Questo è il momento più pericoloso per il nostro pianeta

È morto Stephen Hawking, una delle menti più brillanti dell’umanità

Un lavoro scientifico rivoluzionario per spiegare l’origine e la fine dell’universo

[14 marzo 2018]

Stephen Hawking, una delle menti più brillanti e feconde del mondo,  si è spento serenamente nella sua casa a Cambridge. Lo scienziato britannico era famoso per il suo lavoro con i buchi neri e la relatività e per aver scritto diversi libri di divulgazione scientifica, tra cui A Brief History of Time.

I sui figli, Lucy, Robert e Tim, hanno detto: «Siamo profondamente rattristati per la morte di nostro padre. Era un grande scienziato e un uomo straordinario il cui lavoro e la cui eredità vivranno per molti anni», poi hanno ricordato il suo coraggio e la sua perseveranza e hanno sottolineato che il suo genio ha ispirato molte persone in tutto il mondo: «Una volta disse: “Un universo non sarebbe granché se non fosse dove vivono le persone che ami”. Ci mancherà per sempre».

La vita di Stephen Hawking è racchiusa in due date simboliche: era nato l’8 gennaio, il giorno in cui morì Galileo, ed ha cessato di vivere il 14 marzo, la data di nascita di Einstein. In mezzo ha vissuto una vita difficile ed eccezionale: a soli 22 anni ad  Hawking vennero dati solo pochi anni di vita dopo che gli era stata stato diagnosticata una forma rara di malattia del motoneurone che lo ha costretto su una sedia a rotelle e in grado di parlare solo attraverso un sintetizzatore vocale.

Eppure,  il lavoro del professor Hawking negli ultimi 40 anni è impossibile da riassumere. E’ stato forse lo scienziato vivente più celebre ed era considerato il più brillante fisico teorico dopo Albert Einstein. Il suo lavoro ha spaziato dai libri divulgativi e per bambini fino a studi scientifici di altissimo livello. Dopo essersi laureato sia ad Oxford che a Cambridge, Hawking è stato per 20 anni Professore Lucasiano di Matematica all’università di Cambridge, dove ha fondato il Centre for Theoretical Cosmology.

Ha dedicato la sua vita e il suo lavoro a comprendere la gravitazione e lo spaziotempo, concentrandosi principalmente sulla cosmologia, i buchi neri e la teoria delle stringhe. ma ha anche seguito i suoi studenti, partecipato a seminari in tutto il mondo che si basavano quasi sempre sui suoi studi rivoluzionari.

Hawking fu il primo a definire una teoria della cosmologia come unione della relatività e della meccanica quantistica. Ha anche scoperto che i buchi neri perdono energia e svaniscono nel nulla, un fenomeno che in seguito sarebbe diventato noto come radiazione di Hawking. Insieme al matematico Sir Roger Penrose ha dimostrato che la Teoria della Relatività Generale di Einstein implica che lo spazio e il tempo abbiano avuto inizio con il  Big Bang e che avranno una fine nei buchi neri.

Stephen Hawking è stato anche un uomo di progresso, impegnato contro ogni razzismo e discriminazione e contro ogni fanatismo religioso. Ecco cosa scriveva il primo dicembre 2016 su The Guardian:

Questo è il momento più pericoloso per il nostro pianeta

di Stephen Hawking

Essendo  un fisico teorico che vive a Cambridge, ho vissuto la mia vita in una bolla di eccezionale privilegio. Cambridge è una città insolita, tutta incentrata su una delle grandi università del pianeta. All’interno di questa città, la comunità scientifica di cui sono entrato a far parte quando avevo vent’anni è ancora più esclusiva. E all’interno di questa comunità scientifica, il gruppo ristretto di fisici teorici internazionali con cui ho trascorso la mia vita lavorativa potrebbe a volte essere tentato di vedersi come un apogeo. In aggiunta a tutto questo, con la celebrità che mi hanno procurato i miei libri e l’isolamento imposto dalla malattia, ho la netta impressione che la mia torre d’avorio diventi sempre più alta.

Pertanto, faccio parte senza dubbio di quelle élite che recentemente, in America e in Gran Bretagna, sono oggetto di un inequivocabile rigetto. L’elettorato britannico ha deciso di uscire dall’Unione Europea, i cittadini americani hanno scelto Donald Trump come prossimo presidente.

Qualunque cosa possiamo pensare di queste decisioni, non c’è alcun dubbio, nella mente dei commentatori, che siamo di fronte a un grido di rabbia da parte di persone che si sono sentite abbandonate dai loro leader.

Tutti sembrano d’accordo nel dire che è stato il momento in cui i dimenticati hanno parlato, trovando la voce per rigettare il consiglio e la guida degli esperti e delle élite di ogni latitudine.

Io non faccio eccezione a questa regola. Prima del voto sulla Brexit ho lanciato l’allarme sugli effetti negativi che avrebbe avuto per la ricerca scientifica in Gran Bretagna, ho detto che uscire dall’Unione Europea sarebbe stato un passo indietro: e l’elettorato — o almeno una parte sufficientemente ampia di esso — non si è curato del mio parere così come non si è curato del parere di tutti gli altri leader politici, sindacalisti, artisti, scienziati, imprenditori e personaggi famosi che hanno dato lo stesso consiglio inascoltato al resto del Paese.
Quello che conta adesso, molto più delle vittorie della Brexit e di Trump, è come reagiranno le élite. Dovremmo, a nostra volta, rigettare questi risultati elettorali liquidandoli come sfoghi di un populismo grossolano che non tiene in considerazione i fatti, e cercare di aggirare o circoscrivere le scelte che rappresentano? A mio parere sarebbe un terribile errore.

