Scoperto in fondo all’Oceano un cimitero di grandi squali e mante [FOTO E VIDEO]

[14 maggio 2014]

Quello scoperto da un team di ricercatori britannici del Marine Institute dell’università di Plymouth al largo delle coste dell’Angola sembrerebbe proprio un cimitero di grandi mante e squali  che nello studio “Fish Food in the Deep Sea: Revisiting the Role of Large Food-Falls”, pubblicato su PlosOne, viene descritto come «Le prime osservazioni di tre grandi” ‘fish-falls” sul fondale profondo: uno squalo balena (Rhincodon typus) e tre razze mobulidi (genere Mobula)».

Le osservazioni delle grandi carcasse spolpate di squali balena e di mobule e mante  e dei loro “abitanti/commensali” provengono da video girati per ricerche petrolifere  effettuate con Remotely operated vehicle (Rov) sul fondo marino lungo il margine della piattaforma continentale dell’Angola e fanno parte del progetto (Scientific and Environmental ROV Partnership using Existing Industrial Technology (Serpent Project) al quale contribuiscono le compagnie petrolifere e gasiere Statoil, Total, Chevron, Shell, Hurricane Exploration, Petrobras, Santos, Eni Saipem America, Woodside, Bp e Transocean.

Analizzando i filmati, i ricercatori britannici hanno potuto vedere che «Le carcasse sostengono moderate comunità di pesci saprofagi (fino a 50 individui per ogni carcassa), per lo più della famiglia Zoarcidae, che sembrava essere residenti sopra od intorno ai resti» e scrivono che «Sulla base di un dataset globale di scavenging rates,  stimiamo che le carcasse di elasmobranchi forniscono cibo agli spazzini mobili per periodi di tempo prolungati, da settimane a mesi».

In questi “cimiteri” dei giganti marini non è stata trovata dai Rov delle compagnie petrolifere nessuna comunità “whale-fall”, cioè degli organismi che si cibano dei cadaveri delle balene precipitati sul fondo del mare, con l’eccezione di colonie di solfobatteri  che circondavano una delle carcasse di mobulidi.

Facendo una stima della massa dei grandi pesci ossei precipitati sul fondo marino, i ricercatori hanno calcolato che le carcasse ritrovate dai rov del Serpent Project  «Rappresentano un rifornimento medio di carbonio sul fondo del mare locale di 0.4 mg m-2d-1, equivalente al ~4% del normale flusso di particolato di carbonio organico. Il rapido afflusso di carbonio organico di alta qualità labile delle carcasse di pesce aumenta l’efficienza del trasferimento della pompa biologica del carbonio dagli oceani dalla superficie al mare profondo».

Il team dell’università di Plymouth ipotizza che  «Queste food-falls sono il risultato di una concentrazione locale di grandi vertebrati marini, legata alla alta produttività primaria in superficie nell’area di studio».

food-falls are the result of a local concentration of large marine vertebrates, linked to the high surface primary productivity in the study area.

Il Serpent Project  del Deepseas Group è realizzato insieme all’Ocean Biogeochemistry and Ecosystems (Obe) ed al National Oceanography Centre di Southampton.  Il progetto è un network britannico che si avvale di partners internazionali e dell’aiuto delle multinazionali petrolifere e gasiere per esplorare  l’ultima grande frontiera del nostro pianeta: le profondità oceaniche, in cambio le Big Oil fanno un po’ di greenwashing,  vantandosi di aiutare la scienza a svelare i misteri delle profondità marine.

Comunque, la scoperta casuale di questo “cimitero degli elefanti” del mare sta aiutando gli scienziati a far luce sulla sorte dei giganti oceanici dopo la loro morte.

Il principale autore dello studio, Nick Higgs, ha detto a Bbc News Science & Environment: «C’è stata un sacco di ricerca sulle balene affondate, ma non avevamo mai veramente trovato uno di questi altri grandi animali marini sul fondo del mare». E’ noto (come sanno anche i lettori di greenreport.it) che le carcasse di balene ospitano ecosistemi complessi: prima attirano animali spazzini come gli squali, poi gli opportunisti più piccole come granchi e anfipodi, mentre i “vermi zombie”, gli osedax, si nutrono delle ossa dei grandi cetacei ed i batteri specializzati degradano i grassi.

Ora gli scienziati, grazie ai rov del Serpente Project  hanno potuto assistere al banchetto sulle carcasse di un grosso squalo e di tre mobule/mante, trovate tra il 2008 e il 2010 su un’area di circa un Km2, che erano morti da uno o due mesi. Intorno alle carcasse  ricercatori hanno trovato soprattutto pesci saprofagi «Ne abbiamo trovato 3 – 4 tipi diversi – spiega Higgs  –  ma quelli che realmente dominavano erano le “eel pouts” (Zoarcidae, ndr). Questi pesci si mettono intorno alla carcassa e attendono che gli spazzini più piccoli, gli anfipodi, si facciano avanti per mangiarseli. C’erano molti di  questi pesci fermi intorno alle carcasse. Sembravano essere di guardia. Ma il team non ha trovato altri animali, come i vermi mangia-ossa, in agguato dietro lo squalo balena e le razze morte. L’assenza di prove non è una prova dell’assenza … ma l’ecosistema sembra diverso da quello delle  “whale falls“».

Il team comunque non è certo della cosa perché avvistamenti di questo tipo sono molto rari e i quattro grandi animali morti sono stati tutti individuati in una piccola area.

Higgs sottolinea: «Ci sono molti di questi animali che vivono nelle acque superficiali e, attraverso la mortalità naturale, ci dovrebbe essere una maggiore abbondanza di animali morti sul fondo marino Il motivo li abbiamo trovati potrebbe essere grazie a questo lavoro di indagine industriale fatto lì. Sono molto pochi i posti controllati più intensamente di queste aree».

Come si è visto i ricercatori stimano che le carcasse degli animali di grandi dimensioni potrebbe costituire circa il 4% del totale di cibo che arriva sul fondo del mare in quest’area   zona ed Higgs conclude: «Queste grandi carcasse precipitate possono essere abbastanza comuni e supportare un bel po’ di pesci, in termini di quantità di cibo che arriva laggiù, ce ne può essere abbastanza da sostenere facilmente le popolazioni ittiche».

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