Più anziani, meno figli e meno migranti. L’analisi Neodemos dei dati Istat

Le dinamiche demografiche italiane sono insostenibili, ma a chi importa?

Avanzare «politiche sociali dirette ad incoraggiare le frustrate propensioni riproduttive delle giovani coppie» non sembra una priorità per nessuno

[8 marzo 2017]

L’onda lunga della crisi continua ad erodere la demografia italiana. Neodemos è intervenuto a più riprese sull’argomento, anticipando anche un consuntivo per il 2016 che l’Istat ha ieri ufficialmente presentato. Tra l’inizio e la fine dell’anno, la popolazione è diminuita di 86mila unità (-0.14 %), una discesa che fa seguito alla diminuzione di 141mila unità (- 0,23%) avvenuta nel corso del 2015 a causa del picco di morti provocato da cause eccezionali, metereologiche ed epidemiologiche. Le 474mila nascite costituiscono la punta minima nella storia dell’Italia unita, e bisogna risalire alla metà del ‘500, quando l’Italia contava meno di un quinto della popolazione attuale, per trovare un raccolto di nascite così ridotto.

Nonostante che il numero medio di figli per donna (1,34) sia rimasto pressoché invariato, il numero delle donne in età riproduttiva continua a scendere, deprimendo il numero delle nascite. Sotto il profilo della sopravvivenza, turbata dai particolari eventi del 2015, il numero dei decessi è tornato in linea con gli anni precedenti, e la speranza di vita ha ripreso a salire: per i maschi era scesa da 80,3 anni nel 2014 a 80,1 nel 2015 per poi risalire a 80,6 nel 2016; per le femmine, da 85,0 nel 2014 era scesa a 84,6 nell’anno seguente, per salire a 85,1 nel 2016. La crisi, per fortuna, non ha inciso – almeno sembra – sulla qualità della vita e delle cure; dal 2008 al 2016 la speranza di vita di uomini e donne è aumentata di un anno e mezzo, più che negli otto anni precedenti, assai più tranquilli, almeno sotto il profilo economico e sociale. Infine, il saldo migratorio con l’estero (+135mila unità), è risultato quasi identico a quello dell’anno precedente, ma notevolmente ridotto rispetto agli anni precedenti il 2012. Una quota crescente delle uscite dall’Italia è costituita da cittadini italiani, che nel 2016 sono stati pari 115mila; nel 2010, quando la crisi non aveva ancora inciso nel profondo, le cancellazioni anagrafiche degli italiani diretti all’estero furono poco più di un terzo di quelle dello scorso anno.

Va detto chiaro e tondo che queste dinamiche sono insostenibili e soprattutto incompatibili col perdurare di una qualità della vita che, contro venti e maree, è in miglioramento almeno sotto il profilo della salute. L’immigrazione può solo in parte risolvere i problemi dell’invecchiamento e del declino della forza lavoro giovane, ed il clima politico italiano – come quelli europeo e mondiale – è entrato in una fase certamente non favorevole all’arrivo di flussi consistenti. La natalità segue appiattita su storici bassi livelli, ma l’opinione pubblica non sembra preoccuparsene troppo né il mondo politico sembra voler dare priorità a politiche sociali dirette ad incoraggiare le frustrate propensioni riproduttive delle giovani coppie. Troppo incerti e dilazionati gli effetti, troppo immediati i costi.

Chiudiamo queste righe con una nota meno deprimente. Nel 2016, secondo la Commissione UE, la modesta crescita dell’Italia (+0,9% del PIL) ci pone all’ultimo posto tra i paesi europei. Se ci confrontiamo con gli altri grandi paesi, troviamo la Spagna con +3,2%, il Regno Unito con +2,0, la Germania con +1,9, la Francia con +1,2 e in coda la lumachina Italia, con +0,9. Questi paesi però hanno avuto, sempre nel 2016, una crescita demografica percentuale differenziata: in testa laGermania con +1,2, in coda l’Italia, con -0,2. Se consideriamo lavariazione del PIL pro capite, la classifica cambia: sempre la Spagna in testa con +3,2%, seguita con gran distacco dal Regno Unito con +1,2 e, udite udite, dall’Italia con 1,1; in coda le nostre due brave sorellone, Francia e Germania, con +0,8 e +0,7. Su questo argomento Neodemos attende lumi e commenti dai colleghi della dismal science. 

di www.neodemos.it