La sesta estinzione di massa potrebbe avvenire nel prossimo e secolo

[16 dicembre 2014]

Nature pubblica il “Life –  a status report”  di Richard Monastersky con un preoccupante sottotitolo: «Le specie stanno scomparendo rapidamente – ma i ricercatori stanno cercando di valutare quanto cattivo sia il problema». Lo studio ricorda che «Di tutte le specie che hanno popolato la Terra in un certo momento, negli ultimi 3,5 miliardi anni, oltre il 95% sono scomparse  – molti dei quali in “giorni finali” spettacolari chiamati estinzioni di massa. Su tutto questo i ricercatori possono trovarsi generalmente d’accordo. Eppure, quando si tratta di fare il punto su quanta vita esiste oggi – e quanto rapidamente svanirà nel futuro – l’incertezza prevale». Secondo i diversi studi, il numero di specie di animali, piante e funghi che vivono attualmente sul nostro pianeta varia da  meno di 2 milioni a più di 50 milioni.

«Il problema – dice Monastersky – è che i ricercatori hanno finora campionato solo una scheggia della  biodiversità della Terra, e la maggior parte dei gruppi sconosciuti abitano piccole regioni del mondo, spesso in habitat che vengono rapidamente distrutti». A novembre l’International Union for Conservation of Nature (Iucn) ha evidenziato questa incertezza nell’aggiornamento ella sua Lista Rossa delle specie minacciate che ha valutato più di 76.000 specie, un grande aumento rispetto edizioni precedenti. Ma si tratta solo del 4% degli oltre 1,7 milioni di specie di animali, piante, funghi e protisti che sono state descritte dagli scienziati, un campione così limitato da rendere impossibile determinare un qualsiasi livello di minaccia affidabile per i gruppi che non sono stati adeguatamente valutati, come pesci, rettili e insetti. Nella Lista Rossa Iucn le specie considerate a rischio di estinzione sono 22.413, se qualcuno volesse leggere i loro nomi, senza pause ber bere o mangiare, ci vorrebbero almeno mezza giornata. Restano grandi lacune nelle conoscenze della biodiversità del pianeta e sullo stato precario della vita. Ogni giorno si estinguono animali e piante, nessuno sa esattamente quante, ma le stime vanno da 500 a 36.000 estinzioni all’anno. . Alcuni scienziati suggeriscono che ci siano almeno 5 volte più specie di quelle che conosciamo che attendono di essere scoperte, molte di queste sono già minacciate di estinzione  e ci vorrebbero mesi per leggere tutti i loro nomi, trannè ovviamente quelle che non hanno un nome. Per questo Nature con il “Life –  a status report”   ma messo insieme i dati disponibili più affidabili per fornire graficamente lo  stato della vita sulla Terra (‘Life under threat’) e n dal rapporto emerge una conferma: «Tra i gruppi che possono essere valutati, gli anfibi spiccano come i più in pericolo: il 41% è di fronte alla minaccia di estinzione, in parte a causa di devastanti epidemie causate da funghi chytrid. Gran parte dei mammiferi e degli uccelli devono affrontare rischi significativi a causa della perdita di habitat e di degrado, nonché per attività come la caccia».

Monastersky scrive che «Guardando al futuro, il quadro diventa meno certo. Gli effetti del cambiamento climatico, che sono difficili da prevedere in termini di ritmo e modello, probabilmente accelereranno le estinzioni, come e in che modo è ancora sconosciuto . Un modo semplice per proiettare nel futuro sarebbe supporre che il tasso di estinzione sarà costante; è attualmente stimata variare da 0,01% a 0,7% all’anno  di tutte le specie esistenti».  Anche secondo Henrique Pereira, del  German Centre for Integrative Biodiversity Research, «C’è una grande incertezza sulla previsione dei tassi delle estinzione future».

