Un nuovo battaglione internazionalista antifascista nel Rojava – Nord Siria

A Bruxelles arrestato giornalista kurdo. 4 giovani progressisti accusati di essere complici degli islamisti

[22 dicembre 2016]

Mentre la Germania e l’Europa guardano inorridite alla strage nel mercatino di Natale a Berlino, c’è chi ha deciso di andare a combattere le milizie nere che seminano terrore e disperazione direttamente dove hanno cercato di realizzare il loro califfato, il loro Stato Islamico che kurdi, arabi e persiani chiamano con disprezzo Daesh. Nel Rojava, la regione liberata dai Kurdi e dalla forze progressiste siriane nel nord della Siria, si è costituita un nuovo battaglione internazionalista antifascista (AIT) proprio per combattere lo Stato Islamico Daesh. Secondo Kurdish Question, «Il battaglione è formato da volontari stranieri di tutto il mondo» ed è stato è stato annunciato il 19 dicembre 2016 con un comunicato stampa on-line nel quale si legge: «Oggi un gruppo di compagni antifascisti, internazionalisti, anarchici, comunisti, socialisti e libertari hanno risposto all’appello per sostenere la rivoluzione del Rojava e si sono così uniti alla lotta degli oppressi. Veniamo dall’ombra del mondo capitalista occidentale, per combattere e di imparare dai nostri compagni del Rojava come pretendere la libertà e il diritto di esistere. Con il loro coraggio, speriamo di creare una vita senza oppressione e persecuzione, un mondo senza fascismo e oscurantismo. Salpiamo verso questo obiettivo spinti dai venti della libertà, dell’uguaglianza e del rispetto per la Terra. Questo è la rotta lungo la quale delle persone eccezionali hanno navigato verso l’oblio, lasciando un calore inestinguibile dentro i nostri cuori. E’ lo stesso calore che sentiamo ora, che ci anima, che ci ha guidato attraverso il soglia delle fiamme verso la lotta della Federazione Democratica del Nord della Siria».

Non a caso il simbolo del nuovo battaglione internazionalista antifascista è una fenice, utilizzato dalle brigate internazionali che dal 1935 hanno combattuto contro il fascismo di Francisco Franco in Spagana.

La nota dei combattenti dell’AIT prosegue. «Ogni compagno, qui e ora, si batte per la luce, con la memoria vivente delle precedenti lotte partigiane, per un mondo migliore, che ci hanno portato fino a queste terre di ardenti. Così, con il nome della nostra unità, vogliamo ricordare la compagno martire lvana Hoffman, caduta valorosamente combattendo l’Isis sul fronte di Tell Tamir, nel marzo 2015. Insieme, combatteremo per difendere quei valori che noi manteniamo nel nostro cuore. prendiamo il nostro simbolo dai rivoluzionari che hanno combattuto in Spagna, nel 1935, per un mondo senza confini, senza ombre e senza storia paura: la Storia dirà che non son stati sconfitti. I loro sogni non sono morti, ma ora sono rinati con noi, con ogni compagno, che ora combatte nel Rojava. Come una fenice che si rialza sempre dalle ceneri, così il fuoco della rivoluzione, continuerà a bruciare per sempre».

Si parla molto dei foreign fighters delllo Stato Islamico, dei giovano occidentali attratti dall’ideologia reazionaria del Daesh,  ma nessuno parla delle centinaia di volontari stranieri che hanno raggiunto il Rojava da quando la sua rivoluzione sociale e multietnica ha cominciato ad essere nota a livello internazionale, con l’assedio di  Kobane nel 2014 da parte dello Stato Islamico e poi con la sua eroica liberazione. Oltre una dozzina di questi giovani volontari e volontarie progressisti delle Brigate internazionali antifasciste sono morti nelle fila delle Yekîneyên Parastina Gel (Ypg Unità di protezione popolare) kurde e delle Syrian democratic forces  (Sdf), che ora sono impegnate nella conquista di Raqqa, la “capitale” dello Stato Islamico/Daesh e nella difesa del Rojava dalle truppe di invasione turche in Siria e dai loro alleati islamisti.

Intanto la Turchia non molla la presa sui kurdi:  a Bruxelles, grazie a un mandato di cattura richiesto dal governo di Ankara all’Interpol, è stato arrestato Maxime Azadi, un giornalista kurdo della  Firat News Agency (Anf) che aveva scritto diverse indagini sul caso dei tre militanti kurdi, Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Saylemez, assassinati a Parigi nel gennaio 2013.

