La classifica Arwu e il tesoro dilapidato delle università italiane

I nostri atenei tra i più efficienti al mondo, ma senza fondi

[17 agosto 2015]

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La classifica Arwu, elaborata come ogni anno dalla “Jiao Tong” university di Shanghai e giunta ormai alla 13° edizione, offre l’opportunità di elaborare un istruttivo quadro dell’università italiana. Come per ogni tema complesso, i punti di vista sono molteplici, e spaziano dalla mera osservazione della classifica (specchio di un’Italia declinante) alle critiche sulla metodologia che sta alle spalle della sua elaborazione. Nel mezzo, un’unica valutazione pare emergere: quella che vede l’università italiana possibile punto di forza, non valorizzato, del sistema-paese.

Il ranking Arwu ha l’ambizione, come molte altre classifiche nell’ambito, di mettere in fila le migliori università del pianeta. A trionfare sono le università americane, che occupano 8 delle 10 posizioni di testa: prima Harvard (per il tredicesimo anno di fila), seguita da Stanford, Mit e Berkeley. Al quinto posto la prima università europea, Cambridge. Per trovare un ateneo italiano è necessario scorrere la classifica Arwu fino ad arrivare alle divisioni in blocchi: tra il 150° e il 200° posto al mondo figurano le università di Roma “La Sapienza”, Milano, Padova, Torino, Pisa. Tra il 201° e il 300° posto, invece, trovano spazio le università di Bologna, di Firenze e il Politecnico di Milano, mentre altri 12 atenei sono tra il 301° e il 500° posto. In generale, l’Italia piazza così 20 atenei tra i primi 500 al mondo – ma in posizioni assai defilate dal gruppo di testa Arwu – perdendo inoltre un’unità rispetto allo scorso anno, mentre il ranking diffuso dalla “Jiao Tong” rimane dominato dalle università degli Stati Uniti, con 146 tra le prime 500, seguite dalla Germania (39), dal Regno Unito (37) e dalla Cina (32).

«La classifica di Shanghai, che per ampiezza di parametri e per metodologia utilizzata è la più autorevole al mondo – ha commentato il rettore dell’ateneo pisano, Massimo Augello – conferma i risultati già emersi dagli altri principali ranking elaborati da istituti internazionali, a partire dal QS di Londra, che posizionano l’Ateneo pisano ai primi posti in Italia e individuano un gruppo molto ristretto di università stabilmente al vertice della graduatoria nazionale». Confrontando le schede delle singole istituzioni, comunicano infatti dall’università di Pisa, nella classifica Arwu l’ateneo toscano «è in effetti in seconda posizione, dietro solo alla Sapienza».

Ma al di là dei singoli risultati, il rettore Augello mette in guardia sul significato più ampio della classifica: «Purtroppo questo scenario interno si colloca nell’ambito di un contesto generale che ci vede ancora una volta penalizzati a livello internazionale, riuscendo a mantenere una buona qualità media, ma perdendo progressivamente le nostre punte di eccellenza. A questo proposito, ricordo che per un certo periodo l’Italia ha avuto una sua rappresentante nella top 100 e che solo fino a due anni fa l’Università di Pisa e La Sapienza erano nella fascia più alta tra 101° e 150° posto. Come era facilmente prevedibile e come gli atenei stanno denunciando da diverso tempo, questi risultati sono la conseguenza inevitabile della costante diminuzione di risorse destinate alle università, che rischia di condannare il nostro sistema universitario e della ricerca a una progressiva marginalizzazione internazionale. Mentre l’Italia non ha alcuna università tra le prime 150 al mondo, infatti, ben 16 nazioni piazzano almeno una loro istituzione tra le prime 100, con la presenza sempre più massiccia di realtà emergenti – quali per esempio Singapore, la Corea e il Brasile – che, al contrario di quanto avviene nel nostro Paese, continuano a investire ingenti risorse nel settore».

Ma cosa succederebbe se nella metodologia utilizzata per stilare la classifica Arwu venisse inglobato anche il criterio dell’efficienza nella spesa di ogni università? A chiederselo è stato Giuseppe De Nicolao, ordinario al dipartimento di Ingegneria industriale e dell’informazione dell’università di Pavia, nonché redattore di Roars. De Nicolao, che bolla come «pseudoscientifica» la classifica Arwu, si è impegnato a portarla alle sue estreme conseguenze, inserendo però nei calcoli anche l’efficienza nella spesa degli atenei.

Ecco che la classifica rielaborata sulle pagine di Roars ha tutto un altro sapore: al primo posto al mondo spicca la Scuola Normale Superiore di Pisa, seguita da Ferrara, Trieste, Milano Bicocca, Cambrdige e ancora Pisa con il suo ateneo. Harvard precipita in 22esima posizione, mentre 8 delle prime 10 stavolta sono occupate da atenei italiani, e non statunitensi. «Se ragioniamo in termini di efficienza – osserva De Nicolao –  le università “top 20” della classifica di Shanghai faticano a competere con gli atenei italiani, che in media spendono circa 36 milioni di dollari per ogni punto Arwu contro i 55 milioni spesi in media dagli atenei “top 20”».

Da questo punto di vista, le università italiane (e toscane in particolare) si confermano un motore efficiente per lo sviluppo del Paese – e per lo sviluppo sostenibile in particolare –, ma assai sottoalimentato. Due anni fa, forte proprio della propria leadership all’interno della classifica Arwu, il rettore dell’università di Pisa chiese al governo di convocare degli Stati generali dell’università, per aiutare a diffondere «l’enorme potenziale di ricchezza culturale ed economica» che è all’interno dei nostri atenei. Nel mentre il governo è cambiato, ma le cattive abitudini restano: l’appello agli Stati generali è caduto nel vuoto, mentre l’Italia rimane in fondo a tutte le classifiche di spesa pubblica per l’università.

L. A.