Legambiente chiede la chiusura della caccia su tutta la superficie dei comuni percorsi dal fuoco (almeno Calci e Vicopisano), e divieto di quella al cinghiale in braccata

Spento l’incendio, ecco cosa sta succedendo sui monti pisani

La Regione Toscana stanzia 1,5 milioni di euro e chiede al governo lo stato d’emergenza nazionale oltre a quello di calamità naturale. Per la ricostituzione dei 1.400 ettari bruciati serviranno 8,5 milioni di euro

[3 ottobre 2018]

L’incendio sui monti pisani scoppiato il 24 settembre ha distrutto quasi 1400 ettari di bosco e coltivazioni: un disastro che ha spinto la Giunta regionale a stanziare 1,5 milioni di euro – da spendere entro la fine dell’anno – per gli interventi di bonifica e salvaguardia. Nei prossimi giorni sarà inoltre formalmente inoltrata alle istituzioni nazionali competenti la richiesta per lo stato d’emergenza nazionale e quello di calamità naturale.

«Le risorse stanziate serviranno per i lavori di somma urgenza – spiega il presidente Enrico Rossi – La prima ipotesi prevede di impegnarne 850 mila per gli interventi forestali e di ripulitura, altri 350 mila per i lavori che i consorzi realizzeranno a valle attorno ai corsi d’acqua». Una seconda fase, dopo i rilievi, riguarderà il riassetto idrogeologico più puntuale, laddove necessario. «Con questo milione e mezzo – aggiunge Rossi – saranno coperte anche le spese per i lavori di somma urgenza già effettuate dai Comuni e il ripristino della strada provinciale sul monte Serra». Entro una settimana la delibera di dettaglio sarà pronta; parallelamente la Regione sta raccogliendo dalle amministrazioni comunali l’elenco dei danni provocati dal rogo, per poi richiedere lo stato di emergenza nazionale (quello regionale è già stato dichiarato). «Spero che il Governo accolga la richiesta – incalza il governatore – e possa contribuire alle spese per la sistemazione delle famiglie che sono state sfollate, al ristoro dei danni subiti dai privati e al rimborso dei costi sostenuti dai volontari intervenuti per domare il fuoco».

Nel frattempo gli uffici regionali stimano, sulla base delle rilevazioni satellitari, che per la ricostituzione dei quasi mille e quattrocento ettari bruciati serviranno 8 milioni e mezzo di euro, complessivamente. Risultano molto ingenti anche i danni alle imprese agricole attive nell’area, come riferito dalla Coldiretti, e per questo la Regione chiederà anche lo stato di calamità naturale. Per reperire risorse utili a lenire i danni ai cittadini e alle aziende non agricole serve infatti la dichiarazione di stato di emergenza nazionale, la cui competenza è del presidente del Consiglio dei ministri, mentre per le calamità naturali il ministero competente è quello dell’Agricoltura e foreste. «Abbiamo detto che l’avremmo fatto e subito ci siamo mossi in tal senso – sottolinea l’assessore regionale all’Agricoltura, Marco Remaschi – ma dobbiamo rispettare procedure e tempi obbligati, dettati dalla legge e soprattutto lasciare il tempo alle persone coinvolte di verificare e comunicarci in modo puntuale il danno subito. Se poi il governo intende accelerare i tempi e risarcire le categorie danneggiate prima della ricognizione, faccia una decreto, che ci auguriamo sia più veloce di quello per Genova».

Il capitolo caccia, infine, merita attenzione a parte. Legambiente Toscana interviene oggi per spiegare come sia «utile e tempestiva» la delibera della Giunta regionale che ha sottoposto a divieto di caccia il territorio devastato dall’incendio dei giorni scorsi, insieme a un’area perimetrale di alcune centinaia di ettari. Nonostante questo tipo di provvedimenti sia raccomandato da tempo, è infatti assai raro vederlo applicato, sottolineano gli ambientalisti citando i pareri dell’Infs (l’ex Istituto nazionale per la fauna selvatica, confluito oggi in Ispra). Il Cigno verde sottolinea però come sia necessario fare di più per il monte Serra.

«Nella delimitazione della fascia di rispetto – evidenziano da Legambiente Toscana – è necessario tenere conto dello stress subito dai cittadini residenti a causa dell’incendio. Essi vedranno infatti aumentare nelle aree in cui la caccia resta possibile, la concentrazione dei cacciatori, che vedono limitate dal divieto le aree in cui cacciare e si riverseranno nelle zone vicine. Questi cittadini inoltre, per recarsi nelle aree percorse dal fuoco per gli interventi di manutenzione e bonifica, dovranno attraversare aree di caccia, per la particolare conformazione del monte e la sua viabilità di accesso. Molti di loro si sono già lamentati per gli spari vicino alle abitazioni e alle aree agricole. Sparare vicino a chi ricostruisce è molto pericoloso, mette a rischio la sicurezza dei cittadini stessi ed intralcia le operazioni di bonifica e di ripristino del monte, che costringono molte persone a spostarsi e operare in questo periodo».

Anche gli animali scampati al disastro sono sottoposti a stress, e per questo il Cigno verde ritiene «necessario estendere la fascia di rispetto a tutta la superficie dei comuni interessati dal rogo. Aver mantenuto la caccia al cinghiale nella fascia di rispetto, poi, è una possibilità estremamente dannosa per tutte le specie selvatiche presenti, soprattutto nel caso di caccia in braccata, che ha un impatto pesante su qualsiasi animale si trovi nell’area. Visto anche che, come ammette lo stesso Remaschi, molti cinghiali sono morti nell’incendio, e che non c’è stato ovviamente tempo per verifiche sul numero di cinghiali e sul reale pericolo per l’agricoltura, è necessario che la Regione vieti almeno la caccia in braccata».

«Crediamo – concludono da Legambiente Toscana – che questi due provvedimenti: chiusura della caccia su tutta la superficie dei comuni percorsi dal fuoco (almeno Calci e Vicopisano), e divieto della caccia al cinghiale in braccata, siano provvedimenti ragionevoli per ristabilire quella tranquillità necessaria alla ripresa delle attività quotidiane e della cura del monte. Nel medio periodo, ci associamo a chi chiede per il monte maggiori livelli di tutela. Si potrebbe iniziare a trasformare in Riserve naturali le Anpil esistenti sul monte, a partire da quelle dei comuni percorsi dagli incendi, come primo passo per una migliore e più cogente conservazione dell’immenso patrimonio storico e naturalistico che ricade nel comprensorio del monte pisano».