I miti nocivi e infondati su migrazione e salute usati per giustificare le politiche di esclusione (VIDEO)

Lancet e UCL: «La migrazione giova alle economie nazionali e globali, e occorre fare di più per contrastare il razzismo, migliorare l'accesso dei migranti ai servizi e sostenere i diritti dei migranti»

[6 dicembre 2018]

Quello che sta succedendo in Italia con il Decreto (In)sicurezza e negli Usa di Trump è solo la punta dell’iceberg di una politica feroce che diffonde falsi miti su migranti e salute per giustificare politiche repressive. A dirlo è un rapporto pubblicato dall’autorevolissima rivista medica The Lancet e dell’University College London (UCL) che sottolinea: «La protezione della salute pubblica e i risparmi sui costi sono spesso usati come ragioni per limitare l’accesso dei migranti all’assistenza sanitaria o per negare loro l’ingresso», ma la nuova UCL-Lancet Commission on Migration and Health si basa su nuovi dati e analisi internazionali e conferma che «I miti più comuni su migrazione e salute non sono supportati dalle prove disponibili e ignorano l’importante contributo della migrazione alle economie globali».

La UCL-Lancet Commission è il risultato di un progetto biennale realizzato da 20 esperti leader e dai loro team di 13 Paesi e comprende nuove analisi dei dati, due documenti di ricerca originali, e rappresenta la revisione più completa delle prove disponibili fino ad oggi. Il rapporto, comprese le sue raccomandazioni per migliorare la risposta alla salute pubblica alla migrazione, sarà pubblicato l’8 dicembre alla Conferenza intergovernativa delle Nazioni Unite di Marrakech per adottare il Global Compact – quello che in Italia non vogliono Lega e Fratelli d’Italia (e non solo) – per una migrazione sicura, ordinata e regolare Nel 2018 nel mondo si sono spostate più di un miliardo di persone e solo un quarto erano migranti che hanno attraversavano i confini internazionali.

Il presidente della Commissione, Ibrahim Abubakar dell’UCL,  fa notare che «Il discorso populista demonizza gli stessi individui che sostengono le economie e sostengono l’assistenza sociale e i servizi sanitari e mette in discussione la merito dei migranti ad avere l’assistenza sanitaria sulla base di credenze inaccurate e sostiene pratiche di esclusione, danneggiando la salute delle persone, della nostra società e delle nostre economie. La migrazione è la questione determinante del nostro tempo: il modo in cui il mondo affronta la mobilità umana determinerà la salute pubblica e la coesione sociale per decenni a venire. Creare sistemi sanitari che integrino le popolazioni migranti andrà a beneficio di intere comunità con un migliore accesso alla salute per tutti e guadagni positivi per le popolazioni locali In caso contrario, potrebbe essere più costosa per le economie nazionali, la sicurezza sanitaria». ,

Richard Horton, redattore di Lancet,  aggiunge: «In troppi Paesi, la questione della migrazione è usata per dividere le società e far avanzare un’agenda populista: oggi, con un miliardo di persone in movimento, la crescita della popolazione in molte regioni del mondo e l’aumento delle aspirazioni di una nuova generazione di giovani, la migrazione non scomparirà: i migranti di solito contribuiscono più all’economia di quanto costino e il modo in cui modelliamo la loro salute e il benessere oggi avrà un impatto sulle nostre società per le generazioni a venire e sulla salute globale».

Lancet mette in fila i miti su migrazione e salute non supportati da prove:

I Paesi ad alto reddito sono sopraffatti dai migranti? Le discussioni sulla migrazione si concentrano spesso sul numero crescente di persone che attraversano i confini internazionali e invadono i Paesi ad alto reddito, ma i cambiamenti nelle migrazioni sono più complessi: «Sebbene la migrazione internazionale riceva più attenzione politica e pubblica – dicono i ri cercatori – la maggior parte degli spostamenti a livello globale è migrazione interna. Un quarto di tutti i migranti (circa 258 milioni di persone) sono migranti internazionali. Negli ultimi quattro decenni, a livello mondiale, la percentuale della popolazione mondiale considerata migrante internazionale è cambiata molto poco, dal 2,9% nel 1990 al 3,4% nel 2017. La maggior parte dei migranti internazionali sono lavoratori migranti (circa il 65%) e una percentuale molto più piccola rifugiati e richiedenti asilo. Mentre i Paesi ad alto reddito hanno visto un aumento maggiore della percentuale di migranti internazionali (dal 7,6% nel 1990 al 13,4% nel 2017), sono più propensi a essere studenti che pagano per la loro istruzione o lavoratori migranti che contribuiscono nettamente all’economia. I rifugiati costituiscono una percentuale maggiore della popolazione totale nei Paesi a basso reddito rispetto ai Paesi ad alto reddito (0,7% vs 0,2%)».

