E-waste: aumento del 63% in Asia orientale e Sud-Est asiatico. Cina + 107%

12,3 milioni di tonnellate, 2,4 volte più della Grande Piramide di Giza

[17 gennaio 2017]

Secondo il rapporto  “Regional E-waste Monitor: East and Southeast Asia” dell’United Nations University (Unu), tra il 2010 e il 2015, il volume della spazzatura elettronica è aumentato di quasi due terzi nell’Asia orientale e nel Sud-Est asiatico e la produzione di e-waste è in rapida crescita, sia in termini di volume totale che pro capite.

L’Unu dice che la crescita dei rifiuti elettronici in Asia è la conseguenza dell’aumento dei redditi e della forte domanda di nuovi gadget ed elettrodomestici, «L’aumento medio di e-waste in tutti i 12 Paesi ed aree analizzate – Cambogia, Cina, Hong Kong, Indonesia, Giappone, Malaysia, Filippine, Singapore, Corea del sud, Taiwan, Provincia della Cina, Thailandia e Vietnam – è stata del 63% nei cinque anni conclusisi nel 2015 e pari a 12,3 milioni di tonnellate, con un peso di 2,4 volte superiore a quella della Grande Piramide di Giza». Tra il 2010 e il 2015, l’area ha più che raddoppiato la sua produzione di e-waste, arrivando a 6,7 milioni di tonnellate, in crescita del 107%. Nel 2015, nell’intera regione la produzione media di e-waste pro capite è stata di circa 10 kg, con il dato più alto a Hong Kong (21,7 kg), seguita da Singapore (19,95 kg) e Taiwan (19.13 kg). La poverissima Cambogia si ferma a 1,10 kg pro capite, il Vietnam a 1,34 kg e le Filippine a 1,35 kg.

Uno degli autori dello studio, Ruediger Kuehr dell’Unu, sottolinea che «Per molti Paesi che già mancano di  infrastrutture per la gestione ecologicamente corretta dei rifiuti elettronici, i volumi crescenti sono un motivo di preoccupazione. Aumentando il peso sui sistemi di raccolta e trattamento dei rifiuti esistenti da come risultato flussi non intercettati per  riciclaggio e lo smaltimento ambientale».

Il rapporto cita quattro principali trend come responsabili dell’aumento dei volumi di e-waste:

Altri gadget: L’innovazione tecnologica sta portando all’introduzione di nuovi prodotti, in particolare nella categoria dei dispositivi elettronici portatili, come tablet e indossabili come smart watches.

Più consumatori: Nella regione dell’Asia orientale e del sud-est, ci sono Paesi in  industrializzazione con popolazioni in crescita, ma anche in rapida espansione classe media in grado di permettersi più gadget. Diminuzione del tempo di utilizzo: il tempo di utilizzo di gadget è diminuito; questo non è solo dovuto al rapido progresso della tecnologia che rende i vecchi prodotti obsoleti a causa dell’incompatibilità dell’hardware (ad esempio, i flash drives rimpiazzano i floppy disks) e dei requisiti dei software (ad esempio, i requisiti minimi per i personal computer per il funzionamento di software e altre applicazioni), ma anche fattori soft come ad esempio il prodotto alla moda. L’e-waste cresce mentre sempre più dispositivi vengono sostituiti rapidamente.

Importazioni: L’importazione di EEE (electrical and electronic equipment) fornisce una maggiore disponibilità di prodotti, sia nuovi che di seconda mano, che aumenta anche l’e-waste quando arrivano a fine vita.

Il rapporto mette in guardia sulle discariche di e-waste improprie e illegali che prevalgono nella maggior parte dei Paesi esaminati, a prescindere dalla legislazione nazionale sull’e-waste: «I consumatori, gli smantellatori e i demolitori e i riciclatori sono spesso i colpevoli delle discariche abusive, in particolare dell’“open dumping”, nel quale le parti non funzionali e residui provenienti dalle operazioni di smantellamento e di trattamento vengono rilasciati nell’ambiente».

Gli studi dimostrano che le ragioni principali  di questo crescente disastro ambientale e sociale sono: La mancanza di consapevolezza: Gli utenti finali non sanno che devono eliminare separatamente gli EEE obsoleti  o come o dove smaltire i propri rifiuti elettronici. Inoltre, i riciclatori informali di e-waste spesso non hanno le conoscenze dei  rischi delle pratiche scorrette. La mancanza di incentivi: gli utenti scelgono di ignorare i sistemi di raccolta e/o riciclo, se devono pagarli. La mancanza di convenienza: Anche se lo smaltimento attraverso i sistemi esistenti non comporta una tassa, gli utenti possono scegliere di non smaltire i loro rifiuti elettronici nei canali adeguati se è scomodo o richiede loro tempo e fatica. Assenza di siti idonei: Ci può essere una mancanza di luoghi adeguati per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi a cui possono essere inviati i residui del riciclaggio dei rifiuti elettronici. Governance debole e applicazione lassista: Un paese con una gestione o un’applicazione della normativa rifiuti elettronici inadeguata può provocare una non conformità dilagante.

