A 55 anni dal disastro del Vajont non abbiamo imparato niente. La cultura geologica ferma al 1950

Angelone (Cng): «I geologi di oggi, come quelli di allora, sono inascoltati»

[9 ottobre 2018]

Erano le 22,39 del 9 ottobre del 1963 quando 263 milioni di metri cubi di roccia si staccarono dal monte Toc e precipitarono nel bacino artificiale dalla diga del Vajont, sollevando un’ondata alta 260 metri che causò la morte di 1917 persone.  Nonostante le tante che negli anni successivi avrebbero funestato l’Italia, quella tragedia resta il disastro ambientale e umano più drammatico dal dopoguerra ad oggi. In quella notte ormai lontana, per aver ignorato con  superficialità  gli studi geologici, che ritenevano la diga non realizzabile per le precarie condizioni morfologiche dei versanti, una gigantesca frana precipitò nell’invaso facendo tracimare milioni di m3  di acqua che, a valle fecero 1917 morti, cancellando per sempre interi paesi dalla carta geografica.

Domenico Angelone, tesoriere del Consiglio nazionale dei geologi (Cng), ricorda che «Il disastro del Vajont costituisce la fotografia di un Paese miope dal punto di vista della prevenzione e della valorizzazione delle professionalità. I geologi di allora furono inascoltati esattamente come oggi, a distanza di 55 anni, si continua a maltrattare il territorio e a sfidare le forze della natura con il cemento e la perfezione teorica, in accordo con l’approssimazione politica e l’arroganza di chi continua a non voler risolvere il problema alle sue origini, Il Vajont ha segnato nella storia d’Italia un momento di svolta, esattamente come accadde con il terremoto dell’Irpinia del 1980 quando, lo stesso Presidente Pertini evidenziò le gravissime carenze culturali, organizzative e programmatiche di un Paese che, in entrambe le vicende, si dovette vergognare di fronte alla popolazione mondiale. Una svolta che si è palesata timidamente con interventi normativi inadeguati e tardivi, seguendo più gli eventi dettati dallo scorrere del tempo, dal boom economico degli anni ’70 e ’80, dal progresso scientifico e tecnologico, che dalla consapevolezza di dover partire dalla conoscenza del territorio e dalle sue criticità. Culturalmente siamo rimasti ancorati alle logiche del pre-Vajont, alle stesse logiche che tendono a rincorrere l’emergenza e ad apporre pezze ancora peggiori del buco che si vuole coprire. La mancanza di cultura geologica sia nelle istituzioni che nelle leggi che esse producono, costituisce il vero cancro del Paese, come testimoniano le ultime tragedie che hanno riguardato i recenti terremoti e le recentissime alluvioni, quando, come se non bastasse, si è palesata in maniera evidente la necessità di un approccio diverso al problema».

Sembfra davvero che abbiamo imparato poco dalle tragedie “naturali”. Angelone sottolinea che il Cng e  13 Ordini regionali dei geologi italiani hanno dovuto impugnare davanti al Tar del Lazio le recentissime Norme Tecniche per le Costruzioni 2018 e spiega: «Abbiamo da sempre evidenziato come sia le vecchie norme che quelle vigenti siano inadeguate alla salvaguardia della sicurezza dei cittadini, tant’è che, anche nei confronti dell’aggiornamento delle NTC 2018 , siamo stati costretti ad evidenziare davanti a un Tribunale Amministrativo tutte le criticità sia giurisprudenziali sia culturali di una norma che ci riporta indietro nel tempo. È inaccettabile che la sicurezza e la prevenzione vengano ancora trattate con miopia e leggerezza, ponendo la cultura geologica come un fardello da dover sopportare di fronte alle grosse scelte di sviluppo del Paese».

Arcangelo Francesco Violo, segretario del Cng ed ex presidente dell’Ordine dei geologi della Regione Calabria, conclude: «Nel nostro Paese si continua a morire per un’alluvione, come è successo la scorsa settimana a San Pietro Lametino, in Calabria. I recenti eventi alluvionali registrati in Calabria, che hanno causato ancora una volta vittime e danni ingenti, hanno rafforzato l’urgenza di avviare una svolta culturale in tema di prevenzione, basata sulla conoscenza degli scenari di rischio, sui sistemi moderni e tecnologicamente avanzati di monitoraggio e sulla necessità di una corretta pianificazione delle attività di manutenzione”. Analizzando le possibili soluzioni al problema “dissesto idrogeologico”. E’ necessario rivedere il sistema di allertamento, prevedendo automatismi tra i livelli di allerta e la fasi operative da attivare. Non si può prescindere da un’adeguata conoscenza, anche attraverso la costituzione di presidi idrogeologici permanenti, delle peculiarità del territorio in termini di pericolosità e di rischio, così come delle effettive condizioni locali che si stanno verificando in un dato momento. Non è più possibile classificare gli eventi calamitosi, che si susseguono sempre più frequentemente, come ‘fatalità imprevedibili’: ad ogni tragedia viene sbandierata da politici e dirigenti la volontà di attivare serie politiche di prevenzione, ma poi tutto finisce nel dimenticatoio, superate le fasi di emergenza e cordoglio».