Ma non può diffondersi al di fuori dall’Africa

Allarme Ebola, Simit: «Il virus mai arrivato tanto a Nord»

Appelli a non mangiare i pipistrelli, possibili vettori del virus

[3 aprile 2014]

In Africa cresce l’allarme Ebola e il ceppo più letale del virus, l’Ebola-Zaire, ha ucciso fino al 90 % dei contagiati. La Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali (Simit) spiega che i Filoviridae, la famiglia di virus a cui appartiene Ebola, «Non si è certo evoluta nella nostra specie: si tratta di una sorta di “alieni” che, se casualmente ci infettano, si comportano come “teppisti disadattati”, uccidendo un ospite che per loro non è né abituale, né a loro necessario per continuare a perpetuarsi come specie. In realtà le specie conosciute di Ebola sono cinque, di cui solo tre terribilmente patogene e spesso letali, mentre le altre due individuate molto meno pericolose e una, Ebola Reston, praticamente non patogena per l’uomo. Negli ultimi anni si è cominciato a capire che gli Ebola più aggressivi sono probabilmente virus di alcune specie di pipistrelli».

Infatti nelle aree più colpite dell’Africa Occidentale in questi giorni si susseguono gli appelli alla popolazione a non cibarsi di carne di pipistrello. In Guinea, che attualmente fa fronte ad una propagazione galoppante di casi di Ebola (il 29 marzo c’erano già stati 77 morti) sta emergendo un altro rischio: la paura e la stigmatizzazione legate alla malattia sono sempre più evidenti. Molte persone limitano i loro spostamenti, rifiutandosi di allontanarsi da casa per paura dell’infezione.

L’epicentro dell’infezione sembra Conakry, la capitale delle Guinea e il Senegal ha chiuso le frontiere con la Guinea nel tentativo di fermare la propagazione della malattia. Casi di Ebola sono stati segnalati anche in Liberia e probabilmente in Sierra Leone e Guinea Bissau.

Gli specialisti della Simit spiegano in sintomi della malattia: «L’incubazione varia pochi giorni a circa una settimana. La malattia esordisce con febbre e altri sintomi aspecifici. Spesso compare un’eruzione cutanea di tipo maculo-papulare seguita da manifestazioni emorragiche minori sempre a livello cutaneo, per proseguire con quelle maggiori, soprattutto del tratto gastrointestinale, con vomito e diarrea emorragici (tecnicamente, ematemesi e melena) emorragie orali, genitali, anali, caduta della pressione arteriosa e insufficienza renale. Nell’arco della seconda settimana della malattia, il paziente muore senza produrre anticorpi, a differenza di coloro che riescono a sopravvivere alla malattia. L’intero sistema immunitario è coinvolto nel tentativo di montare una valida difesa, nella più parte dei casi, come si è visto, senza successo».

Secondo gli esperti della Simit questi sono alcuni dei motivi che possono favorire la propagazione di Ebola: «In passato le epidemie hanno trovato negli ospedali locali, dotati di mezzi inadeguati a limitare il contagio, il luogo della loro amplificazione. La preparazione dei corpi alla sepoltura, che coinvolge in alcuni Paesi l’intero gruppo familiare, ha rappresentato un ulteriore volano per la diffusione della malattia in alcune situazioni».
I “misteri” su Ebola sono ancora molti. Secondo un recente studio che ha coinvolto 4.000 persone e più di 200 villaggi in zone a rischio Ebola, i sieropositivi per anticorpi contro il virus erano ben il 15% e nessuno di loro risultava essere mai stato malato.

Alla luce di questi dati, gli scienziati del Simit dicono: «Delle due l’una, o esistono specie di virus non patogene per l’uomo anche nelle aree in cui possono emergere le specie più aggressive (e in questo caso gli anticorpi sono espressione di quella che chiamiamo reazione crociata), oppure esiste la possibilità di venire a contatto con il virus con cariche insufficienti per avere una infezione conclamata, ma comunque sufficienti per avere una risposta anticorpale. Potrebbe anche essere possibile che alcune persone siano naturalmente capaci di difendersi meglio».

Il segretario del Simit, Massimo Galli, che è anche Professore ordinario di malattie infettive all’università di Milano, tranquillizza sulla temuta espansione a nord del terribile virus: «La probabilità che un turista possa contagiarsi è trascurabile, poiché le aree interessate sono in genere remote, fuori dai circuiti turistici e poiché le località colpite vengono di regola chiuse all’accesso dall’esterno. Non è una malattia trasmessa da zanzare, come la malaria (per cui consigliamo sempre di eseguire la profilassi), ne per via aerea come l’influenza. Per la trasmissione occorre un contatto fisico o coni liquidi e secreti corporei dei malati. L’Ebola non si è mai mosso dall’area geografica dove si è verificata la malattia. I pochissimi casi che si sono visti fuori dall’Africa hanno coinvolto persone che hanno raggiunto i paesi d’origine per farsi curare. La catena del contagio tende ad arrestarsi rapidamente, e raramente supera il primo contatto. L’allarme a livello locale è assolutamente dovuto e va mantenuto fino al contenimento della malattia: va tuttavia ricordato che fino ad ora le epidemie da Ebola non si sono mai estese oltre un raggio di poche decine di chilometri dal punto in cui si sono generate (escludendo ovviamente i pochi casi in persone che sono riuscite a farsi curare lontano dal luogo del contagio). La catena del contagio tende ad arrestarsi rapidamente, al primo o al secondo contatto. L’infezione è contratta per contatto diretto, con persone e animali malati e loro fluidi corporei».

Galli spiega che questi virus «In natura sono comuni forse, più di quanto si pensi. Il più pericoloso, Ebola Zaire, o Zebov, ha fatto la sua prima apparizione nel 1976, nello Zaire, uccidendo l’88% dei 318 casi. Nello stesso anno nel Sud Sudan sono stati accertati altri 284 casi con il 53% di decessi. Si è in seguito scoperto che si trattava di una diversa specie virale, chiamata Ebola Sudan, che nel 2000-2001 ha causato, questa volta in Uganda un’altra epidemia, la più vasta finora registrata, con 425 casi e il 53% di decessi. Tra il 2004-2007 una nuova epidemia nel Congo data da una nuova specie virale, Ebola Bundibugyo, con 129 casi e il 25% di morti. Poi, dopo altri episodi più circoscritti, causati alternativamente dalle tre specie patogene in diversi paesi africani tra il 2009 e il 2012, quello attualmente in corso in Guinea, sorprendente, perché è l’episodio più settentrionale mai avvenuto e perché, salvo smentite, sarebbe causato da Zebov».

Il quadro è molto preoccupante, ma ci potrebbe essere una buona notizia: la ricerca per una cura procede ed è è già stato ottenuto qualche risultato, molto preliminare e circoscritto a esperienze di laboratorio. In particolare sono in corso ricerche su un anticorpo monoclonale (una specie di “antisiero”) e su alcuni nuovi farmaci ad azione antivirale.