Intanto il ritmo sembra accelerato e migliaia di specie stanno scomparendo ogni anno. «Se questa tendenza continua, potrebbe portare ad una estinzione di massa – definita come una perdita del 75% delle specie – nei prossimi secoli», la data dell’apocalisse della biodiversità terrestre è fissata intorno al 2200 .

Una speranza c’è: le politiche di conservazione potrebbero rallentare le estinzioni. L’Unep a novembre ha annunciato che dal 2010 i Paesi del mondo hanno protetto 6,1 milioni di Km2  di habitat marini e terrestri, il che porta le aree protette al 15,4% delle terre emerse ed al 3,4% degli oceani. Secondo l’Unep i Paesi sono sulla buona strada per raggiungere nel 2020 l’obiettivo della Convention on Biological Diversity di proteggere il 17% delle aree terrestri, ma il raggiungimento dell’obiettivo del 10% per le regioni costiere e marine richiederà ulteriori sforzi. Le aree protette istituite fin ad ora sono pari alla superficie dell’Africa. Ma molte aree protette sono “parchi di carta”, dove continuano a ritmo sostenuto la caccia, la pesca e la distruzione degli habitat e a maggior parte parchi istituiti finora non proteggere le aree più importanti: quelle con la maggior concentrazione di specie e habitat minacciati e, a causa della crisi economica, gli Stati stanno investendo molto meno sulla tutela di quanto facessero 15 anni fa.   «Le tendenze attuali non danno molto conforto – conferma Monastersky – Anche se le nazioni si stanno estendendo il numero di territori ed e aree oceaniche riservati alla protezione, la maggior parte delle misurazioni della biodiversità mostrano che le pressioni sulle specie sono in aumento».  Derek Tittensor, un biologo marino del World Conservation Monitoring Centre dell’Unep di Cambridge, conferma che «In generale, lo stato della biodiversità sta peggiorando, in molti casi in modo significativo».  Secondo l’Unep ci vorrebbero 76 miliardi di dollari all’anno per istituire, ampliare e gestire una serie di parchi che proteggano davvero gli habitat importanti per tutta le fauna selvatica.

Nonostante tutte le incertezze, i ricercatori sono d’accordo sul fatto che bisogna dedicare maggiore attenzione alla valutazione dei rischi attuali e futuri per la biodiversità. «Un approccio – spiega ancora Monastersky – è quello di sviluppare computer models globali che possano prevedere come le attività umane alterano gli ecosistemi».. Questi general ecosystem models, or GEMs, sono nella loro infanzia: all’inizio di quest’anno, Tittensor e dei suoi colleghi ha pubblicato su PLoS Biol i primi risultati del primo modello globale che cerca di imitare tutte le principali interazioni ecologiche sulla Terra, più o meno allo stesso modo in cui i modelli climatici simulano l’atmosfera e gli oceani. Per realizzare il GEM ci sono voluti 3 anni, in parte perché il modello tenta di rappresentare tutti gli organismi con masse corporee che vanno da 10 microgrammi (circa il peso di un piccolo plancton) a 150.000 chilogrammi (circa le dimensioni di una balenottera azzurra). «Abbiamo bisogno di molto di più sviluppo e testing e teoricamente avremmo una maggiore varietà di questi modelli – dice Tittensor – . Ma anche se facciamo un lavoro decente per mettere la vastità della vita in un computer, questo avrà il potenziale reale di avvisarci dei  problemi che altrimenti non avremmo rilevato».

Gli Stati devono dedicare più risorse per capire quanta sia la vita sul nostro pianeta. L’Iucn ha fissato per il 2020 l’obiettivo di valutare 160.000 specie, e calcola che ci vorrebbero 60 milioni di dollari per avere una buona rappresentatività della maggior parte dei gruppi tassonomici e degli ecosistemi. Come scrive Nature, «Il lavoro di contare e valutare non è la scienza più emozionante, ma è uno dei compiti più fondamentali e importanti che gli esseri umani possono fare: misurare alla vita e proteggere ciò che resta prima che scompaia».