Gli Homo sapiens hanno colonizzato la foresta pluviale dell’Asia meridionale cacciando scimmie e scoiattoli

I nostri antenati erano cacciatori molti più abili e evoluti di quanto si credesse finora

[22 Febbraio 2019]

Lo studio multidisciplinare “Specialized rainforest hunting by Homo sapiens ~45,000 years ago” pubblicato su Nature Communications da un team internazionale di ricercatori guidato da Oshan Wedage del Max-Planck-Institut für Menschheitsgeschichte (MPI-SHH), fornisce prove dirette che gli Homo sapiens che almeno 45.000 anni fa vivevano nelle foreste dell’attuale Sri Lanka erano in grado di cacciare prede “difficili” come le scimmie che vivono sugli alberi e altri piccoli mammiferi come gli scoiattoli.
Infatti, i ricercatori hanno scoperto, nella Fa-Hien Lena Cave, il più antico sito archeologico occupato dagli Homo sapiens nello Sri Lanka, resti di piccoli mammiferi, tra i quali primati, con evidenti segni di tagli e bruciature, insieme a sofisticati strumenti in osso e pietra. Il team di scienziati del Max Planck dello Sri Lanka e di altre istituzioni internazionali evidenzia che «La caccia a questi animali è un esempio dell’adattabilità unicamente umana che ha permesso a H. sapiens di colonizzare rapidamente una serie di ambienti estremi apparentemente non toccati dai suoi parenti ominidi».
Lo studio dimostra che delle popolazioni umane erano state in grado di specializzarsi nella caccia di piccoli animali arborei già decine di migliaia di anni fa e quelli trovati a Sri Lanka sono i reperti più antichi che dimostrano l’esistenza di una tecnica di caccia sofisticata, attiva e sostenibile ai primati da parte dei nostri antenati. Un lavoro scientifico che, dicono all’MPI-SHH «evidenzia anche le capacità ecologiche distintive di H. sapiens relativamente ai suoi antenati e parenti ominidi».
Ricerche recenti avevano già dimostrato che, mentre si diffondeva in tutto il mondo, la nostra specie era stata in grado di adattarsi rapidamente a una varietà di ambienti estremi, compresi i deserti, l’alta montagna, gli habitat paleoartici e le foreste tropicali. Tuttavia, la discussione sulla migrazione delle nostre specie in Europa, Medio Oriente e Asia si era spesso concentrata sulla nostra maggiore efficienza nella caccia, nella macellazione e nel consumo di animali di taglia medio-grande che frequentano gli ambienti aperti di “savana”, oppure sugli insediamenti umani lungo la costa, visti come importanti fonti di proteine- Sarebbero stati questi territori più “agibili” ad aver stimolato l’evoluzione umana e la migrazione che è una parte essenziale del successo e della variabilità genetica della nostra specie.
Negli studi e nelle ipotesi sulle migrazioni e sulla dispersione degli esseri umani, gli scienziati avevano trascurato le foreste pluviali tropicali, viste come ambienti che ostacolano gli spostamenti umani a causa delle malattie, degli animali pericolosi che ci vivono e delle risorse limitate che presentano grosse sfide per essere sfruttate. «In particolare – spiegano ancora i ricercatori – se paragonati ai grandi animali delle savane aperte, le piccole scimmie di foresta e gli scoiattoli sono difficili da catturare e forniscono piccole quantità di proteine».
La caccia umana ai piccoli mammiferi è stata a lungo considerata una caratteristica della “complessità” tecnologica e comportamentale o della “modernità” peculiare della nostra specie. Precedenti ricerche svolte in Europa e nell’Asia occidentale avevano collegato l’aumento della cattura e del consumo di piccoli mammiferi agili sia alla crescita della popolazione umana sia a crisi climatiche che sarebbero avvenute circa 20.000 anni fa. Ma la caccia ai piccoli mammiferi in altre parti del mondo, in particolare in Asia, è rimasta poco studiata, in particolare al di fuori degli ambienti temperati. Uno degli autori dello studio, Patrick Roberts del Max-Planck-Institut für Menschheitsgeschichte, aggiunge che «Negli ultimi due decenni, la ricerca ha evidenziato l’occupazione umana delle foreste pluviali tropicali dell’Asia meridionale, Asia sud-orientale e Melanesia almeno 45.000 anni fa, quindi sembrava probabile che gli esseri umani avessero dovuto far affidamento sui piccoli mammiferi in questi ambienti prima di 20.000 anni fa».
Nonostante ci fosse una generale mancanza di un’analisi sistematica e dettagliata dei resti degli animali ritrovati nei siti archeologici dell’isola, lo Sri Lanka è apparso subito come un territorio importante per studiare i primi adattamenti umani alle foreste pluviali. Con il nuovo studio, i ricercatori hanno prodotto nuove informazioni cronologiche, analisi di resti di animali e studi sugli assemblaggi di strumenti litici e ossei della Fa-Hien Lena Cave. Secondo Wedage, «I risultati dimostrano, a partire da 45.000 anni fa, una caccia specializzata e sofisticata di popolazioni di scimmie e scoiattoli semi-arboree e arboree, in un ambiente tropicale pluviale» e il coautore Noel Amano, anche lui del Max Planck, conferma: «Questo è stato completato da sofisticate tecnologie di strumenti ossei che, a loro volta, sono stati creati dalle ossa delle scimmie cacciate».
A quanto pare, questi abili cacciatori prendevano di mira soprattutto scimmie adulte, una tecnica di caccia che i reperti dicono sia durata a lungo e che evidenzia una strategia sostenibile, con una caccia un mana che non prelevava più delle risorse faunistiche che consentivano l’equilibrio dell’habitat delle foreste pluviali tropicali.
Un altro autore dello studio, Michael Petraglia del Max-Planck-Institut für Menschheitsgeschichte, conclude: «Questo “menu di scimmie” non era one-off, e l’utilizzo di queste risorse difficili da catturare è un altro esempio della flessibilità comportamentale e tecnologica dell’Homo sapiens. Un’ulteriore analisi dettagliata degli strumenti e dei resti animali lasciati dai primi membri della nostra specie promette di fornire maggiori approfondimenti sulla varietà di strategie che hanno permesso a H. sapiens di colonizzare i continenti del mondo e ci ha lasciato come gli ultimi ominidi rimasti».