I migranti stanno danneggiando le economie? Ci sono moltissime prove sui benefici economici positivi della migrazione, ma questo non è sufficientemente riconosciuto. The Lancet spiega che «Nelle economie avanzate, ogni aumento dell’1% dei migranti nella popolazione adulta aumenta il prodotto interno lordo per persona fino al 2%. Inoltre, la migrazione contribuisce alla distribuzione della ricchezza globale. Si stima nel 2017che circa 613 miliardi di dollari siano stati inviati dai migranti alle loro famiglie all’origine. Circa tre quarti di queste rimesse sono destinate ai Paesi a basso e medio reddito: un importo tre volte più grande dell’assistenza ufficiale allo sviluppo». Insomma, sono i migranti a mettere in pratica lo slogan “aiutiamoli a casa loro” (proprio come facevano e fanno i migranti italiani).

I migranti sono un peso per i servizi sanitari? In molti Paesi ad alto reddito i migranti costituiscono una parte sostanziale della manodopera sanitaria. «Piuttosto che essere un peso, i migranti hanno maggiori probabilità di rafforzare i servizi fornendo assistenza medica, insegnando ai bambini, prendendosi cura degli anziani e sostenendo i servizi a corto di personale», fanno notare i ricercatori e ricordano che «Nel Regno Unito, il 37% dei medici ha ricevuto la qualifica medica in un altro Paese».

Una nuova revisione sistematica completa e una meta-analisi in via di pubblicazione concludono che «I migranti internazionali nei Paesi ad alto reddito hanno tassi di mortalità più bassi rispetto alle popolazioni in generale per la maggior parte delle categorie di malattie». Lo studio ha utilizzato le stime sulla mortalità su oltre 15,2 milioni di migranti provenienti da 92 Paesi e ha rilevato che «I migranti internazionali avevano tassi di decessi più bassi  della popolazione generale nel Paese ricevente per malattie cardiovascolari, digestive, endocrine, neoplastiche, nervose e respiratorie, disturbi mentali e comportamentali e lesioni. Non c’era evidenza di una differenza per il sangue, i disturbi genito-urinari o muscoloscheletrici. Le uniche due eccezioni riguardavano infezioni come epatite virale, tubercolosi e HIV e cause esterne, come l’aggressione, per le quali nei  migranti aumentava il tasso di mortalità». Tuttavia, come evidenzia anche il rapporto, «Diversi studi (ad esempio sulla tubercolosi) hanno dimostrato che il rischio di trasmissione di infezioni è elevato solo all’interno delle comunità di migranti ed è trascurabile nelle popolazioni ospitanti. E’ probabile che nei Paesi ad alto reddito i risultati si applichino ai migranti internazionali che studiano, lavorano o hanno fatto parte di gruppi familiari in questi paesi. Gruppi vulnerabili, come rifugiati, richiedenti asilo e migranti privi di documenti, possono avere esigenze di salute diverse, ma – come notano gli autori – piuttosto che formulare politiche basate sulle eccezioni, le prove sui benefici salutari della migrazione dovrebbero essere in prima linea per prendere le decisioni».

I migranti sono portatori di malattie che rappresentano un rischio per le popolazioni residenti? Come sappiamo bene noi italiani grazie anche ai tweet del ministro degli interni e a qualche incauto procuratore della Repubblica,  lo stereotipo dei migranti come portatori di malattie è forse uno dei più diffusi e più dannosi. »Tuttavia – dice l’UCL-Lancet Commission – non esiste un’associazione sistematica tra migrazione e importazione di malattie infettive e le prove dimostrano che il rischio di trasmissione da popolazioni in migrazione a popolazioni ospiti è generalmente basso. Gli studi sulla tubercolosi suggeriscono che il rischio di trasmissione è elevato nelle famiglie e nelle comunità di migranti, ma non nelle popolazioni ospitanti». I migranti possono provenire da regioni con una maggiore diffusione di malattie, specialmente se provengono da regioni dove c’è la guerra e con sistemi sanitari pubblici deboli. Ma le malattie e le infezioni possono essere prese durante i viaggi –  ad esempio, i viaggi aerei possono facilitare la rapida diffusione di una malattia. The Lancet fa notare che «In effetti, i recenti esempi di diffusione di agenti patogeni resistenti erano provocati principalmente dai viaggi internazionali, dal turismo e dallo spostamento el bestiame piuttosto che dalla migrazione. Sono necessari sistemi sanitari pubblici efficaci per prevenire epidemie di malattie, associate o meno alla migrazione.

