Per l'Onu «l’incertezza politica ha offuscato molti mercati, compreso quello italiano»

Rinnovabili, l’Unep boccia l’Italia: 1 miliardo di dollari in investimenti, diminuiti di 30 volte

Dal 2014 al 2015 calo del 21%: i tagli retroattivi del governo Renzi agli incentivi «hanno contribuito»

[25 marzo 2016]

rinnovabili fossili eolico scelta

Nell’ultimo anno gli investimenti in energie rinnovabili nel mondo hanno tagliato un traguardo mai raggiunto prima, raggiungendo il record di 285,9 miliardi di dollari: finora, la vetta massima era stata raggiunta nel 2011, con 278.5 miliardi di dollari. Nella decima edizione del rapporto Unep (il Programma dell’Onu per l’ambiente) Global trends in renewable energy investment prodotto in collaborazione con la Frankfurt School e Bloomberg new energy finance ci sono molti dati che fanno ben sperare per un presente e futuro rinnovabile, ma si prende atto che il progresso non è stato certo omogeneo. C’è anzi chi ha indietreggiato parecchio, e tra i paesi che secondo l’Unep camminano a passo di gambero spicca l’Italia.

Come osservano da tempo anche le associazioni ambientaliste (data ieri l’ultimo rapporto di Greenpeace, mentre di fianco proponiamo il grafico elaborato da Legambiente), mentre nel mondo gli investimenti diretti allo sviluppo delle energie rinnovabili non fanno che salire, entro i nostri confini sono ormai in picchiata. Adesso arriva anche l’ufficialità da parte delle Nazioni unite: nel 2015 «l’Italia ha visto gli investimenti in energie rinnovabili scendere sotto 1 miliardo di dollari, in calo del 21% rispetto al 2014 e molto al di sotto del picco di 31,7 miliardi di dollari raggiunto durante il boom fotovoltaico del 2011». E la colpa di tale declino non va ricercata solo nella crisi economica, peraltro presente anche nel 2011. I tagli retroattivi del governo Renzi agli incentivi, osserva l’Unep, «hanno contribuito a smorzare l’interesse degli investitori in Italia lo scorso anno». Il Programma Onu per l’ambiente si riferisce qui evidentemente al cosiddetto “Spalma incentivi”, divenuto legge nel 2014 all’interno del decreto Competitività. Si tratta di uno dei primi provvedimenti voluti dall’attuale esecutivo a guida del premier Renzi, nonostante la pressoché unanime contrarietà da parte del mondo industriale e ambientalista, fino ad osservatori internazionali come il Wall street journal.

Ma i problemi per le rinnovabili italiane non sono circoscritti ad un singolo provvedimento, quanto legati alla «incertezza politica» che «ha offuscato molti mercati, compreso quello italiano». Non consola sapere che l’Unep ci lega ad una folta compagnia, dalla Spagna alla Polonia alla Germania.

Dal 2004 a oggi, l’Unep stima che gli investimenti in energie rinnovabili abbiano toccato quota 12 trilioni di dollari. Fino a tempi recenti, i leader indiscussi in questa scalata erano nel mondo occidentale, con l’Europa in testa e l’Italia e la Germania in particolare (si guardi ad esempio alla crescita del fotovoltaico) come punte di diamante. Tali investimenti – finanziati tramite incentivi pubblici, dunque con risorse della collettività – hanno contribuito grandemente a far crollare il costo delle tecnologie rinnovabili, in un’azione meritoria di cui però oggi si avvantaggiano altri paesi. In Europa dal 2011 a oggi gli stanziamenti sono crollati del 60%, mentre nel 2015 per la prima volta nella storia la quota maggiore degli investimenti in rinnovabili è arrivata dai paesi in via di sviluppo, Cina e India in testa.

Anche altri paesi occidentali, come gli Usa con +19% negli investimenti nel 2015, continuano la loro corsa pur essendo partiti in sordina, mentre l’Europa e l’Italia in particolare rimangono ingessate.

Il rischio non è solo quello di non contribuire a sufficienza nella lotta ai cambiamenti climatici – senza le rinnovabili l’anno scorso sarebbero state emesse nel mondo 1.5 gigatonnellate di CO2 in più –, ma di scendere da un treno economico ormai avviato (proprio grazie ai nostri sforzi).

Le energie rinnovabili rappresentano ancora oggi una minoranza della capacità totale installata nel mondo (circa il 16,2%) e una frazione dell’energia elettrica prodotta (10,3%), ma entrambi gli indicatori non cessano di crescere, e lo fanno sempre più velocemente. L’anno scorso il 54% di tutti i gigawatt installati nel mondo facevano capo alle rinnovabili, più di carbone e gas.

Nonostante ciò, la crescita delle energie pulite rimane minacciata su più fronti. Le centrali a carbone e gli altri impianti tradizionali, ad esempio – spiega il presidente della Frankfurt school of finance & management, Udo Steffens – hanno «una vita molto lunga. Senza ulteriori interventi di policy, le emissioni climalteranti continueranno ad aumentare per almeno dieci anni». Simili effetti sono dovuti al recente crollo dei prezzi di carbone, petrolio e gas, un fenomeno che interessa tutte le commodity e che impatta pesantemente anche sul riciclo e l’economia circolare. Anche qui la risposta deve essere politica, mettendo in campo strumenti come una riforma fiscale ecologica (intervenendo su emissioni e risorse), che potrebbe tra l’altro portare 30 miliardi di euro di gettito all’Italia. «Nonostante gli ambiziosi segnali arrivati dalla Cop21 di Parigi e la crescente, nuova capacità installata da fonti rinnovabili – conclude Steffens – rimane ancora molta strada da fare». L’Italia del governo Renzi continua però a marciare nella direzione sbagliata.

