L'idea che si possa fare da soli è la più assurda e forse la più pericolosa

Epidemie di malattie mentali, il neoliberismo crea la nostra solitudine

Una società ridotta a brandelli. È arrivato il momento di chiederci dove stiamo andando e perché

[13 ottobre 2016]

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The Guardian ha pubblicato nella sua sezione Mental health – Opinion un interessante contributo, “Neoliberalism is creating loneliness. That’s what’s wrenching society apart”, di  George Mombiot, che si chiede se  il maggiore atto d’accusa che potrebbe esserci per l’attuale sistema economico-produttivo e di potere è quello di essere la causa di un’epidemia di malattie mentali.

Manbiot, autore di bestseller come  “The Age of Consent: A Manifesto for a New World Order” e “Captive State: The Corporate Takeover of Britain” , evidenzia: «Eppure le piaghe dell’ ansia, dello stress, della depressione, della fobia sociale, dei disturbi alimentari, dell’autolesionismo e della solitudine ora colpiscono la gente giù in tutto il mondo . Le  ultimi, cifre catastrofiche per la salute mentale dei bambini in Inghilterra riflettono una crisi globale». Infatti 250.000 bambini inglesi ricevono cure psichiatriche.

Secondo Manbiot «Ci sono molte ragioni secondarie per questo disagio, ma mi sembra che la causa di fondo sia ovunque la stessa: gli esseri umani, i mammiferi ultrasociali, i cui cervelli sono cablati per rispondere ad altre persone, vengono sbucciati a pezzi. Il cambiamento economico e tecnologico svolge  un ruolo importante, ma l’ideologia fa altrettanto. Anche se il nostro benessere è indissolubilmente legato alla vita degli altri, ovunque ci viene detto che prospereremo  attraverso l’interesse privato competitivo e l’individualismo estremo» .In Gran Bretagna,  uomini che hanno passato tutta la loro vita in quadrilateri – a scuola, all’università, al bar, in Parlamento – ci insegnano a stare sulle nostre gambe. Entro l’anno il sistema di istruzione diventerà più brutalmente competitivo. L’occupazione è una lotta fino alla morte con una moltitudine di altre persone disperate che inseguono sempre meno posti di lavoro. I moderni sorveglianti dei poveri ascrivono la colpa alla circostanza economica individuale. Competizioni senza fine in televisione alimentano  aspirazioni impossibili come fossero contratti per reali opportunità. Il consumismo riempie il vuoto sociale. Ma, lungi dal curare la malattia dell’isolamento, intensifica il confronto sociale, fino al punto in cui, dopo aver consumato tutto il resto, iniziamo a predare noi stessi. I social media ci riuniscono e  ci dividono in parti,  dato che permettono appunto di quantificare la nostra posizione sociale e di vedere che altre persone hanno più amici e seguaci di noi».

Sempre su The Guardian, Rihannon Lucy Cosslet, autrice di “The Vagenda: A Zero Tolerance Guide to the Media”,  aveva documentato che ragazze e  giovani donne alterano abitualmente le loro foto per sembrare più belle e magre  e alcuni telefonini hanno la funzione “beauty”. «Ora si può diventare il proprio thinspiration  – chiosa Manbiot  – Benvenuti nella distopia post-hobbesiana: una guerra di tutti contro se stessi. C’è da meravigliarsi che, in questi mondi interiori solitari, in cui toccante è stato sostituito da ritocco, le giovani donne stiano annegando nel disagio mentale?»

Secondo il recente “Adult Psychiatric Morbidity Survey” del  National health service britannico,una ragazza su 4  tra i 16 e i 24 anni è autolesionista e una su 8 soffre di disturbo da stress post-traumatico. Ansia, depressione, fobie o disturbo ossessivo compulsivo colpiscono il 26% delle donne in questa fascia di età. Per Manbiot «Questo è ciò che più assomiglia a una crisi della salute pubblica» e «Se la rottura sociale non viene  trattata seriamente come gli arti rotti, è perché non possiamo vederla. Ma i neuroscienziati possono».  Manbiot cita documenti come “The consequences of pain: The social and physical pain overlap on psychological responses”, pubblicato nel 2011 da Paolo Riva, uno psicologo dell’università di Milano-Bicocca e dai suoi colleghi statunitensi James Wirth e Kipling Williams sull’European Journal of Social Psychology, dai quali emerge che il dolore sociale e il dolore fisico vengono elaborati dagli stessi circuiti neurali.  Manbot è convinto che «Questo potrebbe spiegare perché, in molte lingue, è difficile descrivere l’impatto della rottura dei legami sociali senza le parole che usiamo per indicare il dolore fisico e le ferite.  Sia negli esseri umani che negli altri mammiferi sociali, il contatto sociale riduce il dolore fisico. Questo è il motivo per cui abbracciamo i nostri figli quando stanno male: l’affetto è un analgesico potente. Gli oppioidi alleviano sia l’agonia fisica che l’angoscia della separazione. Forse questo spiega il legame tra l’isolamento sociale e la tossicodipendenza».

