Le cave di Quarata: una annosa vicenda

[30 maggio 2014]

Il cosiddetto “Triangolo” delle cave è un’area agricola di 400 ettari relativa alle frazioni di Quarata, Patrignone e Campoluci, nelle immediate vicinanze della periferia di Arezzo. Al visitatore appare, al primo sguardo , una località amena del bel paesaggio aretino. Ma già dagli anni ’50 e ’60 nella zona sono state avviate attività di escavazione. I ciottoli che l’Arno porta si adagiano nella piana aretina formando quei vasti depositi fluvio-lacustri, che divennero indispensabili alle attività edilizie e stradali. Vi sono state consentite, dunque,  opere di scavo. In tale epoca bastava comunicare al Corpo delle Miniere ed in seguito alla Regione(ex D.P.R. 616/77) l’inizio dell’attività senza specificare un preciso impegno al ripristino. L’attività di cava, poi, veniva autorizzata dal Comune, con mero provvedimento urbanistico-edilizio. Più recentemente l’area è stata inserita dalla Regione Toscana nel PRAE, per cui il Comune di Arezzo ha rilasciato in aree adiacenti regolari autorizzazioni all’escavazione, comprensive di piano di ripristino e recupero paesistico-ambientale. Pertanto nei terreni scavati negli anni precedenti in base a regole ancora scarse si è creato un “degrado ambientale”; in particolare riguardo ad una criticità idrogeologica. Tale situazione si evidenzia nei periodi fortemente piovosi con ampi ristagni di acqua, inoltre la falda freatica è soggetta a maggiore vulnerabilità.

In quegli anni poi, quando crescevano in modo robusto l’imprenditoria e gli insediamenti urbani ma la normativa non proteggeva dai rischi di inquinamento ambientale, presero ad essere lasciati rifiuti industriali e urbani, presumibilmente con scarsa attenzione. Uno dei fatti più notevoli fu certamente la discarica costituita, negli anni ‘70 dall’impresa Gori-Zucchi (la Uno A Erre), in località Ortali di Quarata, coi rifiuti delle lavorazioni orafe, notoriamente pericolose, come ad esempio potevano essere i fanghi di decapaggio. Occorre ricordare che nel territorio in cui si trovano le tre frazioni  è presente una ricca falda idrica a una profondità di circa 10-12 metri che gli abitanti attingevano, e alcuni ancora attingono tramite pozzi anche per scopi idropotabili.

Nell’area della ex cava Rogialli, fu autorizzata dal Comune, all’inizio degli anni ’90, una discarica di seconda categoria tipo A(ex dpr 915/82) per “inerti”, materiali edili etc. con l’obbligo di ripristino di uno strato di “suolo vegetale”. Successivamente nella  seconda metà degli anni ’90 fu autorizzato dal Comune di Arezzo il ripristino dell’ex cava Rogialli, mediante depositi di fanghi di cartiera provenienti in massima parte dalla Lucchesia. Le percentuali ammesse furono eccessive, presumibilmente a causa di una cattiva interpretazione del DM 5/2/98 sulle procedure semplificate, attuazione del “decreto Ronchi”(D.Lgs.n. 22/97). A seguito di segnalazione dell’Arpat,  il versamento nella cava Rogialli venne bloccato per inquinamento da acido solfidrico e ne venne attivata la procedura di bonifica.

Negli anni 2004 e 2005 dalle analisi dei cavatori, che erano dovute in ragione del protocollo sulle modalità di realizzazione delle attività estrattive , risultò un aumento generalizzato dei valori di concentrazione dei nitrati. Nell’aprile 2005 i cittadini di Quarata, ovviamente preoccupati, si riunirono in un comitato per seguire gli sviluppi della vicenda. Sempre nell’anno 2005, in dicembre venne stipulata una specifica convenzione fra l’Arpat(Dipartimento di Arezzo) e il Comune di Arezzo che impegnava l’Arpat a prestare collaborazione tecnica al Servizio Ambiente del Comune aretino nell’ambito del progetto “Controllo attività estrattive 2005”, fra le quali erano comprese le attività di escavazione inerti dell’area del “Triangolo”

Nell’ambito di tale monitoraggio furono investigati i comparti ambientali acque e suolo, provvedendo a piani di campionamento mirati e comparati con le analisi effettuate sin dal 2001. Nell’agosto del 2006 e nel marzo del 2007 l’Arpat condusse due campagne di campionamento delle acque sotterranee per valutare l’impatto delle attività estrattive nell’area denominata “Pugio”, nonché delle occupazioni agricole nel triangolo delle cave, proprio per verificare il fenomeno osservato negli anni 2004 e 2005 dell’innalzamento dei nitrati. Dalle analisi “non emergeva alcun effetto di presa in carico di inquinanti dalle aree estrattive”. Si riscontrava, invece, la presenza di idrocarburi in concentrazioni superiori ai valori di “Concentrazioni Soglia Contaminazione”(CSC) in 4 punti esaminati. Tale presenza era stata riscontrata anche dai cavatori nel 2005. L’Arpat, avendo effettuato ulteriori controlli nel maggio del 2008, nel prosieguo di un’attività, come emerge, attenta e continua, e con esiti analoghi, comunicò i superamenti risultati dagli autocontrolli e dai propri controlli, segnalando al comune di Arezzo la necessità di sospendere in via temporanea le opere di perforazione di nuovi pozzi.

