Riceviamo e pubblichiamo

A che punto è l’erosione costiera lungo il Lazio: un approfondimento

[31 Marzo 2020]

Da lungo tempo si discute in ambito scientifico sui fenomeni del dissesto idrogeologico, che anche in Italia ormai si manifestano con eventi impetuosi e rapidi, ad andamento catastrofico, richiamando l’attenzione e la preoccupazione delle istituzioni, dei politici, degli scienziati, dei tecnici ed in generale dei cittadini.

Il dissesto idrogeologico è un potente modificatore del paesaggio

Nella loro virulenta forma presente, fenomeni come le frane, le inondazioni, l’erosione costiera sono stati definiti come malattia della civilizzazione, perché è la stessa evoluzione umana o meglio ancora il progresso tecnologico che hanno accelerato il lento decorso dei fenomeni naturali in maniera travolgente e preoccupante.

Va comunque sottolineato che tali fenomeni sono antichi come la Terra, anche se in molti casi l’uomo, nel corso del tempo, ha trasformato il territorio rendendolo molto più vulnerabile al verificarsi di eventi naturali distruttivi.

In tale contesto va subito premesso che prima di progettare e realizzare interventi riparativi o ricostruttivi occorre eseguire un’analisi approfondita del territorio ai fini della previsione, prevenzione e mitigazione del rischio idrogeologico che tenga conto della biodiversità, della geodiversità e dei processi naturali in continua evoluzione, prevedendo anche gli effetti sul paesaggio conseguenti alle stesse opere che si intendono eseguire.

Nell’ultimo cinquantennio, in Italia, purtroppo, la dissipazione di risorse primarie e il non corretto uso del suolo hanno dato luogo ad una situazione di diffuso degrado che contribuisce ad amplificare gli effetti dei fenomeni distruttivi di origine naturale quali alluvioni, frane ed erosione della costa. L’incidenza e la frequenza di tali fenomeni è peraltro in aumento in tutto il mondo.

In generale, le cause dell’incremento del degrado e dei conseguenti danni vanno rinvenute negli attuali modelli di sviluppo sociale ed economico che amplificano la vulnerabilità degli insediamenti caratterizzati da localizzazioni pericolose, forme insediative non idonee e disfunzioni organizzative.

L’erosione della costa è, pertanto, il risultato diretto ed indiretto delle alterazioni del ciclo dei sedimenti determinate da cause naturali e antropiche.

I fattori naturali hanno un ruolo di gran lunga predominante, soprattutto nel lungo periodo, e quelli più importanti sono: i venti e le tempeste, le correnti vicine alle spiagge, l’innalzamento del livello del mare, la subsidenza del suolo e l’apporto liquido e solido dei fiumi al mare.

I fattori indotti dall’uomo (antropici) includono: l’utilizzazione della fascia costiera con la realizzazione di infrastrutture ed opere per insediamenti abitativi, industriali e ricreativi, l’uso del suolo e l’alterazione della vegetazione, l’estrazione di acqua dal sottosuolo, la pulizia della spiaggia con mezzi meccanici o pesanti, lo scalzamento e la distruzione della duna, i lavori per la regimazione dei corsi d’acqua, per la difesa del suolo e per lo stesso prelievo di risorsa per uso potabile, irriguo ed industriale, l’estrazione di inerti dai fiumi da utilizzare nelle costruzioni.

Le azioni antropiche destabilizzano i complicati e delicati equilibri che presiedono alla costituzione delle spiagge ed alla loro evoluzione.

Il litorale della Regione Lazio

Nella Regione Lazio su 290 Km di litorale, le spiagge occupano circa 220 Km ed il 20% è a rischio di erosione, specialmente le aree in prossimità della foce fluviale (ad es. Ostia e Fiumicino) e la duna costiera del Circeo. Le opere di difesa rappresentano circa il 35% del litorale. Le spiagge del litorale romano ricadono nell’ala sinistra del delta del fiume Tevere e si estendono per una lunghezza di 17 km dalla foce fino alle secche di Tor Paterno. Il morfotipo costiero romano, come individuato in “Elementi di gestione costiera – ENEA”, è di tipo “costa di fronte delta”, ossia “il contatto terra – mare avviene su spiaggia sabbiosa localmente distaccata dalla terraferma ed avente una geometria d’insieme aggettante in mare ed una laguna o palude nel retrolitorale”.

