La “nuova Sars” giunge in Italia, quali le preoccupazioni reali?

[5 giugno 2013]

Potrebbe aver preso una strada nuova e anomala la MERS-CoV, la sindrome respiratorio del Medio Oriente causata da un coronavirus, da molti giornali definita “nuova Sars”. Fino a domenica scorsa, infatti, si conoscevano solo 53 casi di questa “nuova” malattia infettiva, rilevata per la prima volta solo un anno fa, nell’aprile del 2012, in Medio Oriente. Di questi 53 casi, ben 30 erano risultati mortali.

Il virus, dunque, sembrava essere molto aggressivo, ma poco trasmissibile da uomo a uomo. Ma, qualche giorno fa, l’infezione è arrivata anche in Italia, a Firenze per la precisione. È stata riscontrata in uno straniero giunto in città dalla Giordania e in altre due persone che sono state a stretto contatto con l’ammalato: una collega adulta del primo contagiato e una bambina di due anni. La diagnosi è stata confermata con una doppia analisi di laboratorio. Le tre persone stanno tutte bene.

Lunedì sera era arriva però la notizia che, a un primo test di laboratorio, altre dieci persone – sulle 50 che hanno avuto contatto con i tre ammalati e che sono state sottoposte ad analisi – risultano contaminate dal virus, anche se non presentavano alcun sintomo della malattia, che si manifesta, appunto, con una crisi respiratoria, tosse, spesso polmonite e, talvolta, con diarrea. Per fortuna ieri l’Istituto superiore di sanità ha detto che i test sono negativi, altrimenti a Firenze ci saremmo trovati davanti a uno scenario nuovo. I caratteri della malattia – alta mortalità ma bassa trasmissibilità – si sarebbero trasformati in maniera del tutto speculare: bassa mortalità ed elevata trasmissibilità. Insomma, forse a causa di una mutazione del virus, la MERS-CoV avrebbe assunto i caratteri sintomatici di una normale influenza.

Ma siamo nel campo delle ipotesi. Ma così fortunatamente non è stato ma è sempre meglio continuare ad assumere normali precauzioni (come lavarsi bene le mani, evitare di entrare in contatto troppo stretto con persone che starnutiscono, eccetera).

La MERS-CoV, l’infezione atipica alle vie respiratorie registrata per la prima volta in Giordania, ma diffusasi in tutto il Medio Oriente e in alcuni paesi europei (la Francia e la Gran Bretagna, prima dell’Italia), non è che l’ultima arrivata. In realtà sono moltissime, alcune decine, le malattie “nuove” (perché sconosciute) scoperte dalla metà degli anni ’70 a oggi. Nel 1976, per esempio, ci imbattemmo nel “nuovo” virus di Ebola, scoprimmo il Morbo del legionario, trovammo lo Cyptosporidium parvum. Negli anni immediatamente successivi sono stati isolati gli agenti infettivi che causano malattie mai prima conosciute: come l’Aids, l’epatite C, l’epatite E, la sindrome di Lyme, il sarcoma di Kaposi. L’elenco potrebbe continuare a lungo.

Tuttavia, al contrario di quanto si pensa, a riproporre l’inatteso ritorno delle malattie infettive non sono solo agenti infettivi sconosciuti. Spesso sono agenti infettivi perfettamente conosciuti, che in genere causano malattie curabili o, comunque, contenibili. È il caso del coronavirus, l’agente patogeno della MERS-CoV che appartiene alla famiglia di virus che causa affezioni addirittura comunissime, come il raffreddore.

Com’è possibile? Com’è possibile che un virus appartenente a una famiglia ben noto, che convive con l’uomo forse da millenni e causa banali affezioni, all’improvviso diventi un agente mortale, come ha dimostrato di essere il coronavirus della MERS-CoV in Medio Oriente? E come è possibile che il medesimo agente a Firenze si comporta 8sembra comportarsi) in maniera affatto diversa?

Beh, il motivo è che i virus mutano in continuazione. Si tratta di mutazioni casuali, che ne modificano la struttura genetica. La gran parte di queste mutazioni è dannosa per il virus e gli fa perdere la capacità, parassitaria, di riprodurre se stesso in un organismo ospite. Talvolta, però, la mutazione è vantaggiosa (per il virus). Gli conferisce nuove capacità adattive. Insomma il virus mutante trova nuove strade per riprodursi con successo.

