Il loro utilizzo può deresponsabilizzare i cittadini, e accrescere il problema

Unep: le bioplastiche non sono la risposta giusta contro i rifiuti marini

Una volta finite in acqua, spesso mancano le condizioni per la loro completa biodegradazione

[19 novembre 2015]

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Non esistono soluzioni facili a problemi complessi: se nell’approccio alla sostenibilità esistono regole generali, certo quest’evidenza ne fa pienamente parte. L’ultima riprova arriva dal rapporto “Biodegradable Plastics and Marine Litter. Misconceptions, Concerns and Impacts on Marine Environments“, prodotto direttamente dall’Unep, il Programma delle Nazioni unite per l’ambiente.

Esattamente vent’anni fa veniva lanciato il Programma globale di azione per la protezione dell’ambiente marino da attività condotte sulla terraferma (Gpa), e oggi ci troviamo costretti ad ammettere che non è stato un successo. L’esempio dei rifiuti marini è lampante, e caratterizza purtroppo anche le acque italiane: come testimonia l’ultima campagna condotta da Legambiente, durata due anni, i nostri mari traboccano di rifiuti: sono stati rilevati 32 frammenti galleggianti ogni kmq, costituiti prevalentemente da materiali plastici. Una volta in acqua, le plastiche si deteriorano e frammentano fino a ridursi nelle cosiddette microplastiche, pericolosi rifiuti marini che infestano l’ambiente acquatico e anche la catene alimentari collegate.

La semplicistica soluzione proposta davanti al dilagare del fenomeno, anche in Italia, è quella di condannare il materiale in sé – la plastica – anziché la sua irresponsabile gestione. Da qui l’infatuazione diffusa per le plastiche biodegradabili: materiali che, anche in questo caso è bene non semplificare, conservano grandi potenzialità per lo sviluppo dell’economia verde (e l’industria italiana in questo campo è un’eccellenza mondiale), ma che non è possibile investire di proprietà taumaturgiche.

La conferma arriva direttamente dall’Onu. Lo studio appena diffuso evidenzia infatti due fattori; il primo di natura fisica, l’altro derivante da condizionamenti psicologici.

La completa biodegradazione della plastica, innanzitutto, «si verifica in condizioni che sono raramente (per non dire mai) si incontrano in ambienti marini». Alcuni di questi polimeri, ricorda infatti l’Onu, richiedono addirittura compostiere industriali e l’esposizione prolungata a temperature superiori ai 50 °C per disintegrarsi. È assai difficile che questo avvenga in mare, e questo mina alla base la teoria secondo la quale le plastiche biodegradabili sarebbero in grado di svolgere, per il solo fatto di esistere, un ruolo importante nel ridurre gli impatti ambientali negativi derivante dalla dispersione dei rifiuti.

Non solo. Già oggi l’Unep stima che ogni anno vengano prodotte circa 280 milioni di tonnellate di plastica al mondo, eppure solo una piccola parte di queste viene poi effettivamente riciclata (in Italia, ad esempio, spesso si preferisce bruciare gli imballaggi plastici raccolti in modo differenziato piuttosto che procedere al recupero di materia). A causa dell’inciviltà dei consumatori (in definitiva, di noi cittadini), una frazione importante di questa plastica – stimata in 20 milioni di tonnellate – finisce poi dispersa in mare una volta diventata rifiuto. Il peggio che potrebbe accadere per combattere l’aumento di rifiuti marini sarebbe dunque aumentare alla fonte la dispersione di spazzatura in mare. Eppure, è quello che sembra stia già accadendo con l’uso delle bioplastiche.

L’Unep individua infatti «prove limitate» che suggeriscono come etichettare prodotti come ‘biodegradabili’ aumenti l’inclinazione del pubblico a gettare via irresponsabilmente i rifiuti: «Etichettare un prodotto come biodegradabile – afferma l’Unep – può essere visto come una soluzione tecnica che rimuove la responsabilità dell’individuo, con conseguente riluttanza ad agire». È quello che hanno già constatato ricerche citate nel rapporto: alcune persone sono attratte dalle soluzioni tecnologiche come alternativa a cambiamenti nel proprio comportamento e stile di vita. Se è biodegradabile, si pensa, non farà poi tanto male all’ambiente; purtroppo per noi, da sola la tecnologia non basta.

«Una volta in mare – conclude il direttore esecutivo dell’Unep, Achim Steiner – la plastica non sparisce, ma si scompone in particelle microscopiche. Questo rapporto mostra che non ci sono soluzioni rapide al problema, e un approccio più responsabile alla gestione delle materie plastiche durante il loro ciclo di vita sarà necessario per ridurre il loro impatto sui nostri oceani e sugli ecosistemi».