A settembre Physiology & Behaviour ha pubblicato i risultati di una serie di esperimenti secondo i quali  se dei mammiferi sociali vengono posti di fronte alla scelta tra isolamento e dolore fisico scelgono quest’ultimo. Le scimmie cappuccino  lasciate senza cibo e contatti sociali per 22 ore, prima di mangiare si sono ricongiunte al loro branco. Secondo o studio “Developmental sequelae of maltreatment in infancy”, risalente addirittura al 1981, i bambini trascurati emotivamente subiscono conseguenze peggiori per la salute mentale dei bambini che patiscono sia la trascuratezza emotiva che l’abuso fisico. La terribile spiegazione è perché la violenza coinvolge sia l’attenzione che il contatto. I ricercatori dicono che l’autolesionismo viene spesso usato come un tentativo per  alleviare la sofferenza e che questo fa pensare che il dolore fisico non  sia peggiore del dolore emotivo. Non a caso i carceri di tutto il mondo  utilizzano l’isolamento come forma di punizione estrema e a volte di tortura».

Manbiot scrive sul Guardian che «Non è difficile capire quali potrebbero essere le ragioni evolutive del  dolore sociale. La sopravvivenza tra i mammiferi sociali migliora notevolmente  quando sono fortemente legati al resto del branco. Gli animali isolati ed emarginati hanno più probabilità di essere fatti fuori dai predatori o di morire di fame. Così come il dolore fisico ci protegge da danni fisici, il dolore emotivo ci protegge da un infortunio sociale. Ci spinge a riconnetterci. Ma molte persone trovano questo quasi impossibile. Non è sorprendente che l’isolamento sociale sia fortemente associato alla depressione, al  suicidio, all’ansia, all’insonnia, alla paura e alla percezione di minaccia. E’ più sorprendente scoprire la gamma di malattie fisiche che provoca o aggrava. Demenza, ipertensione, malattie cardiache, ictus, abbassamento della resistenza ai virus e anche gli incidenti sono più comuni tra le persone cronicamente solitarie. La solitudine ha un impatto sulla salute fisica paragonabile a fumare 15 sigarette al giorno: sembra aumentare il rischio di morte prematura del 26%. Questo è in parte dovuto al fatto che aumenta la produzione dell’ormone dello stress cortisolo, che sopprime il sistema immunitario».

Studi come “Perceived social isolation, evolutionary fitness and health outcomes: a lifespan approach”, condotti sugli animali e sull’uomo,  evidenziano che l’isolamento riduce il controllo degli impulsi e che quindi il mangiare diventa motivo di conforto, il che porta all’obesità. A questo si deve aggiungere che sono le persone più in basso nella scala sociale ad avere più probabilità di soffrire di solitudine e questo potrebbe fornire una possibile spiegazione per l’epidemia di obesità tra i poveri dei Paesi ricchi.

Manbiot conclude: «Chiunque può vedere che qualcosa di molto più importante rispetto alla maggior parte dei problemi di cui preoccuparsi è andato storto. Allora, perché siamo impegnati in questo world-eating, nel delirio dell’auto-consumo di distruzione ambientale e della dislocazione sociale, se tutto ciò che produce è un dolore insopportabile? Perché questo problema non è sulla bocca di tutti nella vita pubblica? Ci sono alcuni enti di beneficenza meravigliosi che fanno quello che possono per combattere questa marea, con alcuni dei quali ho intenzione di lavorare come parte del mio loneliness project . Ma per ogni persona da raggiungere, molte altre vengono spazzate via. Questo non richiede una risposta politica. Richiede qualcosa di molto più grande: la rivalutazione di un’intera visione del mondo. Di tutte le fantasie che esseri umani intrattengono, l’idea che si possa fare da soli è la più assurda e forse la più pericolosa. Noi stiamo insieme o cadiamo a pezzi».