Il tornado Usa, il superciclone delle Filippine e il disastro climatico ignorato della Somalia

[18 novembre 2013]

I 76 tornado che stanno spazzando il Midwest Usa (mentre scriviamo i morti sono almeno 6) sono il segno di un clima impazzito e speriamo che, almeno questa distruzione che colpisce il più potente Paese del mondo, serva a far capire ai Paesi ricchi – che stanno ancora tenendo in ostaggio la Conferenza della parti dell’Unfcc in corso a Varsavia – che il cambiamento climatico, e il global warming, non sono solo cose da poveri.

C’è da scommettere che le case distrutte dell’Illinois, le immagini dei tornado che hanno costretto a scendere in cantina milioni di statunitensi, l’allarme lanciato anche per New York, avranno più copertura mediatica del super-tifone Haiyan/Yolanda che ha devastato le Filippine causando distruzioni incalcolabili e uccidendo migliaia di poveri cristi che nessuno cercherà sotto il fango delle baraccopoli. Ma in questo triste rosario di disastri che nessuno sembra voler davvero sgranare a Varsavia, non è praticamente mai comparsa sugli schermi dei media e nelle pagine dei giornali un’altra tragedia molto più grande di quella che sta colpendo gli Usa e che ci parla ancora di più dei rischi che corrono il nostro pianeta ed i poveri che sono la maggioranza dell’umanità che lo abita.

Stiamo parlando dell’uragano che ha colpito il Puntland, lo stato semi-indipendente dello Stato fantasma di quella che fu la Somalia e di cui abbiamo poche sbiadite foto e un  filmato girato da un operatore di una delle poche Ong umanitarie rimasta in Somalia. Eppure, secondo l’ultimo e impreciso bilancio, il ciclone mortale che ha colpito il Puntland ha fatto almeno 300 morti, scatenando il caos in una popolazione già poverissima. Secondo l’Onu le persone che hanno bisogno disperatamente di aiuto sono 30.000, ma le Ong e il governo del Puntland dicono che chi ha perso tutto sono più di 50.000, mentre i dispersi sono ancora centinaia,

Sono bastati venti che soffiavano a 46 miglia all’ora a far diventare  il ciclone il più mortale della storia della Somalia, con inondazioni violentissime che hanno spazzato via un’intera regione: villaggi distrutti, 100.000 capi di bestiame morti decine di barche da pesca delle quali non si sa più niente, per non parlare probabilmente dei barconi carichi di migranti che i pirati somali trasformatisi in mercanti di carne umana portano dal Puntland e dal Somaliland verso il poverissimo Yemen. In questa tragedia sconosciuta la perdita del bestiame è la cosa che avrà le peggiori ricadute: il 65% dei somali dipende dal bestiame per il suo sostentamento, ma nel Puntland molti si affidano alla pesca per aver un reddito e sfamare le loro famiglie.

Il ciclone ha colpito un’economia quasi inesistente e le già precarie infrastrutture della regione non esistono praticamente più, come il ponte che collegava la capitale del Puntland, Garowe, alle altre città e che è stato demolito dalla tempesta. La mancanza di infrastrutture sta ostacolando l’arrivo degli aiuti di prima necessità che vengono portati per via aerea o addirittura a piedi. Il governo somalo chiede ad un mondo che sembra aver dimenticato questa tragedia «Acqua pulita, alimenti non deperibili, medicinali, materiali per alloggi e coperte».

A complicare le cose c’è l’autoproclamata autonomia di uno Stato che nessuno praticamente riconosce. Il governo somalo da Mogadiscio controlla solo (e solo in Parte) il sud della Somalia, ma si ostina a dire che tutta la Somalia è ancora un Paese, ma il Puntland sé un dichiarato Stato autonomo nel 1998 e vuole restare fortemente autonomo in una futura Somalia federale. Il vicino Somaliland, l’ex Somalia britannica, si era già  proclamato indipendente nel 1991ed appena è nato il Puntland è nata una disputa territoriale tra due Stati che il mondo non riconosce all’interno di uno Stato fantasma. In tutto questo spicca il fragoroso silenzio dell’ex potenza coloniale che quei territori li ha amministrati fino al 1960: l’Italia, che diventò il Paese di riferimento dell’ex dittatore “socialista” ed ex carabiniere italiano Siad Barre.

