Invasione dei migranti e aumento delle criminalità, perché ci crediamo anche se non è vero

«Abbiamo risolto il problema! Ora risolviamolo»: la percezione distorta delle emergenze che ci fa credere ai demagoghi

[3 luglio 2018]

Secondo diversi e molteplici dati, i livelli di povertà e violenza sono in calo, il progresso è una realtà internazionale, le migrazioni verso i Paesi ricchi sono in diminuzione e anche quando erano ai loro massimi livelli non hanno mai rappresentatato “l’invasione” paventata da Salvini e dai suoi camerati dei governi di destra europei. Allofra perché crediamo che le cose siano diverse dalla realtà? Perché preferiamo dar retta a chi propaga notizie e dati falsi e trucca le immagini per incitare all’odio?  Perché, quindi, facciamo in modo che molti di noi credano diversamente?

La risposta viene dallo studioPrevalence-induced concept change in human judgment” pubblicato su Science da un team di ricercatori statunitensi delle università di Harvard, Virginia, Dartmouth e New York  e secondo l leader del gruppo, Daniel Gilbert dell’Harvard University, «potrebbe trovarsi nel “cambiamento di concetto indotto dalla prevalenza”».

Quando la prevalenza di un problema si riduce, cioè quando i problemi che abbiamo di fronte diventano meno gravi,  noi esseri umani «diventiamo più critici, e questo può indurci a concludere erroneamente che la situazione non è affatto migliorata. Il progresso, a quanto pare, tende a mascherarsi» spiega Gilbert- Insomma anche se l’arrivo dei migranti in Italia si è ridotto del 75% e se la maggioranza di quelli che sono sbarcati negli anni passati non sono rimasti in Italia, continuiamo a credere a Salvini che parla di invasione e di intollerabili costi per mantenere i migranti in Italia. Lo stesso succede per la criminalità: l’Italia è uno dei Paesi più sicuri d’Europa (e quindi del mondo) ma la gente è convinta che furti, omicidi, violenze siano in aumento e che mettano a rischio la convivenza civile del Paese.

Gilbert evidenzia che « nostri studi dimostrano che le persone giudicano ogni nuova istanza di un concetto nel contesto delle istanze precedenti. Così, mentre riduciamo la prevalenza di un problema, come la discriminazione, ad esempio, giudichiamo ogni nuovo comportamento nel contesto migliorato che abbiamo creato. Per dirla in un altro modo, risolvere i problemi ci porta ad espandere le definizioni che ne diamo. Quando i problemi diventano rari, annoveriamo più cose come problemi. I nostri studi suggeriscono che quando il mondo migliora, ne diventiamo critici più severi e questo può indurci a concludere erroneamente che in realtà non è affatto migliorato. Il progresso, a quanto pare, tende a mascherarsi».

Il fenomeno non si limita alle grandi questioni sociali apparentemente intrattabili: in diversi esperimenti descritti nello studio è emerso anche quando ai partecipanti è stato semplicemente chiesto di cercare dei punti blu tra un migliaio di puntini con colori che andavano da un viola molto intenso a un blu netto.

Gilbert spiega ancora: «Avevamo dei volontari che guardavano migliaia di punti sullo schermo di un computer uno alla volta e decidevano se ciascuno fosse o non fosse blu. Abbiamo abbassato la prevalenza di punti blu e ciò che abbiamo scoperto è stato che i nostri partecipanti hanno iniziato a classificare come punti blu quelli precedentemente classificati come viola». Anche quando i partecipanti al test sono stati avvertiti della tendenza, e anche quando è stato loro offerto del denaro perché evitassero di farlo, hanno continuato a modificare le loro definizioni di blu.

In un altro esperimento sono state utilizzate delle facce e ha avuto risultati simili. Nella prima sessione di test, circa la metà dei volti era stata classificata come minacciosa, ma quando è stata ridotta gradualmente la prevalenza di volti minacciosi, le persone hanno iniziato a identificare come minacciose delle facce prima ritenute neutre.

Gilbert dice che «Forse quello più socialmente rilevante tra gli studi descritti nell’articolo è quello che ha coinvolto come partecipanti i membri di un comitato di revisione istituzionale che controlla la metodologia di ricerca per garantire che gli studi scientifici siano etici. Abbiamo chiesto ai partecipanti di rivedere le proposte di studi che variavano da altamente etico a altamente non etico, Col passare del tempo, abbiamo abbassato la prevalenza degli studi non etici e, con abbastanza sicurezza, quando lo abbiamo fatto, i nostri partecipanti hanno iniziato a identificare gli studi innocui come non etici».

Gilbert fa notare che «A volte, il cambiamento del concetto indotto dalla prevalenza ha perfettamente senso, come nel caso di un medico del pronto soccorso che fa il triage dei pazienti. Se il pronto soccorso è pieno di vittime di armi da fuoco e qualcuno arriva con un braccio rotto, il medico dirà a quella persona di aspettare. Ma immaginate una domenica nella quale non ci sono vittime di armi da fuoco. Quel dottore dovrebbe attenersi costantemente alla definizione di “bisogno di attenzione immediata” e dire al ragazzo con il braccio rotto di aspettare comunque? Ovviamente no. Dovrebbe cambiare la sua definizione in base a questo nuovo contesto».

In altri casi, tuttavia, il cambiamento di concetto indotto dalla prevalenza può essere un problema: «Nessuno pensa che un radiologo dovrebbe cambiare la sua definizione di ciò che costituisce un tumore e continuare a trovarli anche quando sono scomparsi – spiega ancora Gilbert – Questo è un caso in cui devi essere veramente in grado di sapere quando il tuo lavoro è finito. Dovresti essere in grado di vedere che la prevalenza dei tumori si è ridotta a zero e dichiararla finita. I nostri studi suggeriscono semplicemente che questa non è una cosa facile da fare».

A parte le ovvie domande che la ricerca solleva sulla risoluzione dei problemi, suggerisce anche che il modo in cui discutiamo e affrontiamo i mali della società può essere distorto e manipolato dai demagoghi che vediamo all’opera in Italia, in Europa, negli Usa e un po’ in tutto il mondo. Il problema è che  questi demagoghi manipolatori di dati ed emozioni vengono votati proprio perché distorcono la realtà confermando convinzioni errate.

«Ampliare la ridefinizione di un problema può essere visto da alcuni come un eccesso di politicamente corretto – dice Gilbert –  la riduzione della prevalenza della discriminazione, per esempio, ci porterà semplicemente iniziare a chiamare discriminatori un maggior numero di comportamenti. Altri la vedranno come un aumento della sensibilità sociale, come rendersi conto di problemi che prima non riconosciuti».

Gilbert conclude: «I nostri studi non prendono posizione su questo. Ci sono chiaramente dei momenti nella vita in cui le nostre definizioni dovrebbero essere mantenute costanti e ci sono chiaramente momenti in cui dovrebbero essere estese. I nostri esperimenti dimostrano semplicemente che quando siamo nella prima circostanza, spesso ci comportiamo come se fossimo nella seconda. La semplice consapevolezza del problema non basta a prevenirlo e potrebbe esserci bisogno di meccanismi istituzionali per proteggersi da esso».