Lucy era poligama? Nuova eccezionale scoperta di un team italiano in Tanzania (FOTOGALLERY)

Orme fossili e paleobiologia aprono nuove prospettive sui comportamenti sociali dei nostri antenati ominidi

[14 dicembre 2016]

Lo studioNew footprints from Laetoli (Tanzania) provide evidence for marked body size variation in early hominins”, pubblicato su eLIFE e realizzato da Fidelis T Masao ed Elgidius B Ichumbaki, due ricercatori del Department of archaeology and eeritage studies, dell’università di Dar es Salaam e da un team italiano compost da Marco Cherin e Angelo Barili (università di Perugia), Giovanni Boschian (università di Pisa),  Dawid A Iurino (univerità La Sapienza, Roma), Sofia Menconero (Studio Associato Grassi, Perugia), Jacopo Moggi-Cecchi (università di Firenze) e Giorgio Manzi (università di Roma), potrebbe prospettive inedite sullo studio dell’Australopithecus afarensis, la stessa specie della famosa Lucy.

Infatti, secondo i ricercatori della Scuola di paleoantropologia dell’Università di Perugia che hanno guidato il team di ricerca, le «Nuove orme bipedi di Hominini scoperte a Laetoli, in Tanzania, indicano la presenza di una marcata variabilità morfologica tra i nostri antenati di 3.66 milioni di anni fa e aprono nuove prospettive sullo studio del loro comportamento sociale».

I paleontologi italiani spiegano che «Ossa e denti fossili possono raccontaci molto su vari aspetti dell’evoluzione umana, ma le orme rappresentano un caso a sé. Le orme sono rare: possono essere impresse sul substrato, preservarsi nel tempo ed essere eventualmente scoperte milioni di anni più tardi solo grazie a circostanze di conservazione uniche e contingenti. Come un’istantanea su una scena preistorica, le tracce fossili forniscono dati sulla biomeccanica della locomozione, sulle dimensioni corporee, rivelano indizi sulla variabilità tra individui, permettendo in certi casi persino di formulare ipotesi sulla struttura sociale e sulle strategie riproduttive degli organismi estinti».

Le nuove orme sono state scoperte nella Ngorongoro Conservation Area , la stessa zona dove  nel 1978 la paleoantropologa Mary Leakey e il suo team scoprirono piste analoghe risalenti a più di 3.6 milioni di anni fa, attribuite all’Australopithecus afarensis. I ricercatori perugni rivlano che «Circondata da centinaia di impronte appartenenti a mammiferi, uccelli e persino a gocce di pioggia, la nuova pista è stata impressa da due individui bipedi, in movimento sulla stessa paleosuperficie, nello stesso intervallo di tempo, nella stessa direzione e con simile velocità dei tre individui documentati negli anni 70. Questa nuova evidenza, associata alla precedente, permette d’immaginare un gruppo di Hominini bipedi in movimento compatto attraverso un tipico ambiente africano di savana. Si tratta certamente di una ricostruzione molto suggestiva, ma la nuova scoperta offre dell’altro. Le orme di uno dei nuovi individui sono sorprendentemente più grandi di quelle del resto del gruppo, suggerendo che possano appartenere a un grosso maschio. Queste eccezionali dimensioni corporee lo rendono il più grande rappresentante di Australopithecus afarensis identificato finora, con una statura stimata di 1.65 metri».

L’ipotesi avanzata dagli scienziato italiani e tanzaniani è che «il “quintetto” di Laetoli fosse composto da un maschio, due/tre femmine e uno/due giovani. Ciò porta a smentire la classica ricostruzione della pista degli anni 70, generalmente raffigurante la “romantica passeggiata” di una coppia di Australopithecus seguiti dal loro piccolo. La nuova ipotesi sulla composizione del gruppo sociale e le significative differenze di taglia tra gli individui di Laetoli portano a  riconoscere Australopithecus afarensis come una specie ad alto livello di dimorfismo sessuale. A sua volta, ciò consente d’ipotizzare che questi Hominini estinti potessero avere un’organizzazione sociale e delle strategie riproduttive più simili all’attuale gorilla (scimmia antropomorfa poligama ad alto dimorfismo sessuale), piuttosto che a specie moderatamente dimorfiche come i promiscui scimpanzé e bonobo, oppure la maggior parte degli uomini moderni e, forse, di quelli estinti».

Anche secondo  Boschian, del Dipartimento di biologia dell’università di Pisa «Le vecchie impronte rinvenute negli anni settanta da Mary Leakey avevano portato a numerose interpretazioni, la più famosa delle quali è quella della coppia di ominini che passeggia col braccio di lui sulla spalla di lei seguiti da un terzo individuo di medie dimensioni. Le tracce appartenevano infatti a tre individui, due che procedevano affiancati (grande e piccolo/maschio e femmina) e il terzo (il medio) che camminava nelle impronte del più grande. Le nuove orme, ritrovate a circa 150 metri dalle vecchie, appartengono ad altri due individui, uno molto più grosso degli altri, probabilmente un maschio, l’altro di medie dimensioni. Ne consegue che probabilmente non si trattava di una famigliola formata da una coppia monogamica padre-madre più figlio, ma di un gruppo costituito da un grande maschio dominante e vari altri individui di vari sessi e dimensioni».

Boschian conclude: «Il mio lavoro è stato prevalentemente geologico. o verificato che le nuove orme appartenessero al medesimo strato e che di conseguenza avessero la stessa età geologica delle precedenti e soprattutto che fosse probabile che si trovassero sulla stessa superficie, ovvero che fossero state impresse contemporaneamente a quelle della vecchia serie. Altrimenti tutta la nuova interpretazione non reggerebbe. Il lavoro ha incluso l’osservazione e il rilevamento degli strati con impronte in un’area ampia vari km2  attorno al sito principale e il riconoscimento dei caratteri sedimentologici delle sequenze di ceneri vulcaniche affioranti nell’area. L’Africa, dove lavoro ormai da diversi anni, è un luogo eccezionale per lo studio degli ominidi antichi, del loro comportamento e della loro evoluzione. Le impronte che abbiamo trovato sono impressionanti: il loro stato di conservazione quasi perfetto ci fa quasi credere che persone vissute 3.6 milioni di anni fa siano passate di lì poco prima di noi e che guardando avanti le si possa distinguere mentre camminano, in distanza. Se poi si considera il fatto che l’ambiente attuale non è molto diverso da quello in cui loro si trovavano, l’impressione è ancora più forte».