Il cranio della Georgia e le nuove implicazioni della scoperta pubblicata su Science

Homo, chi sei? Il teschio che può cambiare la nostra storia (e quella delle specie)

[22 ottobre 2013]

È presto, per riscrivere la storia dell’uomo. Per tagliare il cespuglio del genere Homo e lasciare un solo ramo che dalle australopitecine porta a noi, i sapiens. Ma certo l’articolo pubblicato venerdì scorso su Science da David Lordkipanidze (nella foto), del Museo Nazionale della Georgia a Tbilisi, e dal un gruppo internazionale di suoi collaboratori apre molti interrogativi sulla nostra specie. Anzi, come Greenreport aveva avuto già modo di osservare in passato, apre molti interrogativi sul concetto biologico di specie.

Il fatto nuovo è il ritrovamento a Dmanisi, in Georgia,di un cranio intatto attribuito a un membro del genere Homo che risale a 1,8 milioni di anni fa. La Georgia è stato uno dei nodi principali dell’out of Africa, ovvero della migrazione dei primi membri del genere Homo fuori dall’Africa e della loro diffusione per l’Eurasia che si è verificata, per l’appunto, circa due milioni di anni fa.

E infatti nel medesimo sito di Dmanisi sono stati rinvenuti altri quattro crani di Homo tutti risalenti al medesimo periodo. È molto probabile che trovandosi lì tutti insieme i cinque appartenessero alla medesima tribù. Il fatto è che i crani hanno una morfologia molto diversa. E la diversità dei tratti è tale che, in altre occasione, ha portato gli antropologi a parlare di specie diverse. I cinque crani di Homo rinvenuti a Dmanisi appartengono a membri di altrettante specie di Homo?

Difficile da credere. La loro deve essere una naturale diversità tra membri di una medesima specie. Insospettiti, David Lordkipanidze e i suoi collaboratori hanno effettuato un’analisi comparata, con tecniche statistiche molto raffinate, dei tratti morfologici di cinque crani attribuiti a diversi rami del “cespuglio degli Homo: gli habilis, gli erectus, i rudolfensis, gli ergaster. Trovando una medesima variabilità. Allo stesso modo hanno studiato le differenze tra vari crani di scimpanzé e di bonobo. Analogo il risultato: le variabilità del cinque crani di Dmanisi è del tutto analoga alla variabilità tra erectus, rudolfensis ed ergaster; alla variabilità tra gli scimpanzé; alla variabilità tra i bonobo.

Conclusione. Dobbiamo probabilmente riscrivere la storia del genere Homo, dicono Lordkipanidze e i suoi collaboratori. Non più quella di un genere formato da diverse specie (habilis, erectus, rudolfensis, ergaster, sapiens), ma quella di un genere formato da un’unica specie  che si è evoluta nel tempo e, al più, ha acquisito dei tratti caratteristici locali.

La proposta ha suscitato e continuerà a esercitare accese discussioni. La prima critica riguarda lo studio dei tratti morfologici dei vari crani: non è una scienza esatta. Dunque l’analisi delle omologie e delle differenze dei tratti di crani e, più in generale, di scheletri rinvenuti in aree diverse deve essere ulteriormente indagata, prima di tagliare il cespuglio e riscrivere una storia lineare del genere Homo.

La ricostruzione è complicata dal fatto che – a tutt’oggi – non esistono tecniche affidabili di studio del Dna risalente a epoche così antiche. Tecniche che potrebbero dirimere la situazione, stabilendo se il Dna di habilis, erectus, rudolfensis, ergaster, sapiens e altri è quello di una medesima specie e o quella di specie differenti.

Tuttavia non partiamo da zero. Come abbiamo già riportato su Greenreport, abbiamo prove genetiche che dimostrano come membri della specie Homo sapiens si siano incrociate, all’incirca 50.000 anni fa in Europa con i neandertaliani (discendenti degli ergaster giunti in Europa per l’appunto 1,8 milioni di anni fa) e, più o meno nello stesso periodo in Asia con i denisoviani, discendenti dei primi Homo che hanno lasciato l’Africa e hanno raggiunto l’Estremo Oriente.

Ora, nell’accezione classica appartengono alla medesima specie individui che accoppiandosi generano una prole fertile. Il fatto che i sapiens si siano incrociati con altri tipi di Homo e abbiano avuto una prole fertile, tant’è che i discendenti di quegli incroci sono tra noi (siamo noi), ha indicato che già in passato era stato dimostrato che i veri tipi di Homo appartengono a una medesima specie.

Il fatto è, però, che proprio il mescolamento genetico tra sapiens, neandertaliani e denisoviani ha dimostrato che la interfecondità tra questi gruppi c’è stata, ma non è stata totale. Insomma, quando un sapiens incontrava una neandertaliana (o viceversa) la probabilità che nascessero figli fertili era decisamente inferiore a quella relativa agli accoppiamenti tra due sapiens o all’accoppiamento tra due neandertaliani.

È, dunque, necessario prendere in considerazione altri due tipi di problemi, oltre quelli di un’analisi rigorosa dei tratti morfologici. Il primo è che due milioni di anni fa o giù di lì habilis, erectus, rudolfensis, ergaster e altri gruppi di Homo potessero essere interfertili, ma non del tutto. Che appartenessero a gruppi che stavano divergendo geneticamente. Se così fosse, la metafora del cespuglio non solo resterebbe in piedi ma dovrebbe essere viepiù complicata.

L’altro grande problema è che dovremmo andare verso una revisione profonda del concetto biologico di specie. Non è vero che le possibilità sono solo due: o due gruppi di individui sono interfertili e, dunque, appartengono alla medesima specie o non sono interfertili e appartengono a specie diverse. Tra questi due estremi c’è tutto un gradiente di possibilità, che va indagato. Proprio la storia, complessa, dell’uomo potrebbe dunque portare a rivedere il concetto stesso di specie.