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“Consumo di suolo”, indaghiamone il senso

[9 gennaio 2017]

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Da una decina d’anni la Commissione europea ha introdotto la strategia di protezione del suolo. Da cosa lo si vuol proteggere? Dall’occupazione edificatoria, in specie dall’impermeabilizzazione che ne consegue. In ciò consiste il suo “consumo”. L’Europa intende azzerarlo entro il 2050. Varie scienze ipotizzano una molteplicità di effetti negativi sull’ambiente. Annientarli è lo scopo della direttiva.

Almeno due riflessioni, con intento di chiarificazione, s’impongono.

La prima. Non c’è cosa che non s’appoggi, in ultimo, sul suolo. Esso è perciò necessario – a livello materiale – nel medesimo senso originario del fondamento intelligibile, che i greci, in specie Aristotele, chiamavano hypokeimenon: ‘ciò che sta sotto sorreggendo’, senza di cui nulla potrebbe avere esistenza.

Adesso, pensare il suolo come ciò che è consumabile – corruttibile, distruttibile – equivale a dire che non è fondamento: non è appoggio sicuro. Una concezione che, inconsapevolmente, è una delle forme di distruzione di ogni senso tradizionale del fondamento che il pensiero del nostro tempo va producendo, secondo una necessità logico filosofica che qui non c’è spazio per esporre.

S’impone tuttavia la domanda: che fondamento potrà mai avere la direttiva che vorrebbe vietarne il consumo? L’imposizione della norma traeva forza nella tradizione dalla fede che l’etica avesse un fondamento non ipotetico. Laddove, invece, si fa riferimento a basi scientifiche, la norma s’appoggia su di un suolo mobile e l’etica che si vorrebbe primaria altro non è che una tra le molte in conflitto per la supremazia.

La seconda. L’arte di costruire per abitare non è meno recente, né meno fondamentale, di quella di coltivare per cibarsi. Il tutto per la sopravvivenza: non si dà l’una senza l’altra. Per come viene per lo più prospettato il consumo di suolo, l’antica arte dell’edificazione è rovesciata in danno. Negli angusti e impropri limiti della produzione di direttive e norme, quindi nei confini dell’etica, è un paradosso: lo scopo di salvezza del suolo si oppone allo scopo di abitarlo. Per perseguire l’uno è necessario negare l’altro.

L’essenza d’ogni specie, per quanto a noi noto, è consumare per sopravvivere tutto ciò che è altro dal sopravvivente. Non fa eccezione la nostra. Anzi, andando oltre ogni limite, abbiamo sviluppato l’arte di assicurarsi ciò che si consuma. Il saper edificare e coltivare trae origine dalla volontà di poter sempre disporre ciò che ci è necessario consumare, tendenzialmente all’infinito. Il riparo e il cibo trovati, una volta usati e consumati suscitano insicurezza, scompaiono dalle nostre relazioni. Voler sempre la relazione col consumato per mantenerlo nel nostro consumo è quella volontà di potenza e necessariamente di conservazione oggi incarnata da scienza e tecnica e non più dall’etica, per sua natura limitante e perciò di debole e insufficiente potenza.

Se l’edificare che conosciamo consuma suolo, nel senso suggerito dalle ipotesi scientifiche, di questo sapere tecnico occorre – non la negazione etica dell’attività – ma potenziarne le capacità di conservazione del suolo che è necessario consumare per abitare.

Da un lato dunque uscire dall’ingenuità etica. Dall’altro avere la consapevolezza – onde ridurre il più possibile forme di fanatismo – che la scienza è ipotetica, dunque sempre rivedibile, sia quando sembra funzionare sia quando sembra non funzionare – e qui sta la sua potenza: capacità di adattamento all’imprevedibilità del divenire – e, inoltre, che la tecnica è sempre un tentativo fallibile, uno sperimentare che implica rischi. Né dal rischio si pensi di tenersi lontano, perché evitare l’agire tecnico è comunque una decisione senza alcun fondamento e perciò altrettanto pericolosa.

di Francesco Ventura, Ordinario di urbanistica – Università di Firenze