Tunisia: la corruzione dietro la catastrofe ambientale della “gestione” dei rifiuti

[24 luglio 2014]

Dopo la rivoluzione dei gelsomini, in Tunisia il sistema della gestione dei rifiuti è sempre più inefficiente e questo sta causando disordini sociali in diverse regioni del piccolo Paese arabo a sud dell’Italia. L’avvocatoFaouzia Bacha Amdouni ha convocato recentemente una conferenza stampa a Tunisi  per circoscrivere una situazione che sembra avere contorni politici sempre più inquietanti. Come riferisce il giornale tunisino La Prese, l’avvocato ha detto che «La gente ha la tendenza di accusare la rivoluzione di tutti i mali, comprese la catastrofe ambientale che persiste da tre anni nel paese. Infatti, quest’ultima non è stata causata dalla rivoluzione, ma piuttosto dalla corruzione e dal regime mafioso, i cui cacicchi sono ancora là e non vogliono cambiare le cose per paura di essere scoperti».

Secondo la Amdouni, «I tre governi successive e le autorità di tutela non sono riusciti a trovare soluzione nemmeno per la raccolta dei rifiuti che invadono le strade e la vita dei tunisini. Lo stesso dipartimento dell’ambiente è stato creato nel 2005, non per sviluppare le politiche ed i progetti innovativi di trattamento dei rifiuti o di impianti di igienizzazione, ma per ricevere le risorse dei donatori di fondi internazionali ed investirle, in assenza totale di controllo, in progetti personali a profitto dei clan al potere e dei loro familiari».

Quindi la Amdouni accusa anche Ue ed Italia di aver finanziato progetti sui rifiuti, che hanno coinvolto anche nostre imprese ed associazioni, e di aver poi distolto lo sguardo da come la dittatura di Ben Ali li metteva, o meglio faceva finta di metterli, in atto. A sua sostegno la coraggiosa avvocato ha portato il  rapporto della Corte dei Conti del 2012 che parla espressamente di «Fondi colossali destinati, all’inizio, alla realizzazione di progetti ambientali e che sono stai erogati, durante il periodo 2007-2010, dal ministero dell’ambiente attraverso le sue agenzie (Anged, Anpe, Apal, Onas, Citet… ), per esaudire i desideri della mafia che era al potere prima del gennaio  2011».

La Amdouni  ha citato alcuni esempi dell’utilizzo fraudolento dei fondi stranieri, come l’acquisto da parte del ministro dell’ambiente ( un parente di  Ben Ali) di medicine per malattie croniche per un ammontare di oltre 6.000 dinari, la manutenzione dei dintorni dell’Ecole internationale de Carthage, una struttura privata di Leïla Ben Ali, per un investimento di circa 178.000 dinari, la gestione di un bus per la campagna elettorale presidenziale oppure i 400.000 dinari spesi per acquistare giochi per i bambini delle famiglie fedeli al regime  o i 10.000 dinari per acquistare fiori spesi nel 2009.

Ma allora perché non è stata trovata nessuna alternativa ad un sistema di gestione dei rifiuti inefficace? Secondo la Amdouni  «Perché sono numerosi i responsabili ancora nelle loro funzioni all’interno delle agenzie interessate del dipartimento dell’ambiente che operano non per progettare nuove strategie, ma per occultare i loro coinvolgimenti negli affari di corruzione».

La cattiva gestione dei rifiuti sta esasperando i tunisini e aumentano le proteste, come quelle recenti a  Guellala a Djerba, dove chi vive vicino alle discariche chiede la chiusura dei siti mal gestiti e che sembrano legati all’aumento di gravi malattie

Karim Abdelwaheb, presidente dell’Association tunisienne pour la promotion de la santé, è molto preoccupato per la gestione dei rifiuti ospedalieri, assicurata, nella maggior parte dei casi, da società private che non vengono controllate né dal ministero della salute né dall’Anged, capofila per questo tipo i contratti, ed ha rivelato a La Presse: «Abbiamo condotto delle indagini che hanno confermato che nessuna società gestisce convenientemente questi rifiuti pericolosi per la salute umana e l’ambiente».

Nabil Hammada, president dell’Association tunisienne des ingénieurs agronomes (Atia), definito «Bomba a scoppio ritardato» il sistema di raccolta dei reflui urbani e del percolato delle discariche  ed ha aggiunto che «Gli impatti degli attuali metodi di trattamento delle acque ed anche dei rifiuti (interrati, collettati in bacini a cielo aperto, lo sversamento delle acque nelle dighe… ) avranno delle gravi ripercussioni a lungo termine sulle aziende agricole, l’acqua, le produzioni agricole. Quello che ha contribuito ad innescare gli ultimi scontri a Guellala a Djerba, è ancora l’implosione dei bacini del percolato (acque tossiche) e l’infiltrazione delle acque nei campi agricoli, che hanno provocato la rivolta degli agricoltori di questa località».

Se si vuole capire le ragioni dell’immigrazione dall’altra sponda del Mediterraneo, forse bisognerebbe guardare ai danni fatti da una finta e mal gestita “cooperazione” che ha nascosto quel che tutti sapevano: il foraggiamento di regimi cleptocratici e familistici attraverso progetti, anche ambientali, che non hanno sortito nessun effetto se non quello di ingrassare i conti in banca degli uomini dei regimi nel nome di uno sviluppo sostenibile che non c’è stato.

L’Italia e l’Europa non potranno cambiare rotta e fare ammenda dei loro consapevoli errori se non ascolteranno la voce del movimento democratico tunisino e degli altri Paesi arabi.