Rifiuti, ecco come calcolare (e provare a ridurre?) la Tari: lo spiega il ministero dell’Economia

Gestione associata del servizio e impianti vicini per espletarlo riducono i costi standard, mentre incrementare la raccolta differenziata li aumenta (ma vale comunque la pena, se di qualità)

[9 febbraio 2018]

In Italia la tassa sui rifiuti ha collezionato negli anni un ampio ventaglio di nomi (Tarsu, Tia1,Tia2, Tares, Tari, tariffa puntuale…), rimanendo però sempre e comunque oggetto di aspre dispute: c’è chi la considera l’ennesimo balzello imposto al cittadino, chi la usa come arma impropria per la propaganda elettorale, chi la evade e chi invece si ritrova suo malgrado a pagarla anche per chi non l’ha fatto. Pochi mettono invece pragmaticamente in relazione la tassa col servizio che questa finanzia.

Per fare un po’ di chiarezza è intervenuto ieri il ministero dell’Economia, dipartimento delle Finanze, pubblicando delle linee guida relative ai cosiddetti fabbisogni standard. Perché è questa la prima novità sulla Tari 2018: i comuni devono avvalersi anche delle risultanze dei fabbisogni standard – ovvero le “reali” necessità finanziarie dell’Ente Locale per finanziare un efficiente (ed efficace) servizio di gestione rifiuti – nella determinazione dei costi relativi al servizio di smaltimento dei rifiuti.

Innanzitutto è necessario ricordare che la tassa sui rifiuti (la Tari, appunto) è diretta a finanziare i costi del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti, e per legge deve coprire integralmente questi costi (di investimento e di esercizio), ad esclusione di quelli relativi ai rifiuti speciali – alla cui gestione provvedono a proprie spese i relativi produttori.

Chi (e come si) decide la Tari, dunque? È il Mise a ricordare che spetta ad ogni consiglio comunale deliberare le tariffe Tari per il territorio di spettanza, in conformità al piano finanziario che deve essere redatto dal soggetto che svolge il servizio di gestione dei rifiuti (ma che comunque deve essere approvato dal consiglio comunale stesso, o da altra autorità competente a norma delle leggi vigenti).

L’introduzione dei fabbisogni standard non cambia questo principio: anzi, i fabbisogni standard del servizio rifiuti «possono rappresentare solo un paradigma di confronto per permettere all’ente locale di valutare l’andamento della gestione del servizio rifiuti».

Ogni comune prende dunque semplicemente nota dei fabbisogni standard del servizio raccolta e smaltimento rifiuti, sulla cui base «potrà nel tempo intraprendere le iniziative di propria competenza finalizzate a far convergere sul valore di riferimento eventuali valori di costo effettivo superiori allo standard che non trovino adeguato riscontro in livelli di servizio più elevati».

Ma quali sono le componenti del costo standard? Il parametro più rilevante per definirlo, sottolineano dal Mise, è la stima del costo medio nazionale di riferimento per la gestione di una tonnellata di rifiuti –  corrispondente a 294,64 euro – rispetto alla quale il costo standard di riferimento di ogni comune può discostarsi, verso l’alto o verso il basso, in ragione di varie caratteristiche che il dipartimento delle Finanze si è preso la briga di elencare. Ne riportiamo di seguito alcune tra le più rilevanti:

  • la quota di raccolta differenziata rilevata in più o in meno rispetto alla media nazionale pari al 45,3% (l’1% in più di raccolta differenziata rispetto alla media nazionale produce un incremento del costo standard di 1,149 euro per tonnellata);
  • la distanza fra il comune e gli impianti cui vengono conferite le differenti tipologie di rifiuto, rilevata in km rispetto alla media nazionale pari a 32,34 km (1 km di distanza in più rispetto alla media nazionale aumenta il costo standard di 0,41 euro per tonnellata);
  • il numero e la tipologia degli impianti presenti a livello provinciale (ad esempio, per ogni impianto di compostaggio il costo standard si riduce di 2,15 euro per tonnellata);
  • la forma di gestione associata del servizio (ad esempio, la gestione in unione mostra mediamente un costo standard più basso di 5,81 euro per tonnellata);

In altre parole, all’aumentare delle percentuali di raccolta differenziata il costo di gestione dei rifiuti non diminuisce come vulgata vorrebbe, ma anzi aumenta come documentato già dalle imprese di settore (qui e qui, ad esempio); si riduce invece se e quando il comune ha a disposizione entro un raggio di chilometri ragionevole gli impianti industriali necessari a chiudere in modo efficace ed efficiente il ciclo integrato dei rifiuti, e nei casi in cui tale gestione non viene condotta in solitaria ma in “gestione associata” – ovvero facendo squadra coi territori circostanti.

Quegli amministratori che volessero realmente provare a ridurre la Tari pagata dai propri concittadini dovrebbero dunque tenere conto di questi fattori, con una postilla importante: più raccolta differenziata significa servizi più complessi e dunque economicamente più costosi nel breve termine, ma – quando la raccolta differenziata è di buona qualità, elemento essenziale per l’avvio a riciclo dei materiali raccolti – anche la possibilità di un’economia più circolare, e dunque efficiente nell’utilizzo delle scarse materie prime a disposizione. Un fattore importante per ridurre i costi – economici, ambientali e sociali – che complessivamente la nostra società è chiamata a pagare.