A proposito di parchi. Ripartire dagli obiettivi

[10 gennaio 2014]

A più di vent’anni e dalla entusiasmante stagione che ha visto la realizzazione di molti parchi naturali e altre aree protette si è aperta la stagione dei bilanci e in molti si chiedono a che cosa possono servire i parchi. Il tema è stato riaperto dopo la conferenza nazionale. Perchè dopo la stagione iniziata venti anni fa con l’estensione dell’area destinata a parco non è seguito un impegno adeguato a raggiungere gli obiettivi qualitativi che aveva posto. La domanda che ha cominciato a emergere è come mai non si prende atto della necessità di dare vita ad azioni in grado di far risalire le realtà protette dalla palude in cui si trovano.

Il primo obiettivo è ancora l’acquisizione delle categorie economiche ad una valutazione positiva della tutela del territorio e della biodiversità. Per uscire in avanti dallo stallo ed estendere i territori protetti vanno valorizzati gli elementi forti di integrazione incentivando le possibilità di affermazione di pratiche agricole innovative e più vantaggiose.

Altro elemento di grande importanza è la realizzazione di un accesso dei produttori alla vendita diretta che raccolga la spinta ai consumi a km. zero (o comunque di prossimità) molto diverso da quello praticato finora. Non si tratta di fare favori ma di intervenire nella situazione attuale che vede un ruolo privilegiato dell’intermediazione e della grande distribuzione nell’accesso al mercato e nella definizione dei prezzi alla produzione.

Non è mancata la definizione di strumenti per la tutela del territorio basati sull’azione concertata fra soggetti sociali portatori di valori ambientali e protagonisti delle battaglie per una politica agricola nuova ancorata alle caratteristiche peculiari del territorio. Un esempio? In Emilia Romagna  una intesa in questo senso è stata  realizzata fra un’associazione ambientalista (Legambiente) e la più forte organizzazione agricola della Regione (Coldiretti). Quell’accordo ha influenzato  positivamente la legge regionale tuttora vigente (la 6/2005). Le proposte innovative sono comprese nell’articolo 33 che si occupa delle gestione dell’attività agricola nei parchi e degli istituti della “governance”. Una volta approvata la legge le resistenze si sono spostate alla fase attuativa. Qui la confluenza delle spinte burocratiche/conservatrici degli amministratori e degli apparati unito al permanere di logiche consociative, in una una parte delle assocazioni agricole, ha avuto conseguenze nefaste nelle scelte della regione e delle amministrazioni locali.

A distanza di 8 anni giace inapplicata la norma che prevede la priorità nell’assegnazione dei finanziamenti pubblici agli operatori che hanno terreni all’interno delle aree protette e  introducono pratiche innovative e di tutela del territorio. Sul piano procedurale la concertazione fra mondo ambientalista e agricoltori, introdotta per la formazione dei piani agroambientali, è rimasta lettera morta lasciando intatta la pratica degli  interventi a pioggia imposti da logiche consociative.

Da non sottovalutare neppure le reazioni di una parte del mondo ambientalista che  propone tuttora una netta separazione (anche fisica) fra politiche naturalistiche e attività umane. A questo atteggiamento fa da sponda – quando non da innesco – un ruolo ambiguo della stessa gestione dei parchi e delle aree protette, che privilegia su tutto la definizione del proprio ruolo.

La somma di questi fattori fa sì che le aree protette vengano tuttora viste prevalentemente come cittadelle assediate e da espugnare. Siamo ben lontani da una visione dei parchi come un “territorio scuola” per una diversa gestione del suolo. Di tutto il suolo. Senza scatti decisi che vadano oltre le affermazioni formali si prospetta un futuro che consegna ad un ruolo marginale (e residuale) alla tutela della biodiversità e della natura. Si sgonfia la spinta all’estensione delle pratiche agricole utili ed economicamente vantaggiose e rimane delegata alle petizioni di principio la lotta contro il consumo di suolo e per una gestione positiva del territorio.

E’ dagli obiettivi che bisogna ripartire. Meglio lasciare ad altri la guerra di posizione per una presidenza o un posto nei consigli direttivi ingaggiata dai rappresentanti dei settori produttivi e (troppo spesso) anche da quelli delle associazioni ambientaliste.

Luigi Rambelli

In allegato: il testo dell’art. 33 della legge regionale 6/2005 dell’Emilia Romagna.

 

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