Lo Stato innovatore contro il virus

Ebola, chi c’è davvero dietro il “siero miracoloso” per curare l’epidemia

[7 agosto 2014]

Oggi la Liberia, che aveva chiuso le proprie frontiere per difendersi dall’epidemia di ebola che sta devastando l’Africa occidentale, ha dichiarato lo stato d’emergenza, immediatamente seguita dalla Nigeria. Più velocemente del virus si sta allargando però nel resto del mondo un altro pericolo, quello della psicosi. Contro questa terribile malattia, colta spesso nei macabri connotati di una punizione divina, sembra naturale che come baluardo di difesa – quantomeno psicologica – appaia così efficace la retorica di un “siero miracoloso” capace di curare.

I medici occidentali ripetono ancora oggi che la diffusione dell’epidemia nei paesi industrializzati (Italia compresa) resta assai improbabile, ma l’attenzione è tutta rivolta all’epidemia e al siero sperimentale per contrastarla, definito appunto “miracoloso”. Kent Brantly e Nancy Writebol, i volontari statunitensi colpiti in Africa dall’ebola, presentano ad oggi condizioni di salute insperatamente positive (seppur ancora critiche) proprio grazie all’iniezione del farmaco sperimentale, noto come ZMapp.

Interrogato a proposito delle possibilità di questo farmaco, oggi il presidente Obama ha affermato che è prematuro pensare di inviare il vaccino sperimentale in Africa: «Bisogna aspettare che la scienza ci guidi – ha dichiarato – Penso che non abbiamo tutte le informazioni necessarie per determinare se questa medicina sia efficace».

Le speranze per fermare l’epidemia, nonostante tutto, continuano a guardare verso ZMapp. Prima ancora che al futuro, è dunque estremamente interessante guardare al passato di questo farmaco. Secondo il Corriere della Sera si tratta di un “miracolo” «frutto del lavoro di una piccola azienda biotech californiana, la Mapp, che si è appoggiata a una fabbrichetta del Kentucky, la BioProcessing, per confezionare il siero». Questo basta al Corsera per decretare che «dove non arrivano le multinazionali del farmaco (ebola è una malattia troppo rara per i loro livelli di fatturato) né la ricerca del governo federale Usa, la risposta viene – forse questo è il vero miracolo – da una piccola impresa».

Andando però a spulciare nella storia della «fabbrichetta» si scopre che in realtà lo sviluppo del farmaco oggi noto come ZMapp deve moltissimo proprio agli investimenti pubblici del governo Usa. Ancora una volta, come ha magistralmente spiegato l’economista Mariana Mazzucato nel suo Lo Stato innovatore (il premier Renzi l’ha appena comprato: speriamo anche lo legga) l’immaginario del geniale imprenditore che nel chiuso del suo garage rivoluziona il mondo sganciandosi dal peso schiacciante dello Stato – e dello sforzo collettivo che questo rappresenta – si rivela per quello che è: pura retorica.

Alle spalle di ZMapp c’è infatti MB-003, un “cocktail” di anticorpi monoclonali sviluppato grazie all’attività di ricerca e sviluppo della US Army Medical Research Institute of Infectious Diseases (Usarmiid) che – come spiegano i documenti della BioProcessing – è una diretta emanazione dello Stato la cui missione è quella di indagare e bloccare le minacce per la salute pubblica.

MB-003 non è frutto di un singolo imprenditore visionario, ma «è stato sviluppato attraverso una collaborazione decennale tra industria privata e il governo degli Stati Uniti, con il finanziamento della Defense Advanced Research Projects Agency (Darpa), del National Institutes of Health (Nih), e del Threat Defense Reduction Agency (Dtra)».

Ma il ruolo di propulsione innovatrice dello Stato non si ferma qui. Dopo aver contribuito in modo determinante alla nascita di MB-003, dalle carte di Mapp Biopharmaceutical si scopre che anche lo stesso farmaco sperimentale ZMapp deve la sua nascita alla collaborazione del governo statunitense e della Public Health Agency of Canada (Phac). Non c’è dunque niente di “miracoloso” dietro lo sviluppo del farmaco contro l’ebola, se non la volontà innovatrice dello Stato, che ha guidato le imprese private passo dopo passo. Il contrario di quanto sta succedendo in Italia, dove il team del virologo Giorgio Palù, dell’università (pubblica) di Padova, sta mettendo a punto un possibile farmaco alternativo contro l’ebola, ma è costretto a testarlo a Stoccolma, perché nelle patrie terre non c’è un laboratorio adatto allo scopo.

Sarà invece un miracolo se i proventi derivanti dalla vendita del farmaco ZMapp torneranno almeno in parte nelle tasche dei cittadini che, con le loro tasse, hanno finanziato la creazione di ZMapp e se – soprattutto – l’epidemia dell’ebola riuscirà a far comprendere l’importanza di uno Stato che si fa guida attiva e intelligente dello sviluppo: nel mondo della green economy ne sanno qualcosa.