Nell’ultimo anno gli investimenti in energie rinnovabili nel mondo hanno tagliato un traguardo mai raggiunto prima, raggiungendo il record di 285,9 miliardi di dollari: finora, la vetta massima era stata raggiunta nel 2011, con 278.5 miliardi di dollari. Nella decima edizione del rapporto Unep (il Programma dell’Onu per l’ambiente) Global trends in renewable energy investment prodotto in collaborazione con la Frankfurt School e Bloomberg new energy finance ci sono molti dati che fanno ben sperare per un presente e futuro rinnovabile, ma si prende atto che il progresso non è stato certo omogeneo. C’è anzi chi ha indietreggiato parecchio, e tra i paesi che secondo l’Unep camminano a passo di gambero spicca l’Italia.

Come osservano da tempo anche le associazioni ambientaliste (data ieri l’ultimo rapporto di Greenpeace, mentre di fianco proponiamo il grafico elaborato da Legambiente), mentre nel mondo gli investimenti diretti allo sviluppo delle energie rinnovabili non fanno che salire, entro i nostri confini sono ormai in picchiata. Adesso arriva anche l’ufficialità da parte delle Nazioni unite: nel 2015 «l’Italia ha visto gli investimenti in energie rinnovabili scendere sotto 1 miliardo di dollari, in calo del 21% rispetto al 2014 e molto al di sotto del picco di 31,7 miliardi di dollari raggiunto durante il boom fotovoltaico del 2011». E la colpa di tale declino non va ricercata solo nella crisi economica, peraltro presente anche nel 2011. I tagli retroattivi del governo Renzi agli incentivi, osserva l’Unep, «hanno contribuito a smorzare l’interesse degli investitori in Italia lo scorso anno». Il Programma Onu per l’ambiente si riferisce qui evidentemente al cosiddetto “Spalma incentivi”, divenuto legge nel 2014 all’interno del decreto Competitività. Si tratta di uno dei primi provvedimenti voluti dall’attuale esecutivo a guida del premier Renzi, nonostante la pressoché unanime contrarietà da parte del mondo industriale e ambientalista, fino ad osservatori internazionali come il Wall street journal.

Ma i problemi per le rinnovabili italiane non sono circoscritti ad un singolo provvedimento, quanto legati alla «incertezza politica» che «ha offuscato molti mercati, compreso quello italiano». Non consola sapere che l’Unep ci lega ad una folta compagnia, dalla Spagna alla Polonia alla Germania.

Dal 2004 a oggi, l’Unep stima che gli investimenti in energie rinnovabili abbiano toccato quota 12 trilioni di dollari. Fino a tempi recenti, i leader indiscussi in questa scalata erano nel mondo occidentale, con l’Europa in testa e l’Italia e la Germania in particolare (si guardi ad esempio alla crescita del fotovoltaico) come punte di diamante. Tali investimenti – finanziati tramite incentivi pubblici, dunque con risorse della collettività – hanno contribuito grandemente a far crollare il costo delle tecnologie rinnovabili, in un’azione meritoria di cui però oggi si avvantaggiano altri paesi. In Europa dal 2011 a oggi gli stanziamenti sono crollati del 60%, mentre nel 2015 per la prima volta nella storia la quota maggiore degli investimenti in rinnovabili è arrivata dai paesi in via di sviluppo, Cina e India in testa.

Anche altri paesi occidentali, come gli Usa con +19% negli investimenti nel 2015, continuano la loro corsa pur essendo partiti in sordina, mentre l’Europa e l’Italia in particolare rimangono ingessate.

Il rischio non è solo quello di non contribuire a sufficienza nella lotta ai cambiamenti climatici – senza le rinnovabili l’anno scorso sarebbero state emesse nel mondo 1.5 gigatonnellate di CO2 in più –, ma di scendere da un treno economico ormai avviato (proprio grazie ai nostri sforzi).

Le energie rinnovabili rappresentano ancora oggi una minoranza della capacità totale installata nel mondo (circa il 16,2%) e una frazione dell’energia elettrica prodotta (10,3%), ma entrambi gli indicatori non cessano di crescere, e lo fanno sempre più velocemente. L’anno scorso il 54% di tutti i gigawatt installati nel mondo facevano capo alle rinnovabili, più di carbone e gas.

Nonostante ciò, la crescita delle energie pulite rimane minacciata su più fronti. Le centrali a carbone e gli altri impianti tradizionali, ad esempio – spiega il presidente della Frankfurt school of finance & management, Udo Steffens – hanno «una vita molto lunga. Senza ulteriori interventi di policy, le emissioni climalteranti continueranno ad aumentare per almeno dieci anni». Simili effetti sono dovuti al recente crollo dei prezzi di carbone, petrolio e gas, un fenomeno che interessa tutte le commodity e che impatta pesantemente anche sul riciclo e l’economia circolare. Anche qui la risposta deve essere politica, mettendo in campo strumenti come una riforma fiscale ecologica (intervenendo su emissioni e risorse), che potrebbe tra l’altro portare 30 miliardi di euro di gettito all’Italia. «Nonostante gli ambiziosi segnali arrivati dalla Cop21 di Parigi e la crescente, nuova capacità installata da fonti rinnovabili – conclude Steffens – rimane ancora molta strada da fare». L’Italia del governo Renzi continua però a marciare nella direzione sbagliata.