Il sospettato di quell’omicidio, Omer Guney, è morto pe un tumore al cervello in un ospedale di Parigi il 17 dicembre e il giorno dopo è stato arrestato Azadi. Guney avrebbe dovuto comparire in tribunale per la prima volta nel gennaio 2017, 4 anni il triplice omicidio. Ora si teme che il caso venga chiuso e che a pagarne le conseguenze sia proprio il giornalista che aveva denunciato che i mandanti andavano cercati in Turchia.

Il 20 dicembre, Ricardo Gutiérrez, segretario generale dell’European federation of journalists ha confermato che Azadi è stato arrestato su richiesta della Turchia: «E così Belgio procede all’arresto di un giornalista francese-curdo, su richiesta delle autorità turche». Non si sa per quali motivi Azadi sia stato arrestato.

Un altro caso che fa molto discutere è quello di 4 giovani kurdi arrestati a Gaziantep, una città dl sud-est dlla Turchia  al confine con la Siria, per la loro presunta appartenenza al  Partîya Karkerén Kurdîstan (Pkk, Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) e accusati di progettare l’assassinio di un leader dello Stato Islamico/Daesh. Fonti kurde dicono che i giovani sono presumibilmente membri del Yurtsever Devrimci Gençlik Hareketi (Ydg-H – Movimento giovanile patriottico democratico) che simpatizza per il Pkk.  I kurdi che compiono attentati in Turchia appartengono in realtà ai Teyrêbazên Azadiya Kurdistan (Tak – Kurdistan freedom falcons), un gruppo nazionalista e separatista kurdo, fuoriuscito dal Pkk del quale non condivide il federalismo democratico e socialista.

Ma quello che sta facendo più discutere è la dichiarazione del   Governatorato di Gaziantep – uno dei principali crocevia dei gruppi islamisti siriani finanziati e armati dalla Turchia –  che sostiene che i 4 giovani kurdi erano in possesso di diverse armi da fuoco, droga e di un libro propagandistico del  movimento Gülen, il movimento islamista già alleato del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ed ora accusato di ogni male e complotto: dal fallito colpo di stato all’omicidio dell’ambasciatore russo in Turchia. La dichiarazione  del Governatorato è stata ridicolizzata sui social media: dei giovani “comunisti” simpatizzanti del PKK  avrebbero progettato di uccidere un leader dl Daesh, ma intanto diffondevano propaganda islamista gülenista, cioè dello stesso movimento guidato dall’esilio americano da Fethullah Gülen che il governo turco accusa di essere un alleato dello Stato Islamico/Daesh.

Se la ricostruzione appare politicamente incredibile, è anche vero che il governo turco di recente ha fatto di tutto per equiparare il Pkk al Daesh e al movimento gülenista Hizmet, in quella che  viene definita  Fethullahçı Terör Örgütü (Fetö – Organizzazione del terrore Fethullahista), cecando così di ottenere il sostegno internazionale a quella che Erdogan chiama la sua “guerra al terrore”.

Il problema è che sia i fascio-jihadisti del Daesh che i nazionalisti islamici iperconservatori del movimento gülenista Hizmet hanno attaccato il movimento progressista kurdo, che vedono come una forza laica, femminista e secolare che mette in pericolo l’islamismo, sia in Turchia che nel Medio Oriente.

Il movimento di Fethullah Gülen è stato subito accusato dai media e dal governo turchi anche del recente assassinio dell’ambasciatore russo in Turchia e la tesi dominante è che religioso turco in esilio negli Usa sia un agente della Cia e che lavori per la Nato per destabilizzare e dividere la Turchia. Il gruppo è stato anche accusato di aver fatto fallire il processo di pace con i kurdi nel 2009, quando migliaia di attivisti curdi vennero arrestati da magistrati che ora il governo turco – lo stesso che sta massacrando i kurdi – accusa di essere gülenisti e partecipanti alla cospirazione del  Fetö.

Che la Cia sia l’agenzia di intelligence del maggiore alleato della Turchia, gli Usa (che hanno anche basi e bombe nucleari nel Paese) e che faccia parte di quella Nato che viene nemmeno tanto velatamente accusata di aver ispirato il colpo di Stato gülenista, sembrano essere contraddizioni  non troppo grandi per la paranoia complottistica di Erdoğan. E’ in questo intricato dedalo di bugie, propaganda inverosimile e depistaggi che sono spariti i 4 giovani kurdi, probabilmente colpevoli solo di volere un mondo più giusto.