Economia sostenibile e università, la nota felice della Toscana in un’Italia fuori tempo

[19 agosto 2013]

Quando si parla di cultura, indugiare in valutazioni quantitative non è sempre facile, e il mondo dell’università lo dimostra al meglio. Le classifiche degli atenei – nazionali e internazionali – si sprecano, e hanno forse soltanto un elemento in comune: la contraddittorietà. Alcune rimangono però più affidabili di altre, e perciò più utili e preziose.

È il caso del prestigioso Academic Ranking of World Universities elaborato dalla “Jiao Tong” University di Shanghai, che è stato appena aggiornato all’anno 2013 con una bella notizia per la Toscana, ma una trafila di brutti colpi per l’Italia.

Partendo dalle cattive notizie, sono 19 le istituzioni accademiche italiane che quest’anno compaiono tra le primo 500 al mondo, contro le 20 dello scorso anno e le 22 del 2011, ponendo l’Italia all’8° posto tra le nazioni, subito dietro la Francia (che ne ha 4 tra le prime 100) e il Giappone (3 nelle prime 100) con 20. A primeggiare sono ancora una volta le università degli Stati Uniti, con 17 tra le prime 20 e 149 tra le prime 500, seguite da quelle della Cina (42 tra le prime 500, ma nessuna tra le prime 100), Germania (38 e 4 tra le prime 100) e Regno Unito (37 e ben 9 tra le prime 100).

Ma non è questo il dato peggiore da ascoltare per il Paese. Di questi 19 atenei tutti, tranne 8, si posizionano tutti dopo il 300° posto. Per quanto riguarda la sola Toscana, invece – e qui arriva la lieta notizia – i numeri la premiano: tra il 201° e il 300° posto compare l’università di Firenze (insieme a quelle di Bologna e Torino, nonché in compagnia del Politecnico di Milano). Soprattutto, l’ateneo di Pisa si dimostra in vetta alle pur smussate vette nazionali: è l’unico italiano, insieme a “La Sapienza” di Roma, a conquistarsi uno spazio tra il 101° e il 150° posto al mondo.

Farà inoltre piacere agli ambientalisti sapere che al successo dell’università di Pisa nella classifica Arwu è dovuto anche alla leadership italiana nel macro settore delle Scienze naturali e matematiche, essendo l’ateneo presente tra i primi 100 al mondo insieme alla Scuola Normale (un’altra toscana) e all’università di Padova.

«A dieci anni dalla nascita della classifica di Shanghai, che è senza dubbio quella più accreditata a livello internazionale – ha commentato il rettore Massimo Augello – possiamo provare a tracciare un bilancio sul medio periodo. Per quanto riguarda l’Università di Pisa, tale bilancio è molto positivo, avendo scalato circa cento posizioni dal 2003, quando era collocata tra il 201° e il 250° posto al mondo, ed essendo diventata da alcuni anni leader assoluta in Italia, insieme alla Sapienza di Roma, dopo aver scavalcato atenei del prestigio di Milano, Firenze e Padova».

Un trend positivo che non può però permetterci di nascondere una performance complessiva del tutto insoddisfacente per il Paese. «Il nostro sistema universitario – spiega infatti Augello in una nota dell’università –  ha visto diminuire le sue presenze nella top 500 mondiale, passando dalle 23 del 2003 al minimo di 19 di quest’anno, e da un lungo periodo non conta università tra le prime 100 al mondo».

Secondo il rettore, tali difficoltà sono conseguenze di «una politica miope da parte dei governi che si sono succeduti alla guida del Paese, che hanno continuato a tagliare i fondi e impedito di fatto gli investimenti in risorse umane tendenti a un ricambio generazionale. In tal modo il Paese non ha saputo cogliere il rilievo fondamentale che il mondo dell’università e della ricerca ha nella società contemporanea, non riuscendo a rilanciare e valorizzare l’enorme potenziale di ricchezza degli atenei italiani in un contesto mondiale sempre più competitivo e globalizzato».

Si tratta di un problema cruciale per il presente e il futuro dell’Italia, per le sue possibilità di sviluppo sostenibile. La rima che unisce le parole sostenibilità e complessità non è infatti soltanto un gioco di parole, ma un dato di fatto che i cittadini devono poter affrontare armati di un’adeguata ossatura culturale perché la transizione verso un più sostenibile modello socioeconomico possa davvero compiersi.

Più prosaicamente ancora, come scrive Pietro Greco oggi sull’Unità, «la crisi italiana non è solo economica. Un co-fattore determinante va cercato nell’industria manifatturiera, che pure è la seconda in Europa. Il problema è la sua specializzazione produttiva. Il nostro sistema industriale produce beni a basso e medio tasso di conoscenza aggiunto. Dove maggiore è la concorrenza dei Paesi a economia emergente. Non ci siamo accorti che, negli ultimi trent’anni, il mondo è entrato in un’economia fondata sulla cultura».

È per questo, in buona parte, che il nostro sistema produttivo è ancora ancorato ad un modello che soffre nel confronto delle bilance commerciali e – soprattutto – nella bilance dell’utilizzo delle risorse fisiche, mettendo sul piatto un consumo troppo gravoso e inefficiente. Insostenibile, in un parola. Università, ricerca e cultura non devono rimanere solo parole, per invertire la rotta: gli elementi da cui ripartire ci sono, e da oggi c’è una conferma in più. Tutto si può migliorare, e questo certamente vale (e deve valere!) per la Toscana: ma la nostra Regione qualcosa di buono da insegnare ce l’ha ancora.