Successivamente, nuove analisi nel settembre e poi nell’ottobre del 2008 effettuate  di concerto con l’ASL 8 rilevarono oscillazioni nei valori esaminati per quanto riguarda gli idrocarburi, mentre fu riscontrata l’assenza di contaminazione presente e passata per l’arsenico e il vanadio che erano state evidenziate in autocontrollo dai cavatori. Le conclusioni furono che “l’oscillazione dei valori non permette allo stato di individuare responsabilità precise dell’inquinamento, ma lascia ipotizzare una possibile molteplicità delle fonti primarie”. Proseguendo l’attività di controllo, sia alla fine del 2008 che all’inizio del 2009, e perdurando un quadro incerto circa l’entità e l’estensione dell’inquinamento, avvalorato pure dalle attività di autocontrollo che non confermarono concentrazioni di arsenico e vanadio ai limiti CSC, apparve potersi affermare che “le concentrazioni riscontrate sono risultate nel complesso di modesta entità e ampiamente inferiori al valore limite previsto dal D.Lgs 152/06 per la definizione di falda inquinata”.

Tuttavia, considerando il problema degno di attenzione, i controlli non furono interrotti. E qui, con nota Arpat 28380 del 06.04.2009 venne introdotto un elemento importante. Si escluse, infatti, la presenza di un’unica sorgente primaria di contaminazione a cui far risalire l’origine dell’inquinamento. Vennero ipotizzate  fonti di diversa natura, soprattutto dipendenti da insediamenti abitativi e occupazionali: transito di autovetture e mezzi pesanti, impianti di lavorazione degli inerti, riempimenti di aree escavate, scarichi civili, perdite da reti fognarie. E’ da rilevare, a tal fine, che probabilmente non è stato opportuno concedere licenze edilizie per lottizzazioni effettuate nell’area delle cave. Venne evidenziata , altresì, la vulnerabilità della falda d’acqua ” in quanto di tipo freatico, localizzata a piccola profondità, contenuta entro depositi di ghiaie debolmente protette da un sottile strato di depositi alluvionali” . In successive investigazioni dei pozzi, in due d’essi, furono riscontrati concentrazioni di boro superiori al valore limite, oltre alla presenza di altri contaminanti come ferro e manganese, riconducibili, a parere degli investigatori, a cause naturali, nonché alluminio.

Per tale ragione, individuando nella falda elemento di preoccupazione, poiché, pur non essendo stati raggiunti i limiti di concentrazione, tuttavia “si deve comunque considerare che la presenza di inquinanti nell’acqua destinata al consumo umano comporta un’esposizione cronica degli utenti, con necessità di prevedere limiti di concentrazione cautelativi”, l’ASL, con nota 18207 del 15.09.2008, propose all’Amministrazione Comunale l’emissione di ordinanza sindacale nei confronti dei proprietari dei pozzi che vietasse l’uso dell’acqua di falda a scopo potabile e predisponesse l’allacciamento degli utenti all’acquedotto pubblico. In verità, nonostante il provvedimento da parte dell’Amministrazione comunale, alcuni pochi cittadini del Triangolo delle cave non si sono collegati alla rete pubblica, pare, per motivi economici legati al costo dell’allacciamento. La nota dell’ASL si concludeva con la considerazione dell’opportunità dell’avvio in tempi brevi delle procedure di bonifica del sito.

Qui sta un punto di domanda. Andava bonificato  il sito, come hanno chiesto con un migliaio circa di firme i cittadini di Quarata? L’Amministrazione comunale ancora recentemente, in un comunicato stampa dei primi di maggio di quest’anno, e sul quale in seguito torneremo, ha ribadito che l’acquifero, costantemente monitorato, è risultato non contaminato, salvo in singoli pozzi, dove sono state riscontrate concentrazioni di boro superiori alle CSC. La bonifica, ricorda ancora il Comune, è in corso per  la porzione di territorio denominata “Rogialli”. E tuttavia ha diffidato nuovamente ad adoperare l’acqua di falda per uso potabile, data la scarsa protezione e dunque la vulnerabilità.

Per quel che ci consta la bonifica dell’ex cava “Rogialli” non è stata conclusa. Un elemento di criticità nell’area è la presenza di due impianti di lavaggio inerti e di recupero rifiuti da demolizione. Abbiamo ascoltato alcuni pareri informati che consiglierebbero una loro localizzazione in zona meno vulnerabile, oppure di attuare delle procedure con le migliori tecniche disponibili(BAT) e di una prevenzione e riduzione integrata dell’inquinamento(IPPC) e di procedure di auditing ambientale.