Rispetto ad una copertura mediatica del tifone Haiyan/Yolanda e dei tornado statunitensi il ciclone in Somalia ha ricevuto poca attenzione sia nei media o in seno alla comunità internazionale, che già fatica a sostenere il governo e l’economia somali. Le Filippine nei giorni di  Haiyan hanno ricevuto donazioni per milioni di dollari: gli Usa hanno promesso 20 milioni di dollari, la Gran Bretagna 10, l’Onu 25 milioni, non c’è nulla di paragonabile per il Puntalan a paragone del danno subito da un uragano al quale non ci si è scomodati nemmeno di dare un nome. Il 12 novembre l’Onu ha inviato uno staff per verificare sul terreno le esigenze del Puntland, il primo passo per fornire assistenza.

Eppure la Somalia dovrebbe essere un sorvegliato speciale del global wariming: il Climate Change Index Vulnerabiltity (Cciv) 2009/2010 la mette prima in classifica tra i Paesi a “rischio estremo” di  cambiamento climatico e questo indice prende proprio in considerazione la possibilità di recuperare da gravi catastrofi.  Dietro la Somalia ci sono Haiti ed Afghanistan, il resto di questa poco ambita top ten è occupato tutta da Paesi africani

Il Cciv sottolinea che «Le nazioni più povere, con poche risorse naturali e infrastrutture limitate sono particolarmente vulnerabili, con la Somalia, Haiti, l’Afghanistan, la Sierra Leone e il Burundi che sono i più a rischio. La capacità della Somalia di adattarsi ai cambiamenti climatici è gravemente minata dall’insicurezza alimentare, dalla guerra e dalla violenza politica e dai diritti umani a rischio, mentre ad Haiti, il deterioramento della qualità dell’acqua e il rischio crescente di insicurezza per il  cibo e l’energia insicurezza contribuisco tutti al suo pessimo voto».

Dei 28 Paesi classificati a “rischio estremo” dal Ccvi  ben 22 sono in Africa ed è molto probabilmente per questo che ancora una volta il gruppo dei Paesi africani sta duramente contestando a Varsavia lo stallo dei negoziati Unfcccl.

Invece, la ricchissima Norvegia risulta  il più attrezzato dei 166 Paesi del Climate Change Index Vulnerabiltity ad affrontare le sfide del cambiamento climatico. Tra i fattori che contribuiscono al suo primato ci sono la bassa densità di popolazione, l’assistenza sanitaria ed i sistemi di comunicazione eccellenti, il buon governo e un solido quadro istituzionale. Inoltre gli standard di cibo, acqua e sicurezza energetica globale della Norvegia sono alti ed i suoi ecosistemi sono ben protetti. I paesi meno a rischio dopo la Norvegia sono la Finlandia (165), Giappone (164) e il Canada (163). Altri paesi a basso rischio includono Gran Bretagna (155), gli Usa colpiti dai tornado che fanno tanto notizia (152) e la Germania (151). L’unica economia emergente di essere classificato come ad alto rischio e l’India (56esima), per l’elevata densità di popolazione, l’aumento del rischio per la sicurezza, la scarsa sicurezza delle risorse e la preoccupazione per le violazioni dei diritti umani. Vulnerabilità dell’India è di particolare interesse per le imprese a causa del suo ruolo enorme in catene di approvvigionamento globali. Altri grandi Paesi che non hanno situazioni eccellenti sono il Pakistan (29), le Filippine (44) e l’Indonesia (61), tutti ad alto rischio, mentre il Brasile (103esimo) e la Cina (110ma) sono classificate a rischio medio, con la Russia (127esima) quasi a rischio.

Ripercorrete questa classifica e ritroverete molte ragioni dei disastri “naturali” conosciuti e/o dimenticati ed ancora più ragioni del pigro svilupparsi dei colloqui internazionali sul clima che dovrebbero approvare soluzioni per allontanarci dalla catastrofe climatica che sta soffiando dagli Usa alle Filippine passando per l’ignoto Puntland della dimenticata Somalia. Viene da chiedersi: chissà cosa succederebbe a Varsavia se i danni dei tornado statunitensi fossero come quelli dell’uragano somalo o del tifone filippino?