Dobbiamo abbandonare la ricerca della certezza e imparare a gestire l’incertezza

Aids e malaria, due nuove campagne in Africa che fanno discutere

[20 novembre 2013]

Sono iniziate in Africa due campagne sanitarie per contrastare altrettante malattie infettive, malaria e Aids, che ogni anno nel continente nero uccidono milioni di persone. Si tratta di due campagne insolite, che promettono molto ma sono anche sottoposte a molte critiche, come rileva l’ultimo numero della rivista Nature in un editoriale e due reportage.

La prima è campagna, iniziata proprio in questo mese di novembre, è la “seasonal malaria chemoprevention” (SMC) e consiste nel somministrare ad almeno 1,2 milioni di bambini che vivono in quella fascia dell’Africa centrale dove, nella stagione delle piogge, cade almeno il 60% dell’acqua dell’intero anno. Lì nella stagione delle piogge c’è un’esplosione di zanzare e, di conseguenza, un’esplosione epidemica di malaria. Come si sa, non esiste un vaccino contro la malaria. Cosicché a questi bambini hanno iniziato a somministrare i farmaci per la cura della malaria, nella speranza di prevenire il contagio. La speranza è fondata. Si calcola che, in questo modo, nell’area verranno ridotti ogni anno 8,8 milioni di contagi e si potranno salvare 80.000 vite (sulle 600.000 che ogni anno la malaria miete in Africa).

Qual è la critica principale che viene rivolta a questa strategia? Be’, è molto semplice,  anche se, per ora, la critica si fonda su ipotesi piuttosto speculative. Si pensa che questi farmaci antimalaria diffuse in maniera così larga possano favorire la formazione di ceppi dell’agente infettivo resistente ai farmaci. E che, dunque, alla fine la strategia possa rivelarsi un boomerang. In altri termini potrebbe succedere che nei primi anni diminuiscono i contagi e le morti, ma negli anni a venire non avremo strumenti per combattere la malattia conclamata.

Che fare, dunque? Il rischio del boomerang esiste. Ma nessuno sa quanto sia reale. Non resta che monitorare con grande attenzione il decorso della campagna.

Anche la seconda, di campagna, fa discutere. È quella contro l’Aids, partita da poco e che si ripromette di circoncidere 20 milioni di giovani maschi in 14 diversi paesi dell’Africa sub-sahariana entro il 2015. La circoncisione farebbe diminuire del 50/60% tra questi maschi il rischio di contrarre l’Aids in seguito a rapporti con donne contagiate. Più precisamente, i modelli medici dicono che circoncidendo l’80% dei maschi nella fascia di età compresa tra i 15 e i 49 anni potrebbe far diminuire l’incidenza dell’Aids tra il 30 e il 50% nei prossimi 10 anni, con 3,4 milioni di nuove  infezioni in meno. L’operazione sarebbe anche economicamente vantaggiosa: con una spesa di 2 miliardi di dollari si risparmierebbero 16,5 miliardi di dollari solo in termini di cure e trattamenti.

Anche in questo caso non mancano i punti critici. Alcuni sostengono che il messaggio è poco chiaro. Sia nei riguardi dei maschi africani: potrebbero credere di avere acquisito un’immunità totale, mentre l’immunità è solo relativa, e indurli a comportamenti a rischio (maggiore promiscuità non protetta). Allo stesso modo, la campagna potrebbe indurre le donne in errore, facendo loro credere che il rapporto con un maschio circonciso è di per sé protetto. Il che non è vero.

Ma anche queste critiche devono indurre a una più grande attenzione – per esempio a una migliore campagna di informazione – non ad abbandonare il progetto. Perché, anche contro l’Aids, non esiste un vaccino. E l’unica arma è la prevenzione, per quanto imperfetta.

D’altra parte questo c’insegna la scienza dei nostri tempi. I mezzi che abbiamo per affrontare i problemi complessi che abbiamo di fronte hanno quasi sempre una natura probabilistica e non deterministica. E per risolverli, questi problemi, in Africa come nel resto del mondo, dobbiamo abbandonare la ricerca della certezza e imparare a gestire l’incertezza.