Ma il sogno della vita eterna rimane un incubo per il pianeta

Vivere 500 anni: nei vermi mutanti C. elegans il segreto della longevità?

Un esperimento prolunga di 5 volte la durata della vita di questi piccoli animali

[17 dicembre 2013]

Una nuova ricerca del Buck Institute pubblicata su Cell Reports indaga sui limiti della longevità studiando animali semplici, come i vermi. La sorprendente analisi suggerisce che la combinazione di organismi mutanti può portare ad estendere radicalmente la durata della vita. Gli scienziati statunitensi hanno preso esemplari del nematode C.elegans che percorrono due diversi percorsi della longevità e hanno scoperto che dalla loro unione viene fuori un verme che vive ben 5 volte di più della media. Al Buck Institute sono convinti che lo studio «introduce la possibilità di una “terapia di combinazione” per l’invecchiamento e le malattie ad esso associate». Le due mutazioni inibiscono molecole essenziali coinvolte nella segnalazione dell’insulina (Iis) e il Target of Rapamycin (Tor) coinvolto nella segnalazione dei nutrienti.

Pankaj Kapahi, del Buck, spiega che «le singole mutazioni nel Tor (in questo caso RSKS-1) di solito si traducono in un prolungamento durata della vita del 30%, mentre le mutazioni nell’Iis (Daf-2) spesso in un verme sfociano in un raddoppio della durata della vita: messe insieme ci si aspetterebbe che estendano la longevità del 130%. Invece, quello che abbiamo qui è un aumento sinergico di cinque volte della vita. Le due mutazioni hanno innescato un ciclo di feedback positivi in tessuti specifici che hanno amplificato la durata della vita. Fondamentalmente questi vermi hanno vissuto per l’equivalente umano di 400 – 500 anni».

Kapahi ha sottolineato la possibilità di poter unire i punti della ricerca per tentare di definire terapie combinate per l’invecchiamento, simile a quanto viene fatto per il cancro e HIV. «Nei primi anni, i ricercatori impegnati nella lotta contro il cancro si concentrati sulle mutazioni in singoli geni, ma poi è diventato evidente che le diverse mutazioni in una classe di geni stavano guidando il processo della malattia», ha detto. «La stessa cosa è probabile che avvenga per l’invecchiamento». Secondo Kapahi questa ricerca potrebbe contribuire a spiegare perché gli scienziati non riescono ad  individuare i singoli geni responsabili della longevità nei centenari umani: «E’ molto probabile che le interazioni tra i geni siano fondamentali in chi ha la fortuna di vivere molto a lungo una vita sana».

L’autore principale dello studio, Di Chen, un ex borsista del Buck che ora è professore associato al Model Animal Research Center dell’università cinese di Nanjing,  sottolinea che «il ciclo di feedback positivo (DAF-16 via AMPK complex) si è originato nel tessuto germinale dei vermi. La “germline” è una sequenza di cellule riproduttive che potrebbero essere passate alle generazioni successive. «La linea germinale è il tessuto fondamentale per l’aumento sinergico della longevità – ha spiegato –, pensiamo che possa essere dove si sono integrate le interazioni tra le due mutazioni. La scoperta ha implicazioni per simile sinergia tra le “due vie” in organismi più complessi».

Per Kapahi idealmente la ricerca si dovrebbe spostare sui topi come modo per determinare se la “lifespan-extending synergy” si possa estendere anche ai mammiferi, e quindi all’uomo: «L’idea sarebbe quella di utilizzare topi geneticamente ingegnerizzati nei quali viene soppresso il segnale dell’insulina, e poi trattarli con il farmaco rapamicina, che è ben noto per sopprimere il percorso Tor».

Se queste sono tutte prospettive estremamente affascinanti per la scienza e per la medicina, altrettanto non lo sono per il pianeta. Cullare l’utopia dell’immortalità potrebbe infine dimostrarsi molto pericoloso, e anche con questa (remota) possibilità dovremmo prima o poi confrontarci.