Diventa sempre più difficile distinguere tra il trasferimento genico per ibridazione e quello tramite il Dna ricombinante

Ma che cos’è davvero un ogm? Riesplode la discussione

[27 agosto 2013]

Riesplode negli Usa la discussione teorica e pratica sugli ogm. Ma per spiegare che cosa sta succedendo ora bisogna fare un passo indietro e ricordare che avevano impiegato 85 anni, gli agronomi, per selezionare con il classico metodo dell’ibridazione, una mela capace di resistere agli attacchi di Venturia inaequalis, il fungo che causa la fastidiosa ticchiolatura del frutto, oltre che germogli, foglie e talvolta persino i rami del melo. Ma poi c’erano riusciti. Avevano ottenuto una pianta con una combinazione di geni capace di resistere alla “peste”. Ma, si sa, la competizione tra le specie biologiche è come la corsa della “Regina Rossa”, tutti muovono le gambe vorticosamente per restare al medesimo posto. Insomma, il fungo ha imparato presto – non più di cinque anni – a superare le difese della mela che aveva imparato a resistere. Ora, sostiene Henk Schouten, un botanico dell’università olandese di Wageningen, occorreranno almeno altri 40 anni di tentativi prima di trovare una nuova combinazione di geni capace di eludere gli attacchi del terribile fungo.

A meno che … A meno che non mi fate provare con le nuove tecniche del Dna ricombinate. Insomma se mi fate fare una mela transgenica. Io so quali geni inserire per raggiungere, in pochi mesi, l’obiettivo. Porterò queste mele senza ticchiolatura sul mercato americano. A un patto, però. Che il processo non sia sottoposto alle leggi, piuttosto rigide, che, dal 1986, negli Stati Uniti regolano la commercializzazione delle piante geneticamente modificate. Non è che voglio fare il furbo. È che per rispettare quelle leggi occorre investire molti quattrini e il gioco, in questo caso, non vale la candela. La mia richiesta, aggiunge l’olandese, non è priva di fondamento. Infatti io trasferirò nella mela geni di altre mele e, soprattutto, utilizzerò una tecnica di ingegneria genetica che non prevede, come vettore per portare i geni nel nucleo, la presenza del  Agrobacterium tume­facies  o di virus o di altri agenti estranei, di norma utilizzati dai biotecnologi per trapiantare uno o più geni nel cromosoma ospite. Cosicché la mia tecnica non è altro che un’ibridazione selettiva e veloce.

La notizia della richiesta è stata diffusa nei giorni scorsi dalla rivista Nature, che fa notare come essa non sia affatto nuova. Anzi, a tutto il 2010, il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti ha consentito ad almeno altri 10 gruppi di ricerca di fare ciò che richiede Henk Schouten: eludere i lunghi e costosi procedimenti imposti dall’Animal and Plant Health Inspection Service (APHIS) a chiunque intenda fare ricerca e sviluppo di piante geneticamente modificate.

Il ministero americano ritiene, infatti, che la legge sia stata elaborata per tenere sotto controllo i possibili effetti negativi indotti da vettori come l’Agrobacterium tume­facies, il batterio capace per sua natura di infettare le piante e di trasferire il proprio genoma nel nucleo della cellula vegetale. Se non fosse per questi vettori, sostengono gli esperti dell’US Department of Agricolture, l’ingegneria genetica non differirebbe sostanzialmente dalla classica ibridazione.

La questione spalanca a un problema teorico e a uno pratico. Il problema teorico è se l’affermazione gli esperti dell’US Department of Agricolture è fondata. Se non c’è soluzione di continuità tra una nuova pianta ottenuta per selezione artificiale e una nuova piante ottenuta con le moderne tecniche del Dna ricombinante. Il che significa riproporre il vecchio problema: cos’è, esattamente, un ogm?

Certo, diventa sempre più difficile distinguere tra il trasferimento genico per ibridazione e quello che usa la tecnica del Dna ricombinante. Ovvero tra piante prodotte con metodi convenzionali e piante geneticamente modificate.

Definizione a parte, secondo alcuni studiosi, sentiti da Nature, il processo di ingegneria genetica anche senza la mediazione dell’Agrobacterium tume­facies e dei suoi succedanei e anche se prevede trasferimento di geni tra la medesima specie può perturbare l’espressione genica del Dna dell’organismo ospite e, dunque, va tenuta sotto controllo.

Cosicché il problema pratico è: allentare le briglia per tutti i nuovi prodotti biologici o sottoporre qualsiasi nuova produzione, anche con metodi classici, a controlli rigorosi come quelli regolati dall’Animal and Plant Health Inspection Service (APHIS)?