Il rapporto sottolinea anche che «Pratiche comuni come combustione all’aria aperta, possono causare effetti negativi acuti e cronici per la salute pubblica e l’ambiente. La combustione all’aperto dei rifiuti elettronici è praticata soprattutto da riciclatori informali quando contengono composti organici ed inorganici (ad esempio, i cavi per recuperare il rame). Anche se meno comune, la combustione spontanea a volte si verifica nelle discariche a cielo aperto, quando componenti come le batterie innescano incendi a causa di cortocircuiti. Il riciclaggio informale, chiamato anche ““backyard recycling”, è una sfida per la maggior parte dei Paesi in via di sviluppo della regione, con una grande e fiorente business che conduce attività di “backyard recycling”, senza licenza e spesso illegali».

Questi riciclatori illegali recuperano soprattutto oro, argento, palladio e rame, in gran parte dai circuiti stampati e dai fili utilizzando pericolosi processi di lisciviazione chimica i cosiddetti bagni acidi. In genere, utilizzano solventi come l’acido solforico (per il rame) o l’acqua regia (per l’oro), con processi che spesso comportano il  rilascio di fumi tossici, con forti impatti sulla salute dei lavoratori che quasi sempre lavorano senza nessuna protezione. Un disastro che si riflette anche sulle loro famiglie e sulla popolazione con l’aumento di  alterazioni tiroidee, ridotta funzionalità polmonare, aumento dei morti alla nascita, crescita infantile ridotta, problemi di salute mentale, riduzione dello sviluppo cognitivo, citotossicità e genotossicità. Aggiunge il co-autore Deepali Sinha Khetriwal, Associate Programme Officer, Università delle Nazioni Unite:

Secondo il rapporto, Giappone, Corea del Sud e Taiwan – i tre Paesi dell’area con il reddito pro capite più alto –  hanno buoni sistemi di raccolta e di riciclaggio dei rifiuti, avendo cominciato negli anni ’90 ad adottare e applicare una specifica legislazione per l’e-waste legislazione

Hong Kong e Singapore non hanno una specifica non hanno una legislazione specifica per l’e-waste, ma i loro governi collaborano con i produttori per la gestione di e-waste attraverso un partenariato pubblico-privato. Dato che sono piccoli Paesi insulari con grandi reti di trasporto e commerciali, sia Hong Kong che Singapore  hanno significativi movimenti transfrontalieri di rifiuti elettronici prodotti a livello nazionale, così come in transito da altri Paesi.

Cina, Filippine, Malaysia e Vietnam hanno tutti una recente legislazione e-waste, sono dunque in una fase transitoria, con un mix di elementi formali e informali in un ecosistema in continua evoluzione in termini di raccolta e di infrastrutture per il riciclaggio. Questi 4 Paesi devono affrontare sfide simili per far rispettare i regolamenti con risorse e capacità limitate e una bassa consapevolezza dell’opinione pubblica per quanto riguarda i rischi dello smaltimento improprio di rifiuti elettronici.

Cambogia, Indonesia e Thailandia devono ancora stabilire un quadro giuridico per la gestione dei rifiuti elettronici. Ma in questi 3 Paesi esiste un attivo settore informale, con una rete consolidata per la raccolta e l’importazione di e-waste per il loro riciclaggio.

Nel mondo, le apparecchiature elettriche ed elettroniche messe in commercio sono aumentate dai  51, 33 milioni di tonnellate nel 2007 a 56,56 milioni di tonnellate nel 2012. L‘Asia è il più grande consumatore di EEE, con l’acquisto di quasi la metà degli EEE immessi sul mercato (20,62 milioni di tonnellate nel 2005; 26.69 milioni di tonnellate nel 2012). Un aumento particolarmente evidente, dato il calo delle vendite di EEE in Europa e nelle Americhe nel 2012, a seguito della crisi finanziaria globale. L’Asia nel suo complesso produce il più alto volume di e-waste, stimato in 16 milioni di tonnellate nel 2014. Tuttavia, su base pro capite, questo equivale a solo 3,7 kg per abitante, rispetto ai 15,6 kg per abitante dell’Europa e nelle Americhe, quasi quattro volte in più.

Con l’aumento dei redditi, i consumatori asiatici sostituiscono i loro gadget elettronici più frequentemente. Inoltre, molti prodotti a basso costo non sono riparabili e facili da riciclare.

Cambogia, Giappone, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam non hanno ratificato il divieto di esportazione di e-waste e, tra questi Paesi, solo la Cambogia vieta l’importazione di rifiuti elettronici e solo il Vietnam vieta l’importazione di elettronica di seconda mano.

Taiwan, (che non si applica alla Convenzione di Basilea) controlla l’importazione di rifiuti elettronici attraverso un suo quadro giuridico nazionale, che è l’equivalente della Convenzione di Basilea.

Le misure per controllare l’importazione di elettronica di seconda mano sono diverse tra i Paesi presi in esame dal rapporto Unu: «Ci sono due tipi di misure di controllo per l’importazione di e-wasre e di elettronica di seconda mano elettronica: 1) controllare l’importazione di rifiuti elettronici, ma non limitare dell’elettronica di seconda mano (Taiwan, Provincia della Cina, Giappone, Filippine, Repubblica di Corea, Singapore e Vietnam); 2) vietare l’importazione di rifiuti elettronici e vietare o limitare l’importazione di elettronica di seconda mano (Cambogia, Cina, Hong Kong, Malesia e Vietnam)».

Ma, nonostante questi passi in avanti formali, l’applicazione di queste misure rimane un grosso problema per molti dei Paesi asiatici e del resto del mondo.