I migranti hanno tassi di fertilità più elevati rispetto alle popolazioni ospitanti? La retorica populista afferma spesso che i migranti hanno molti più figli delle popolazioni ospitanti e la Commissione ha raccolto dati da diversi studi a lungo termine che suggeriscono che «I tassi di natalità tra i migranti sono a malapena al livello di sostituzione della popolazione (2,1 nascite per donna) e spesso in calo«. Uno studio condotto in 6 Paesi europei ha rilevato che «I tassi di fertilità tra le donne migranti erano, in generale, inferiori q quelli delle popolazioni ospitanti. Gli studi condotti in India e in Etiopia, ad esempio, hanno dimostrato che i migranti interni hanno maggiori probabilità di utilizzare la contraccezione rispetto alle popolazioni ospitanti. Garantire l’accesso ai servizi è fondamentale per garantire l’assistenza sessuale e riproduttiva delle donne e delle ragazze migranti».

Questi miti infondati, diffusi a piene mani sui social network e nei discorsi pubblici di politici irresponsabili che fanno dell’altrui sofferenza e paura la loro fortuna, hanno impatti di ampia portata su come i migranti vengono trattati all’interno della società. I ricercatori evidenziano: «Nonostante le prove che i migranti abbiano benefici per la salute e siano positivi per le società, molti uomini e donne che migrano sono soggetti a leggi, restrizioni e discriminazioni che li mettono a rischio di cattiva salute. La protezione del pubblico viene spesso invocata come motivo per negare l’ingresso, per la detenzione o la deportazione, ma troppo spesso queste politiche lasciano i migranti ad affrontare situazioni di salute peggiori». Sembra la descrizione del Decreto Salvini.

Invece, la Commissione UCL-Lancet invita i governi a «Migliorare l’accesso dei migranti ai servizi, rafforzare il diritto alla salute dei migranti e affrontare i più ampi determinanti della salute dei migranti, compresa l’adozione di un approccio di tolleranza zero al razzismo e alla discriminazione».

Ma i governi della neo-destra vanno in direzione opposta e la limitazione dei diritti in base allo stato di salute è sempre più comune. In Australia, la domanda di residenza permanente può essere rifiutata perché il richiedente non è in  salute: i cinque motivi più comuni sono problemi intellettivi o funzionali, l’HIV, il cancro e una malattia renale. 35 paesi hanno imposto una qualche forma di divieto di viaggiare per le persone con HIV. «Troppo spesso, le politiche non sono basate sul contributo complessivo dei migranti alle società ospitanti, ma solo in termini di costi per lo Stato. Restrizioni all’entrata o la deportazione per malattie a basso rischio di trasmissione casuale sono inammissibili per motivi di salute pubblica e diritti umani», dicono gli scienziati . Inoltre, collegare lo stato di salute alla possibilità di essere espulsi da un Paese mina la fiducia dei migranti nei medici e impedisce loro di accedere all’assistenza sanitaria su una base non discriminatoria. «Il timore della deportazione – spiegano ancora i ricercatori – può significare che i migranti non cercheranno cure o assistenza sanitaria quando necessario, danneggiando la salute individuale e pubblica. In pratica, l’applicazione dei regimi sanitari può far pressione sugli operatori sanitari affinché agiscano come agenti di controllo dell’immigrazione». La Commissione denuncia la crescente tendenza degli Stati  a limitare l’accesso all’assistenza sanitaria per i migranti, nonostante gli impegni presi a livello internazionale per la “salute per tutti”. Il decreto sicurezza italiano va purtroppo in questa s direzione e creerà più rischi.