Le inquietudini che sono alla base di questi risultati elettorali e che concernono le conseguenze economiche della globalizzazione e dell’accelerazione del progresso tecnologico sono assolutamente comprensibili. L’automatizzazione delle fabbriche ha già decimato l’occupazione nell’industria tradizionale e l’ascesa dell’intelligenza artificiale probabilmente allargherà questa distruzione di posti di lavoro anche alle classi medie, lasciando in vita solo i lavori di assistenza personale, i ruoli più creativi o le mansioni di supervisione.

Tutto questo a sua volta accelererà la disuguaglianza economica, che già si sta allargando in tutto il mondo. Internet, e le piattaforme che rende possibili, consentono a gruppi molto ristretti di persone di ricavare profitti enormi con un numero di dipendenti ridottissimo. È inevitabile, è il progresso: ma è anche socialmente distruttivo.
Tutto questo va affiancato al crac finanziario, che ha rivelato a tutti che un numero ristrettissimo di individui che lavorano nel settore finanziario possono accumulare compensi smisurati, mentre tutti gli altri fanno da garanti e si accollano i costi quando la loro avidità ci conduce alla deriva. Complessivamente, quindi, viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza finanziaria si sta allargando invece di ridursi, e in cui molte persone rischiano di veder scomparire non soltanto il loro tenore di vita, ma la possibilità stessa di guadagnarsi da vivere. Non c’è da stupirsi che cerchino un nuovo sistema, e Trump e la Brexit possono dare l’impressione di offrirlo.
C’è da dire anche che un’altra conseguenza indesiderata della diffusione globale di Internet e dei social media è che la natura nuda e cruda di queste disuguaglianze è molto più evidente che in passato. Per me la possibilità di usare la tecnologia per comunicare è stata un’esperienza liberatoria e positiva. Senza di essa, già da molti anni non sarei più stato in grado di lavorare.

Ma significa anche che le vite delle persone più ricche nelle parti più prospere del pianeta sono dolorosamente visibili a chiunque, per quanto povero, abbia accesso a un telefono. E visto che ormai nell’Africa subsahariana sono più numerose le persone con un telefono che quelle che hanno accesso ad acqua pulita, fra non molto significherà che quasi nessuno, nel nostro pianeta sempre più affollato, potrà sfuggire alla disuguaglianza.

Le conseguenze di ciò sono sotto gli occhi di tutti: i poveri delle aree rurali affluiscono nelle città spinti dalla speranza, ammassandosi nelle baraccopoli. E poi spesso, quando scoprono che il nirvana promesso da Instagram non è disponibile là, lo cercano in altri Paesi, andando a ingrossare le fila sempre più nutrite dei migranti economici in cerca di una vita migliore. Questi migranti a loro volta mettono sotto pressione le infrastrutture e le economie dei Paesi in cui arrivano, minando la tolleranza e alimentando ancora di più il populismo politico.

Per me, l’aspetto veramente preoccupante di tutto questo è che mai come adesso, nella storia, è stato maggiore il bisogno che la nostra specie lavori insieme. Dobbiamo affrontare sfide ambientali spaventose: i cambiamenti climatici, la produzione alimentare, il sovrappopolamento, la decimazione di altre specie, le epidemie, l’acidificazione degli oceani.

Insieme, tutti questi problemi ci ricordano che ci troviamo nel momento più pericoloso nella storia dello sviluppo dell’umanità. Possediamo la tecnologia per distruggere il pianeta su cui viviamo, ma non abbiamo ancora sviluppato la capacità di fuggire da questo pianeta. Forse fra qualche secolo avremo creato colonie umane fra le stelle, ma in questo momento abbiamo un solo pianeta, e dobbiamo lavorare insieme per proteggerlo.
Per farlo è necessario abbattere le barriere interne ed esterne alle nazioni, non costruirle. Se vogliamo avere una possibilità di riuscirci, è indispensabile che i leader mondiali riconoscano che hanno fallito e che stanno tradendo le aspettative della maggior parte delle persone. Con le risorse sempre più concentrate nelle mani di pochi, dovremo imparare a condividere molto più di quanto facciamo adesso.

Non stanno scomparendo solo posti di lavoro, ma interi settori, e dobbiamo aiutare le persone a riqualificarsi per un nuovo mondo, e sostenerle finanziariamente mentre lo fanno. Se le comunità e le economie non riescono a sopportare gli attuali livelli di immigrazione, dobbiamo fare di più per incoraggiare lo sviluppo globale, perché è l’unico modo per convincere milioni di migranti a cercare un futuro nel loro Paese.

Possiamo riuscirci, io sono di un ottimismo sfrenato sulle sorti della mia specie: ma sarà necessario che le élite, da Londra a Harvard, da Cambridge a Hollywood, imparino le lezioni di quest’ultimo anno. Che imparino, soprattutto, una certa umiltà.