Fuggito dal suo Paese ricompare nel cuore della Russia, a Rostov sul Don

Ucraina: parole di fuoco dell’ex presidente Ianukovich verso la secessione della Crimea

[28 febbraio 2014]

Un gruppo armato di russi di Crimea ha occupato l’aeroporto di Simferopol, la capitale di quella che sarebbe una Repubblica autonoma dell’Ucraina. L’agenzia stampa Interfax, citando dei testimoni,  spiega che «circa 50 uomini armati, in uniforme militare, senza segni di riconoscimento, sono arrivati all’aeroporto a bordo di tre camion». Però l’agenzia Russa Ria Novosti scrive che il personale dell’aeroporto smentisce l’azione armata, che sarebbe stata attuata per impedire ad aerei militari ucraini di atterrare e scaricare truppe per sedare la rivolta dei russi.

Ieri un centinaio di miliziani delle Forze di autodifesa dei russi, armati fino ai denti, avevano occupato il Parlamento della Crimea e innalzato la bandiera russa sull’edificio, accanto a quella della Crimea che ha gli stessi colori panslavi. Il Parlamento autonomo della Crimea ha sfiduciato il governo locale e ha convocato per il 25 maggio un referendum per scegliere se ampliare i poteri della Repubblica autonoma fino ad un’indipendenza di fatto da Kiev, oppure tornare a far parte della Russia.

La Rada suprema della Crimea si è rivolta al Consiglio di sicurezza dell’Onu (dove Mosca ha il potere di veto) per chiedere una riunione di urgenza che condanni  i secessionisti della Crimea. Alexei Puchkov, presidente della Commissione affari internazionali della Duma (il Parlamento russo), ha subito risposto che «il nuovo potere ucraino è estremamente preoccupato per la recente evoluzione della situazione e per l’evidente malcontento della popolazione russofona in Ucraina dell’est e in Crimea. Attraverso il ricorso al Consiglio di sicurezza, la Rada cerca di confermare la sua legittimità e tenta di servirsi delle organizzazioni internazionali per esercitare delle pressioni sulla popolazione, soprattutto in Crimea».

Intanto nella base navale russa di Sebastopoli, in Crimea, l’allarme è al massimo livello, mentre la Russia ha aumentato il pattugliamento di aerei militari al confine con l’Ucraina.

Un confine che l’ex presidente ucraino Viktor Ianukovich ha passato senza problemi per rispuntare a molte centinaia di chilometri di distanza, nel cuore della Russia, a Rostov sul Don, per annunciare in un’affollata conferenza stampa: «E’ venuto il tempo di dire che penso di proseguire la lotta per l’avvenire dell’Ucraina, contro coloro che tentano di svenderla servendosi del terrore. Nessuno mi ha rovesciato. Sono stato costretto a lasciare l’Ucraina sotto una minaccia diretta alla mia vita e a quelle dei miei familiari». Poi ha attaccato l’Unione europea e gli Usa, accusandoli di aver istigato e finanziato la guerra civile, e detto che quando tornerà in Ucraina la Crimea otterrà la massima autonomia.

La scelta di Rostov, uno delle città simbolo della resistenza al nazi-fascismo in quella che i sovietici prima e i russi dopo chiamano la “Grande Guerra Patriottica” non è stata certo un caso, visto che i russi dicono che in Ucraina c’è stato un golpe organizzato da forze fasciste e  Ianukovich  ha definito illegittimo il nuovo governo, precisando che «dei nazionalisti che predicano la violenza si sono impadroniti del potere in Ucraina».

I Russi e l’ex presidente dicono (non a torto) che «in violazione degli accordi tra il presidente e l’opposizione, la Rada suprema ha destituito Ianukovich  il 22 febbraio e fissato le elezioni presidenziali il 25 maggio».

Ma l’Unione europea ha riconosciuto il nuovo governo nazionalista di Kiev, anche se dice che la grana della Repubblica autonoma della Crimea deve essere risolta per via politica e chiede a russi, ucraini ed irredentisti di mantenere la calma. Nel mentre il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha nuovamente esortato la Russia a non prendere iniziative che possano aggravare la tensione. Ma ogni parola che viene dalla Nato non può che provocare ancora più sospetti a Mosca, visto che Vladimir Putin pensa che la vera posta in gioco della guerra civile ucraina fosse quella di portare Kiev nell’Alleanza Atlantica.

Intanto la Procura generale dell’Ucraina, passata immediatamente con il nuovo governo filo-occidentale dopo essere stata fedelissima del vecchio  governo filo-russo, ha annunciato che chiederà a Mosca di estradare Ianukovich. Ma la cosa sarà molto difficile, visto che oggi Ria Novosti dice di essere in possesso di una dichiarazione scritta dell’ex presidente ucraino che chiede al governo russo di «assicurare la sua sicurezza di fronte agli estremisti che hanno usurpato il potere in Ucraina». E Mosca, come dimostra la conferenza stampa organizzata a Rostov, ha accolto a braccia aperte il tovarisc Ianukovich sul territorio russo.

Lo stesso farebbe con entusiasmo l’ultima dittatura d’Europa, la Bielorussia. Oggi il ministro degli Esteri bielorusso, Vladimir Makei, in visita di stato in Lettonia, ha detto riferendosi agli oppositori ed agli ex governanti ucraini: «Se fossimo sicuri  […] che si perseguono queste persone perché hanno idee politiche differenti, accorderemmo loro l’asilo politico». Peccato che Bielorussia non usi questo metro democratico per i suoi oppositori interni…

Makei  ha però precisato che «nessun ucraino ha depositato domanda di asilo politico in Bielorussia e nessun partigiano del Presidente Viktor Ianukovich si trova in Bielorussia. L’Ucraina è la nostra vicina meridionale. Abbiamo degli stretti legami  economici e commerciali. Parliamo più o meno la stessa lingua e i nostri popoli sono molto vicini. E la Bielorussia considera gli avvenimenti in corso in Ucraina come una tragedia. Deploriamo le vittime ucraine […] Speriamo che l’Ucraina resti uno Stato sovrano, indipendente e indivisibile».

Ma, oltre a dimenticarsi un’altra cosa che accomuna Ucraina e Bielorussia, ovvero la tragedia nucleare di Chernobyl,  Makei non dice che l’Ucraina alla quale si riferisce è soprattutto quella russofona e che i partiti neo-fascisti  ucraini come Svoboda oggi al governo sono stati spesso accusati dal regime di Minsk di complottare con l’opposizione bielorussa per esportare prima la rivoluzione arancione, e oggi la guerra civile.