiente aperto». Secondo un recente studio dell’università di Chicago citato da Water World, durante ogni ciclo di lavatrice potrebbero essere rilasciate nell’ambiente più di 700.000 fibre di plastica . E non è stato ancora studiato il caso del  lavaggio a mano, che è più comune nei Paesi in via di sviluppo, ma anche in quel caso gli effetti potrebbero essere significativi.

Lo studio  “Microfiber Masses Recovered from Conventional Machine Washing of New or Aged Garments”, commissionato nel 2016 da “Patagonia” all’Università della California – Santa Barbara, ha rilevato che «il lavaggio di una singola giacca sintetica rilascia ogni volta in media 1,7 grammi di microfibre».

Le  microsfere o microperle sono particelle di plastica solide che in genere vanno da 10 micrometri fino a un millimetro (0,039 pollici). In tutto il mondo, numerosi Paesi (compresi Italia, Canada, Irlanda, Paesi Bassi e Regno Unito) hanno introdotto una legislazione che vieta la produzione di cosmetici e prodotti per la cura personale contenenti microperle.

Lo studio tedesco ricorda che «gli esseri umani ingeriscono anche le microplastiche attraverso il cibo: sono già state rilevate non solo nel pesce e nei frutti di mare, ma anche nel sale, nello zucchero e nella birra. Potrebbe essere che l’accumulo di plastica negli organismi terrestri sia già comune ovunque, anche tra quelli che non “ingeriscono” il loro cibo. Ad esempio, piccoli frammenti di plastica possono essere accumulati nei lieviti e nei funghi filamentosi. L’assunzione e l’assorbimento di piccole microplastiche potrebbero rivelarsi il nuovo fattore di stress a lungo termine per l’ambiente. Al momento, tuttavia, mancano metodi standardizzati per la determinazione delle microplastiche negli ecosistemi terrestri al fine di produrre una valutazione accurata della situazione. Per esempio, rilevare piccoli frammenti di particelle di plastica nel suolo è spesso un processo difficile e laborioso».

Il nuovo studio dell’Ligb sottolinea l’importanza di avere dati affidabili e basati sulla scienza riguardo alla degradazione e agli effetti delle microplastiche: «Questi dati sono necessari per essere in grado di rispondere efficacemente alla contaminazione da microplastiche e al rischio che rappresentano per gli ecosistemi terrestri, dove, dopo tutto, si accumula la maggior parte dei rifiuti plastici che entrano nell’ambiente».