Onde gravitazionali, Renzi plaude. Ma gli investimenti pubblici in ricerca non fanno che calare

Dopo l’annuncio della scoperta, le lodi del premier. Ma le risorse calano da anni

[12 febbraio 2016]

Onde gravitazionali 1

Le onde gravitazionali, quelle increspature dello spaziotempo previste un secolo fa da Einstein nella sua teoria della relatività generale sono state osservate per la prima volta il 14 settembre 2015 da due diversi rilevatori (Ligo) situati negli Usa, ma il contributo degli scienziati italiani è stato fondamentale.

L’importante risultato, pubblicato ieri sulla rivista scientifica Physical review letters, è stato ottenuto – spiega l’università di Pisa – grazie ai dati dei due rivelatori Ligo, dalle collaborazioni scientifiche Ligo e Virgo, che fa capo allo European gravitational observatory (Ego), fondato dall’Istituto nazionale di fisica Nucleare (Infn) italiano e dal Centre national de la recherche scientifique (Cnrs) francese». Non a caso, le conferenze stampa che in contemporanea hanno dato l’annuncio dell’eccezionale scoperta al mondo, si sono tenute simultaneamente negli Stati Uniti a Washington, e in Italia a Cascina (Pisa).

«C’è anche la ricerca italiana nella storica scoperta delle onde gravitazionali. Bravissimi i ricercatori di Cascina e dell’Infn». Nelle parole (racchiuse come da tradizione in un tweet) pronunciate ieri da Matteo Renzi per celebrare la scoperta vibra tutto l’orgoglio di un premier per il Paese che rappresenta, ancora una volta ai vertici della ricerca scientifica mondiale.

La ricerca scientifica continua a dare molto all’Italia. In occasione di una scoperta maiuscola come quella delle onde gravitazionali, è però utile tornare a domandarsi se anche l’Italia stia dando abbastanza alla sua ricerca.

Purtroppo la risposta non sembra positiva, se si guardano agli ultimi dati sugli investimenti in R&S, messi in fila dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica: «Il 2015 si è chiuso, nelle ultime statistiche Ocse, confermando a livello internazionale una flessione degli investimenti pubblici in ricerca che si protrae dal 2010. In questo quadro l’Italia si distingue per una discesa costante, che mette a rischio di sottofinanziamento cronico l’intero settore della ricerca pubblica, ai limiti del soffocamento. La spesa totale in ricerca sul Pil nell’area Ocse è cresciuta del 2,1% (meno che nell’anno precedente: 2,8%), soprattutto grazie alla crescita costante della quota del privato (+2,8%). L’investimento in ricerca in Italia è passata all’1,13% sul Pil del 2007 al 1,29% del 2014, ma con Pil calante», e a fronte di «una media europea di quasi il 2% di Pil».

«In termini reali – dettagliano dal Gruppo 2003 – la spesa complessiva oscilla fra i 19 e i 20 miliardi di euro (circa 8 dal pubblico). Per confrontare con due paesi con popolazione simile alla nostra, la Francia investe all’anno in ricerca e sviluppo circa 48 miliardi di euro, la Gran Bretagna circa 31 miliardi di euro», in un contesto globale nel quale una sola multinazionale – la Samsung – investe in ricerca «12,5 miliardi di euro all’anno».

In definitiva, dunque, nonostante i tweet di giubilo per i successi raggiunti la realtà dei fatti è quella di un Paese – il nostro – dove sistematicamente «il governo disinveste in ricerca. Se la spesa privata è inadeguata, anche se in leggera crescita, la spesa pubblica in ricerca si contrae da anni. Dall’analisi dei bilanci dello stato, questa tendenza emerge chiaramente considerando la missione 17 (Ricerca e innovazione) e la missione 23 (Istruzione universitaria). Dal 2008 al 2014 la spesa della missione 17 è passata da 4 mld a 2,8 mld. La spesa della missione 23 è passata invece da 8,6 mld a 7,8 mld».

A fronte di questi numeri, i risultati raggiunti dai nostri bistrattati ricercatori appaiono ancor più straordinari, manifesto di una produttività e di un’efficienza altissime. Rimane il rammarico di immaginare soltanto cosa potrebbe raggiungere la ricerca scientifica italiana se le fosse consentito di rivaleggiare ad armi pari con quella degli altri paesi.

L. A.