Nel 2009 furono effettuati sopralluoghi in tre impianti di lavorazione inerti. Gli idrocarburi risultarono inferiori al limite di rilevabilità, i metalli in concentrazione inferiore ai limiti di CSC, ad eccezione del manganese. Nel succedersi dei controlli continuò a rinvenirsi il boro in concentrazioni insolitamente elevate e nel 2010 il superamento del valore CSC in un piezometro appena realizzato e dunque non ancora campionato. Da un’indagine nella ex cava Rogialli, dai campioni prelevati si osservarono superamenti CSC per il ferro, il manganese, per il nichel e la presenza di acido solfidrico. A seguito di richiesta, nel 2009, del Corpo Forestale dello Stato di Arezzo furono effettuati rilievi in località Monsoglio dove erano stati rinvenuti rifiuti abbandonati durante un’attività di scavo da parte della stessa Forestale. Il 30.03.2010 il Comune di Arezzo dispose la rimozione dei rifiuti e il ripristino dello stato dei luoghi. In data 15.05.2012 la proprietà ricorse al Tar della Toscana contro Arpat e Comune per il provvedimento emesso. Al ricorso non vi è ancora risposta. Anche in località Le Strosce furono trovati, in due punti della medesima proprietà, rifiuti interrati. Il comune emise ordinanza sindacale di rimozione e smaltimento dei rifiuti. A seguito di investigazioni effettuate da CFS anche con metodi geofisici non furono rilevati superamenti CSC, in un terreno vennero trovati idrocarburi e pertanto il terreno fu conferito come rifiuto a ditta autorizzata. Il 21.12.2011, conseguentemente, l’Arpat comunicava a tutti gli enti interessati la non necessità della bonifica.

Nel 2011 e 2012 l’ASL 8 effettuò analisi del sangue e delle urine degli abitanti di Quarata. I riscontri ottenuti vennero confrontati con i dati del monitoraggio pilota eseguito nel 2009 a Civitella Val di Chiana e Badia Prataglia. Dal confronto emersero, in linea generale, risultati analitici analoghi a quelli rilevati a Badia Prataglia, eccetto il cadmio urinario che mostrava valori medi simili al gruppo di Civitella. Il mercurio urinario risultò in linea con Badia, l’ematico con Civitella e Badia,il nichel analogo agli altri due campioni.

Nel dicembre 2013 il Comune inviava all’Arpat una richiesta di parere relativa a un progetto di recupero ambientale con contestuale variante al Regolamento urbanistico in località La Gemma. L’Arpat rispondeva chiedendo che venisse verificato se esistessero nell’area da sottoporre a recupero rifiuti sotterranei. L’investigazione che venne effettuata da parte dei destinatari il parere riguardò invece la qualità della matrice suolo. Ai nuovi rilievi dell’Arpat non seguì riscontro. La concessione, che venne effettivamente accordata il 27.02.2014, si riferiva a una richiesta della ditta d’escavazione Inerti Cocci che aveva” necessità di dotarsi di un’area estrattiva di mq 5.283 con la contestuale riqualificazione ambientale di un più ampio compendio di terreni circostanti per circa 59.000 mq. La variante determina l’uso di nuove aree estrattive per recuperare aree in condizioni di degrado socio-economico, in quanto i terreni non possono essere coltivati, e idrogeologico, dovuto a un ripristino del piano di campagna non uniforme e posto a quote inferiori rispetto alle aree circostanti alla presenza di movimenti gravitativi e di cumuli di terreno ricoperti da arbusti spinosi”(Relazione alla variante al Regolamento urbanistico- Pratica urbanistica U 04-2013, variante U 17-2012 D.C.C. n.107 del 23/07/2013).

Le investigazioni sono continuate e “in definitiva dalla campagna condotta non si evidenziano elementi di novità e ancorché rilevata la presenza di valori oscillanti, in particolare per gli idrocarburi, il quadro ambientale è da considerarsi stabile”. Con il comunicato stampa già ricordato prima il Comune informa di aver attivato un tavolo tecnico, insieme ad Arpat, Asl, Provincia di Arezzo e Corpo forestale dello Stato. Con proprio coordinamento seguirà in maniera unitaria, a differenza degli anni passati, le questioni ambientali del triangolo delle cave. Verranno condivise tutte le informazioni, verrà ancora verificata la qualità delle acque sotterranee rimodulando la rete dei punti di monitoraggio e verranno eseguiti gli accertamenti ordinati dalla magistratura di Arezzo che ha aperto fascicolo sulla vicenda.

In conclusione il nostro compito è quello di raccontare onestamente. Crediamo di poter dire, però, che la questione delle cave di Quarata è dovuta in buona parte al lento adeguamento legislativo e a carenze culturali nel capire la grande importanza della salvaguardia ambientale. Ad esempio il reperimento degli inerti per l’attività edile potrebbe già da adesso provenire non dalle cave ma dal recupero di materiali e aggregati dell’edilizia. Va aggiunto che anche in questa vicenda un po’ di materiale tossico è stato gettato da “strumentisti” di mestiere, sempre pronti a inquinare invece che a bonificare.

Fulvio Turtulici di Libera Nazionale, con la collaborazione del Circolo Legambiente di Arezzo