Cosa succede quando gli alieni siamo noi? Con questa domanda torna il nostro think tank Ecoquadro

Cronache dallo Spazio: dopo Rosetta, Marte. La sfida della sostenibilità oltre la Terra

Dalle missioni spaziali non solo successi. Abbiamo già introdotto microorganismi potenzialmente letali per un ecosistema extraterrestre

[13 novembre 2014]

«I nomi che noi daremo ai canali, alle montagne, alle città, cadranno come acqua sulla schiena di un’anatra. Per quanto a fondo potremo toccare Marte, non riusciremo a toccarlo veramente». Ray Bradbury, in Cronache Marziane, mette in bocca al pazzo Spender la difesa dell’integrità di Marte, la preservazione di ciò che fu e che, sotto l’avanzare della colonizzazione terrestre, sta per essere cambiato, manipolato e adattato per l’arrivo della specie umana.

Il 2014 è l’anno in cui si è raggiunto il massimo numero di missioni attive su Marte: MAVEN e MOM sono entrate da poco in orbita marziana e hanno raggiunto Opportunity e Curiosity, che esplorano la superficie planetaria e i tre orbiter che sorvegliano il pianeta dall’alto. Huygens è su Titano e Cassini esplora il sistema saturniano concentrandosi sui geyser di acqua e sali di Encelado; New Horizons si sta dirigendo verso il sistema di Plutone e lo raggiungerà a luglio 2015, alla ricerca di cicli geofisici basati sulle tre fasi dell’azoto; Dawn, dopo aver visitato Vesta, porterà i suoi rispetti al più antico dei pianeti nani a noi noti, Cerere, il cui respiro di vapor d’acqua sembra renderlo assimilabile a una grossa cometa.

I satelliti di Giove, e Europa in particolare, attraggono possibili missioni future: è allo studio un orbiter per il bianco satellite gioviano, e un lander per investigare l’esistenza, la profondità e l’eventuale biosfera dell’oceano sotto la sua superficie. Missioni come Kepler, intanto, colgono dettagli infinitesimi della luce, dell’orbita e dello spettro delle stelle per individuarne sistemi planetari, rivoluzionando la nostra comprensione della nascita e dell’evoluzione dei sistemi stellari e alimentando il desiderio di trovare una “seconda Terra”.

Le implicazioni di un eventuale contatto con un’intelligenza aliena sono dibattute da ben prima dell’inizio dell’era spaziale. Sono persino stati proposti, a livello di Nazioni Unite, protocolli d’azione su come debba essere gestito l’incontro con una specie aliena intelligente; innumerevoli libri e film hanno trattato l’argomento, ipotizzando ogni scenario compreso tra l’incontro con una specie semi-angelica, trascendente e illuminata e la distruzione totale della specie umana con l’occupazione della Terra.

Ma cosa accade quando gli alieni siamo noi? La specie umana si è evoluta da e con il nostro pianeta: è, secondo una definizione geofisica, l’antroposfera terrestre, e partecipa con la biosfera, l’atmosfera, la geosfera, l’idrosfera e la criosfera planetarie all’equilibrio (o allo squilibrio) dei processi fisici planetari. Il nostro corpo, il nostro metabolismo e i nostri sensi sono plasmati e modellati dalla gravità terrestre, dalla struttura della nostra atmosfera e dall’esistenza di un campo magnetico considerevole, per citare solo tre delle variabili geologico-astronomiche fondamentali.

Le missioni umane sulla Stazione Spaziale Internazionale hanno infatti invariabilmente, tra gli scopi di ricerca in ambiente extra-atmosferico, la valutazione della risposta del corpo e del metabolismo umano in un ambiente alieno: sono studiate le reazioni dei muscoli, delle ossa, degli occhi, delle funzioni corporee di base. Una missione umana su Marte si scontrerebbe con l’inadeguatezza della struttura corporea della nostra specie all’affrontare i raggi cosmici per almeno sei mesi, la microgravità per la durata del viaggio e la gravità marziana, che è poco più di un terzo di quella terrestre.

Una spedizione umana dovrebbe infatti affrontare, ancor prima ancora di procurarsi acqua e ossigeno, le radiazioni e la gravità: mentre è possibile ipotizzare come schermare le prime, nulla è attualmente concepibile per quanto concerne la seconda. La rotazione marziana è, inoltre, di soli 40 minuti più lenta di quella terrestre: i ritmi circadiani di eventuali coloni non ne soffrirebbero in modo particolare, ma l’adattamento alla rotazione di altri corpi celesti potrebbe non essere affatto immediata.

L’uomo porta con sé il suo ambiente e il suo essere intimamente terrestre: tutto il materiale prodotto per lo spazio viene sterilizzato, in modo da non contaminare eventuali biosfere aliene, eppure sono stati osservati microrganismi terrestri resistenti al vuoto e alle radiazioni dello spazio esterno, sfuggiti alle sterilizzazioni e potenzialmente, ma non necessariamente, letali per un ecosistema extraterrestre. Europa appare in questo senso il corpo celeste più vulnerabile, specialmente nel caso in cui venga confermata un’esplorazione umana con trivellazione della superficie rocciosa del satellite e indagine dell’oceano sottostante.

Una delle possibili sfide riguardanti la sostenibilità della moderna visione geofisica dell’uomo, ossia come di unità attiva e partecipante i processi dell’evoluzione planetaria, è quella di responsabilizzare la nostra specie non soltanto nei confronti della nostra Terra, ma anche verso il possibile incontro con geofisiche aliene, ancor prima che con altre forme di vita intelligente.

«Allora ci infurieremo contro di lui [Marte], e vuol sapere cosa faremo, comandante? Lo strazieremo, gli strapperemo la pelle, lo cambieremo per adattarlo alle nostre esigenze».