La porzione di litorale laziale compresa tra Fregene, a nord, ed Ostia, a sud, è caratterizzata da costa bassa e sabbiosa, fortemente utilizzata a fini turistici, con apparati dunali e retrodunali, in parte interessati da pinete piantate nel secolo scorso (Castel Fusano).

Le spiagge del litorale romano di Ostia, Fiumicino e Fregene sono originate tutte dal delta del Tevere ed i loro sedimenti derivano esclusivamente dagli apporti del fiume.

Il trasporto solido del Tevere, infatti, rappresenta il fattore principale determinante l’evoluzione morfologica dell’alveo e delle spiagge limitrofe alla foce. Nel dettaglio, nella cuspide fociva del Tevere, il trasporto solido è divergente in quanto nella zona situata a nord è diretto da sud verso nord, mentre in quella a sud è diretto da nord verso sud. Il trasporto solido potenziale risultante è diretto da sud verso nord e rappresenta la causa principale della tendenza evolutiva che interessa il litorale.

A Roma, il trasporto solido del Tevere si verifica in massima parte in sospensione ed in misura trascurabile al fondo, per cui il valore del trasporto torbido annuo può essere assimilato al valore totale del trasporto solido. Il trasporto solido a Roma è concentrato in quei giorni dell’anno in cui si verificano i fenomeni di piena. Su scala annuale, quindi, il trasporto torbido si concentra esclusivamente nei giorni in cui la portata media giornaliera supera il valore soglia di 340 – 360 m3/s.

Il trasporto solido nel 1970 si attestava attorno ai 137 m3/km2 (fonte: MIN. LL. PP. – Servizio Idrografico). Tale apporto ha consentito negli anni l’accrescimento della piana deltizia.

I dati ricavati dalla stazione idrometrica di Roma Ripetta evidenziano tuttavia una progressiva riduzione del trasporto torbido annuo dal periodo 1873 – 1879 fino ai giorni nostri causato da fattori naturali ed antropici.

Infatti, nel corso degli ultimi 100 anni, a carico del Tevere si sono succeduti diversi interventi antropici, i cui effetti si sono talvolta sommati ed hanno determinato esiti spesso non previsti, per la cui soluzione si sono resi necessari nuovi interventi.

Tra gli interventi antropici si annoverano: la costruzione dei muraglioni nel tratto tra Ponte Margherita e Ponte Palatino per la difesa della città dalle piene; l’arginatura,realizzata nel 1930, del tratto vallivo del Tevere da Roma al mare per proteggere i terreni bonificati dall’esondazione e per restringere l’alveo di magra per la navigazione; il banchinamento del tratto urbano delle arginature al fine di salvaguardare la stabilità dei muraglioni minacciata dall’approfondimento dell’alveo, causato dall’erosione del fondo, conseguenza della citata arginatura; i prelievi in alveo di ingenti quantità d materiale inerte avvenuti specialmente negli anni ‘60 per la realizzazione dell’autostrada A1 e della ferrovia Roma – Firenze; la costruzione di sette soglie da Ponte Milvio fino al porto di S. Paolo per contrastare l’approfondimento dell’alveo; la costruzione da parte dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA) di cinque impianti idroelettrici sull’asta principale del fiume nel medio e basso corso, che svolgono una funzione di diminuzione del trasporto solido, a causa della riduzione della pendenza che tali impianti generano a monte nel caso delle traverse di Castel Giubileo, Nazzano e Ponte Felice e per la presenza dei serbatoi nel caso delle dighe di Corbara, Alviano e Montedoglio.

di Ilaria Falconi*

*Tecnico ISMEA presso il Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, Consigliere Nazionale SIGEA (Società Italiana di Geologia Ambientale), Consigliere SIGEA (Società Italiana di Geologia Ambientale) Sez. Lazio