Non sempre ciò che rappresenta un successo per il virus risulta un vantaggio per l’organismo ospite. Spesso la riproduzione del nuovo virus avviene a scapito dell’organismo ospite, che a causa dell’infezione virale si ammala e, talvolta, muore.

È quanto potrebbe essere successo con il coronavirus rilevato un anno fa in Giordania, che da banale agente del raffreddore si sarebbe trasformato nel pericoloso agente di una sindrome atipica e mortale. Il sospetto è rafforzato dal fatto che anche questo coronavirus viene trasmesso dagli animali all’uomo. E molti animali sono autentiche «centrali di mutazione» dei virus. E lì, negli organismi animali, che i mutanti sottopongono a selezione naturale le loro nuove capacità. E, talvolta, vengono trasmessi all’uomo.

Gli esperti dell’Organizzazione Mondiale di Sanità sospettano che il nuovo ceppo di coronavirus sia stato trasmesso all’uomo da animali. Mentre – almeno fino al caso di Firenze – raramente è stato documentato un passaggio diretto da uomo a uomo.

D’altra parte sono di provenienza animale sia nuovi virus (nuovi nel senso di sconosciuti), come quelli dell’Aids e di Ebola, ma anche vecchi virus (ovvero conosciuti da tempo), come quelli dell’influenza. Le «centrali di mutazione» dei virus non lavorano solo negli animali selvatici, ma anche negli animali domestici. E quasi sempre in modo del tutto naturale. Cosicché è la contiguità tra gli uomini e gli animali la causa di molte patologie. Anzi, la contiguità tra specie diverse è essa stessa un fattore di aumento della probabilità di mutazione.

Talvolta i virus non sono affatto aggressivi con gli animali ospiti, ma lo diventano nell’organismo umano. Succede anche che un’intera famiglia di virus, come quelli dell’influenza, siano in genere poco o moderatamente aggressivi anche con l’uomo. Ma, poi, con una mutazione diventino molto virulenti (ma non troppo, perché un eccesso di virulenza uccide troppo presto l’ospite e non consente al virus di diffondersi). È quanto è capitato proprio con il virus dell’influenza. Che nella stagione tra il 1918 e il 1919, mentre in Europa infuriava la Grande Guerra, mutò in un ceppo, quello della cosiddetta «spagnola», che in pochi mesi, si calcola, uccise tra 50 e 80 milioni di persone in tutto il mondo.

Quella pandemia rimane l’incubo degli ricercatori (e dell’umanità). Per questo ogni volta che scoppia un focolaio epidemico causato da un agente infettivo mutante, i ricercatori fanno scattare l’allarme. Temono che, sotto altre spoglie, si ripresenti qualcosa di simile all’agente infettivo che uccise più persone della Grande Guerra. Tanto più che oggi i facili spostamenti da una parte all’altra del mondo, per turismo o per lavoro, di centinaia di milioni di persone, sono uno dei fattori accertati che hanno reso possibile quello che è stato definito “il ritorno delle malattie infettive”.

Ma, per avere una pandemia virale così distruttiva – come si temeva potesse diventare la Sars, scoppiata a Hong Kong esattamente dieci anni fa, nel 2003 – occorre che il “nuovo” virus abbia, nel medesimo tempo, un’alta aggressività (uccida un’alta percentuale delle persone contaminate) e un’alta trasmissibilità (si trasmetta facilmente da uomo a uomo). E che proceda in maniera più veloce della messa a punto di un vaccino.

Non è questo il caso del coronavirus della MERS-CoV. Perché in Medio Oriente (ma anche in Francia e Gran Bretagna) si è dimostrato difficilmente trasmissibile. Tant’è che in Giordania, da aprile dello scorso anno a oggi, non era stato riscontrato alcun nuovo caso. Mentre a Firenze si sta dimostrando non molto aggressivo. La persona venuta dalla Giordania e la bambina di due anni sono in fase di miglioramento. La collega del primo ammalato è già stata dimessa dall’ospedale. E tutti gli altri dieci presunti contaminati non presentano alcun sintomo.

Niente allarme, dunque. Anche perché le strutture sanitarie nazionali hanno dimostrato una grande capacità di reazione.