Abubakar spiega ancora: «I migranti sono più sani e contribuiscono alla nostra economia e al sistema sanitario nazionale: non ci sono prove che i migranti sfruttino eccessivamente il servizio sanitario nazionale o che diffondano malattie infettive. L’esclusione dei migranti dai sistemi sanitari e la crescente retorica negativa sono politica e non si basano su prove. L’ambiente ostile nei confronti dei migranti nel Regno Unito ha portato direttamente a negare l’assistenza sanitaria sia ai migranti che ai cittadini britannici, con gravi conseguenze economiche e dirette sulla salute pubblica e sulle cure. Nel Regno Unito i migranti costituiscono una parte considerevole della forza lavoro, fornendo importanti contributi al Paese che dovrebbe essere riconosciuti«. E non scordiamoci che tra questi migranti ci sono centinaia di migliaia di italiani che, con la Brexit, avranno sempre meno diritti

Gli Stati stanno sempre più trattando l’attraversamento non autorizzato delle frontiere come un reato che porta dritto in carcere, a volte indefinitamente, come per il confinamento dei migranti nella sperduta isola di Nauru diventato politica migratoria in Australia nel 2013, mentre recentemente gli Usa hanno recentemente annunciato una politica di tolleranza zero, con arresti e incarcerazione migranti e con  minori separati dai loro genitori. I ricercatori non hanno dubbi: «La detenzione pone chiare violazioni al diritto internazionale e i risultati di una revisione sistematica di 38 studi dimostra che la detenzione è associata a esiti negativi sulla salute, in particolare alla salute mentale».

Una delle autrici dello studio, la statunitense Terry McGovern della Columbia University, aggiunge: «Contrariamente all’attuale panorama politico che descrive i migranti come portatori di malattie che sono una piaga della società, i migranti sono una parte essenziale della stabilità economica negli Stati Uniti. La separazione dei figli dei migranti dai loro genitori crea danni psicologici a lungo termine – ed è un aspetto crudele e non necessario della politica degli Stati Uniti. La criminalizzazione e la detenzione di migranti in cerca di un rifugio protetto a livello internazionale viola il diritto internazionale e li espone a un maggiore rischio di cattiva salute. I migranti sono vitali per il nostro benessere come società. Conoscere i bisogni sanitari delle popolazioni migranti è un strategia essenziale per arginare i costi associati a qualsiasi onere di una malattia evitabile in queste popolazioni».

Insomma, la salute dei migranti dipende dal contesto sociale e strutturale che incontrano durante la loro migrazione e poi a destinazione. La discriminazione che subiscono i migranti è una causa determinante della loro salute, in particolare di quella mentale, e del benessere sociale. L’accesso alla giustizia e l’istruzione sono fattori determinanti per la salute. Eppure,  uno studio su 28 Paesi sviluppati e in via di sviluppo ha rilevato che quasi la metà non consente l’accesso immediato all’educazione per i bambini migranti irregolari e che i migranti devono superare molte difficoltà per accedere alla giustizia, passando attraverso l’intimidazione, le barriere linguistiche o la mancanza di familiarità con il sistema.

Un’altra autrice del rapporto, la norvegese Bernadette Kumar del Folkehelseinstituttet, aggiunge: «Troppo spesso le politiche governative danno priorità alla politica xenofoba e razzista rispetto alla loro responsabilità di agire con forza per contrastarle. La discriminazione razziale ed etnica alimenta l’esclusione delle popolazioni migranti, ma non viola solo i diritti degli individui,  ostacola la coesione sociale e il progresso della società in generale: razzismo e pregiudizio dovrebbero essere affrontati con un approccio di tolleranza zero».

Un atro  coautore, il keniano Nyovani Madise dell’African Institute for Development Policy,  fa notare che «Gli africani sono sempre stati persone molto mobili, spostandosi principalmente all’interno dei confini nazionali e regionali. Il rapporto della Commissione conferma che i migranti fanno crescere le economie dei loro Paesi di destinazione, molti rimettono i soldi ai loro luoghi di origine. La maggior parte dei Paesi africani si trova a ospitare rifugiati e sfollati che fuggono dai conflitti nei Paesi limitrofi. Le politiche migratorie in Africa devono tenere conto delle raccomandazioni della Commissione per fornire assistenza sanitaria di buona qualità a tutte le persone in movimento e riconoscere i benefici positivi della migrazione nella formulazione e implementazione delle politiche di sviluppo».

L’ex ministro dell’ambiente e degli esteri del Regno Unito David Miliband, presidente dell’International Rescue Committee e coautore di un commento allo studio, conclude: «”Health for all ” non significherà nulla se e non raggiungerà quelli più difficili da raggiungere, compresi quelli che sono sfollati con la forza, il che significa aumentare drasticamente gli investimenti nell’erogazione di servizi sanitari per i rifugiati e gli sfollati a livello internazionale, per garantire a tutte le persone l’accesso a servizi sanitari di qualità».

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  • Migration and Health: the health of a world on the move