Rifiuti pericolosi e discariche, possibile condanna dall’Ue: cosa rischia davvero l’Italia

[4 giugno 2014]

L’Italia rischia di essere sanzionata dall’Ue per non aver rispettato la sentenza del 2007 che la condannava per inadempienza in materia  di rifiuti pericolosi e discariche.

Ieri si è tenuta infatti dinanzi alla Grande sezione della Corte di giustizia l’udienza in cui la Commissione ha richiesto alla Corte di condannare l’Italia a versare sia una penalità pari a 256 819,20 euro al giorno per il ritardo nell’esecuzione della sentenza (dal giorno in cui sarà pronunciata la sentenza nella presente causa fino al giorno in cui sarà stata eseguita la sentenza del 2007) sia una somma forfettaria il cui importo risulta dalla moltiplicazione dell’importo giornaliero di euro 28 089,60 per il numero di giorni di persistenza dell’infrazione dal 26 aprile 2007 alla data in cui sarà pronunziata la nuova sentenza.

Nel 2007 l’Italia è venuta meno agli obblighi previsti dalla direttiva sui rifiuti pericolosi e da quella relativa alle discariche di rifiuti. Al tempo non ha adottato né i provvedimenti necessari per assicurare che i rifiuti fossero recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potessero recare pregiudizio all’ambiente, né quelli per vietare l’abbandono, lo scarico e lo smaltimento incontrollato dei rifiuti. Non ha provveduto nel senso che ogni detentore di rifiuti li consegni a un raccoglitore privato o pubblico, o ad un’impresa che effettua le operazioni di smaltimento o di recupero, oppure provveda egli stesso al recupero o allo smaltimento.

Non ha fatto in modo che tutti gli stabilimenti o imprese che effettuano operazioni di smaltimento siano soggetti ad autorizzazione dell’autorità competente. Non ha provveduto per la catalogazione e l’identificazione dei rifiuti pericolosi in ogni luogo in cui siano depositati (messi in discarica). Non ha fatto in modo che, in relazione alle discariche che hanno ottenuto un’autorizzazione o erano già in funzione alla data del 16 luglio 2001, il gestore della discarica elaborasse e presentasse – per l’approvazione dell’autorità competente, entro il 16 luglio 2002 – un piano di riassetto della discarica. Infine, non ha fatto in modo che, in seguito alla presentazione del piano di riassetto, le autorità competenti adottassero una decisione definitiva sull’eventuale proseguimento delle operazioni, facendo chiudere al più presto le discariche che non hanno ottenuto l’autorizzazione a continuare a funzionare.

In Italia al tempo risultavano un gran numero di discariche illegali e non controllate. Ciò è stato dimostrato da un rapporto del Corpo forestale dello Stato (Cfs) a seguito del quale la Commissione ha deciso di indagare sull’osservanza degli obblighi comunitari da parte del Bel Paese.

Il rapporto in questione completava la terza fase di un procedimento avviato nel 1986 dal Cfs al fine di contabilizzare le discariche illegali nei territori boschivi e montagnosi delle Regioni a statuto ordinario (vale a dire la totalità delle regioni italiane, eccetto il Friuli-Venezia Giulia, la Sardegna, la Sicilia, il Trentino-Alto Adige e la Valle d’Aosta). Un primo censimento, avvenuto nel 1986, ha consentito al Cfs di accertare l’esistenza di 5978 discariche illegali. Un secondo censimento, del 1996, che ha riguardato 6802 comuni ha rilevato l’esistenza di 5422 discariche illegali. Dopo il censimento del 2002, il Cfs ha ancora catalogato 4866 discariche illegali, 1765 delle quali non figuravano nei precedenti studi. Secondo il Cfs, 705 tra le dette discariche abusive contenevano rifiuti pericolosi. Per contro, il numero delle discariche erano soltanto di  420.

La situazione adesso sembrerebbe migliorata, ma ciò non basta per mettersi in linea con gli obblighi comunitari. In base alle informazioni trasmesse dalle autorità italiane, per quanto riguarda i rifiuti pericolosi, risulta che esisterebbero ancora nel territorio italiano almeno 218 discariche illegali di rifiuti, dislocate in tutte le regioni italiane. E ne esisterebbero ancora 5 senza piani di riassetto, per cui le  autorità non hanno provveduto alla chiusura.

Comunque sia, la causa sarà decisa dalla Corte di Giustizia europea il 4 settembre, quando l’avvocato generale Juliane Kokott presenterà le sue conclusioni.